ESPRIMERE, TRASMETTERE, COMUNICARE -Riflessioni e consigli-, di Furio Durando

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Das Ende glaubt uns
den Anfang
(Paul Celan, Das Nichts, vv. 5-6)

Rem tene, verba sequentur non ha più senso. Ventidue secoli dopo la massima catoniana vediamo infatti ogni giorno più spesso e più numerosi gli esseri umani annaspare nell’urgenza di esprimere, trasmettere, comunicare contenuti (res) che non trovano forma di verba. Un’afasia di ritorno che indica a quale profondità siano giunti i danni indotti dall’aver fatto, delle parole, dei semplici strumenti. Ogni strumento ha un duplice destino: diviene un feticcio, l’icona sostitutiva/rappresentativa della realtà in cui opera, finché l’efficacia del suo uso offusca la sua passività, cela la sua intrinseca inerzia, prevale sul valore del risultato cui conduce; poi scade, diviene obsoleto, non lascia che vaga memoria di sé, e quasi nulla del proprio senso. Le parole non sono strumenti. Quando non vengono, infatti, si ha la prova che esse non sono organismi separati (gli strumenti della comunicazione), ma parte essenziale e al contempo fondante della visibilizzazione e della materializzazione delle “cose”, intese come realtà sensibile e metasensibile. Esse non vengono perché dovrebbero essere (state) apprese con le “cose”, e non separatamente da esse. Perché dovrebbero essere (state) meditate nella loro profonda pregnanza semantica, maneggiate con cura, parte non meno preziosa di cose in sé preziose.
Cominciamo innanzitutto a ristrutturare il nostro rapporto con le parole: verba tene, res confectae (non fictae!) sequentur.
È curioso osservare come trascorriamo la quasi totalità della nostra vita a praticare una lingua madre e un considerevole numero di anni ad apprendere altre lingue, ma difficilmente le conosciamo con pienezza e profondità, limitandoci quasi sempre e soltanto alla strumentalità del loro uso, all’erudizione piacevole ma sterile dell’idiomaticità e delle gergalità. Ci sfugge, invece, come in altri campi dell’esistenza, che il piacere pieno e profondo non nasce dalle prassi, ma dalla consapevolezza con la quale l’intelletto e la psiche accompagnano il corpo nelle prassi. E che tale piacere è insieme logico e conturbante, atteso e sorprendente, conosciuto e continuamente nuovo. Il piacere di esprimere, trasmettere e comunicare nasce dalla potenza di parole profondamente relate a ciò che pensiamo, sentiamo ed elaboriamo, tali cioè da costituire la forma totalmente adibita e connaturata alla sostanza che esprimono, in quanto esse stesse partecipi e frutto di tale sostanza, e dal loro uso consapevole. E questo piacere è arricchito dalla forza che diventiamo consapevoli di esercitare con le armi dell’intelligenza e della retorica, innalzando il terreno del confronto e dello scontro dialettico ad altitudini maggiori e a finalità ben più serie, utili e stimolanti, oltre che positive. Come possiamo sviluppare capacità argomentative ed espressive non solo correlate a ciò che pensiamo, intuiamo, sentiamo, ma addirittura in grado di potenziare queste attività, affinandone i contenuti, i processi operativi, la critica? Innanzitutto amando ciò che studiamo nel senso più piano e quasi banale del termine. Sentendo, cioè, che ciò che abbiamo di fronte ci riguarda, ci compete, ci chiama a condividerlo, e non è semplicemente una pista sulla quale correre al ritmo affrettato e incurante, a volte perfino cinico, delle nostre ambizioni. Amando ciò che studiamo, avvertiamo naturalmente come ci seducano la sua forma, il suo linguaggio, il lessico che lo caratterizza, e per questo desideriamo possederli, percorrerne la trama come fosse la rete dei nostri stessi pensieri, e tuttavia guidati a questo da una segnaletica che ci preesiste e apprendiamo, che ci guida e ci rende a nostra volta esperti nell’usarla. A cosa serve questo? A comprendere che nel mondo io posso scegliere se appartenere a una sola tribù o sentirmi a casa in ognuna di esse. E che la ricchezza non consiste nel possesso di molti strumenti, ma di molto sapere: un sapere a più latitudini, dalle diverse intensità, dalle infinite qualità e sfaccettature; un sapere che mi permetta di mescolarmi ai pensionati o ai ragazzotti un po’ sfaccendati di un bar di campagna sentendomi adeguato nel parlare con loro di calcio o di politica senza venir meno alla civiltà che il mio sapere comporta; e che mi permetta di reggere serenamente e con interesse una vivace discussione con persone adulte e colte a una conferenza nella capitale o nel foyer d’un teatro; e mi faccia sentire splendidamente a tu per tu con le persone cui voglio bene, di qualsiasi cosa parliamo, ma che al contempo mi tenga sempre vigile e intelligentemente e benevolmente critico nei loro confronti, perché meritiamo di darci reciprocamente il meglio e dobbiamo darcelo.
Conoscere le parole e il formulario delle lingue, dunque, non basta. Serve averne comprese le radici, il senso profondo, la psicologia e il cono d’ombra dal quale spesso sono sortite. E serve sentirsene padroni, sicuri nell’usarle, abili nello scegliere a quale proposito e perché elevare o abbassare il codice espressivo. Serve tuttavia un lessico sterminato, che si apprende leggendo, conversando, ascoltando e sempre domandando, non soltanto quando s’inciampa. Occorre imparare a scrivere molto bene, alternando – secondo le finalità della comunicazione – i registri espressivi e il lessico, mettendo l’intelletto e il cuore avanti a tutto, impedendo loro di procedere separati o di prevaricarsi l’un l’altro. Servono alti desideri, vivi interessi, dense competenze; ma anche l’umiltà di reimparare la punteggiatura e le sue raffinatezze (ne trovate anche qui, a ben guardare, disseminate con noncuranza solo apparente), la consecutio temporum, che esiste in ogni lingua, la variatio compositiva, che è un antidoto contro gli anacoluti e la monotonia insieme. E per scrivere molto bene occorre imparare a pensare molto bene. Mai di fretta. Mai lentamente, perché non solo la lentezza altrui, ma anche la nostra genera in noi la noia e l’infertilità del pensiero. Si deve pensare a un ritmo che ci appaga, commisurato al tema, alla passione, all’interesse che quel pensiero pone; a un ritmo che non ci stanca. Si scrive bene quando si pensa bene. Di qui nasce quasi automatica l’attitudine/abitudine a parlare bene, perché si comincia a pensare ciò che si vorrebbe dire negli stessi termini e con lo stesso ordine che daremmo a uno scritto, a prescindere dallo stile, dal tono e dall’argomento che trattiamo. C’è un ordine perfetto da perseguire allo stesso modo in una e-mail all’amico lontano di cui si ha nostalgia, in un biglietto di auguri che voglia sottrarsi al formulario banale o al repertorio di frasette fatte, in una seccatissima missiva a una persona antipatica o scorretta, in una denuncia circostanziata alle autorità giudiziarie o inquirenti, in una comunicazione rapida e ordinaria in seno alla propria compagnia di amici, persino in un urlo. Come del resto ci sono uno stile e un tono non ulteriormente perfettibili per ogni modello letterario: forse per questo è il caso di rammentare che servono costantemente ottime letture. Come faccio a scegliere ottime letture, ottimi film, ottime conferenze? Sviluppando attenzione critica, captando giudizi ordinari e cercandone di qualificati, confrontandoli. E poi anche lasciando intendere progressivamente che, più alto è il livello di attenzione a ciò che mi vuole destinatario di una comunicazione da parte di altri (letterati, artisti, sapienti), più vigile e spietata sarà la mia critica se non sarò soddisfatto. Perché c’è una regola non scritta ma fondamentale che sta alla base della comunicazione, di ogni genere essa sia: procura che il tempo – quel prezioso, irripetibile, irrisarcibile tempo – che mi prendi (perché io consideri te e ciò che esprimi, trasmetti, comunichi) sia ampiamente ricompensato dal valore di quel che mi dai, perché il furto di tempo è il peggiore di tutti. Il tempo rubato da altri, dilapidato nella futilità infeconda e non divertente, sciupato nella noia porta con sé un duplice danno: quello della noia, della futilità e del vuoto; e quello del mancato guadagno, se avessi potuto volgermi ad altro, a qualcosa di meglio. Quando avrò cominciato a parlare come scrivo e a scrivere come penso, dopo aver imparato a pensare bene – cioè con profondità, ampiezza, prudenza e coraggio insieme, serenità e spirito critico, allora comincerò a sentirmi forte. La sicurezza in noi stessi, quando esprimiamo, trasmettiamo, comunichiamo, è fondamentale. Sicurezza non è baldanza, non spavalderia, mai azzardo e tantomeno arroganza; è il risultato della consapevolezza combinata con l’umiltà, la prudenza e una concretezza non banalmente pragmatica e materialistica, ma diretta al cuore e attenta a non perdere di vista l’insieme. Ci si deve esercitare quotidianamente nel gioco della comunicazione, senza incorrere nel rischio di posare e recitare, senza scivolare nell’artificiosità retorica, che è la soglia dell’inautenticità: le occasioni sono tutte utili, soprattutto perché diverse. Tener testa a un fratello o a una sorella, a un compagno o a un’amica; affrontare una discussione fra coetanei; esprimere le proprie conoscenze, manifestare le proprie competenze, articolare le proprie opinioni e accompagnarle con personali valutazioni critiche a un docente o, semplicemente, a un adulto sono tutte attività che richiedono una concentrazione specifica. La dialettica è confronto e conflitto. Nel confronto mi cimento con le mie idee, i miei propositi, i miei saperi, li misuro con quelli altrui, li soppeso entrambi, carpisco e faccio miei quelli utili a migliorare, potenziare e chiarire il mio pensiero; nel conflitto sperimento l’ostilità, l’incomprensione, la rigidezza altrui, ma sono chiamato anche a valutare quando e quanto il mio pensiero non sia inquinato dai medesimi liquami. Nell’esprimere, trasmettere e comunicare dobbiamo essere dunque sicuri, e un segnale chiaro e forte, ma del tutto equilibrato e civile, è l’essere assertivi. Immaginate di condurre per la prima volta un estraneo (il vostro interlocutore/ascoltatore) in una stanza che conoscete alla perfezione nelle sue dotazioni e nelle sue carenze, e che tale stanza sia il vostro laboratorio, che desiderate condividere: la vostra abilità dovrà innanzitutto far risaltare quel che c’è, in modo che ciò che manca si noti secondariamente. Per tale motivo, se si è i primi a intervenire su un tema, occorre presentare: dati/quadro di partenza oggettivo; analisi; elementi di sintesi; opinione costruttiva, ignorando deliberatamente l’approccio critico negativo. In tal modo si limita la potenziale aggressività dell’interlocutore, che si manifesterà probabilmente sotto forma di obiezioni alle quali controbatterete con l’esercizio critico in precedenza omesso: il risultato sarà un carico di elementi che metterà l’interlocutore/ascoltatore nella difficile posizione di scegliere se continuare il confronto o trasferirsi sul piano del conflitto. Se il confronto resta aperto e mira alla profondità, lasciando al centro il problema e trascurando la dinamica interpersonale, allora si potrà passare dall’assertività all’esercizio intelligente del dubbio, ad esporre ventagli di possibilità, articolando e argomentando su dettagli che riteniamo funzionali all’escogitare una soluzione o a conquistare una verità. Più la situazione che l’ascoltatore/interlocutore vi offre è pacata, più dovreste scegliere un registro comunicativo semplice e pregnante, non inutilmente verboso, optando sempre per il termine più semplice rispetto a quello “colto”, quando ci si muove su linee generiche, ma mostrando i muscoli della competenza lessicale e tecnica specifica quando il discorso si spinge nel dettaglio: lessico, dunque, appropriato, equilibrato fra esibizione di competenza alta e necessità di una solare chiarezza, la stessa che si deve riflettere nelle strutture grammaticali e sintattiche che adottiamo.
Concludiamo ribadendo l’importanza di alcuni capisaldi fondamentali per diventare abili comunicatori: 1) passione e interesse autentici, e non la sola spinta dell’ambizione; 2) letture avide e ragionate insieme, condivise e discusse con maestri affidabili e non necessariamente omogenei a noi, tranne che sul piano della sensibilità intellettuale; 3) opposizione all’appiattimento sui codici comunicativi (soprattutto verbali) di chi non ha/rifiuta/deride saperi e cultura che non siano materiali e operativi nel senso più opacamente applicativo e protocollare, fino a escludere chi porta avanti logiche di branco (ricordarsi che, come il padrone citato da don Lorenzo Milani negli anni ’60 controllava e sottometteva gli operai perché possedeva diecimila anziché cento parole, oggi si fa padrone e sopraffattore chi fissa – pena il dileggio e l’emarginazione dell’interlocutore divergente – un limite di quantità e qualità al vocabolario del branco, favorendo dinamiche settarie e tribali all’interno del gruppo); 4) costanza e curiosità nell’esercizio di traduzione del pensiero in forma scritta e orale, mantenendo l’interesse per i codici altrui mentre si va ricercando/definendo il proprio.

Furio Durando

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Furio Durando è nato a Milano nel 1960, è archeologo e storico dell’arte antica e insegna storia dell’arte nel Liceo Classico “A. Poliziano” di Montepulciano.

Come archeologo ha collaborato a numerosi interventi di scavo, documentazione e studio di siti e reperti archeologici in Lombardia, Emilia-Romagna, Molise, Campania e Puglia, tenuto conferenze a congressi nazionali e internazionali, elaborato progetti e allestimenti museografici permanenti e temporanei e cooperato alla stesura di ipertesti didattici su CD-ROM.

Ha inoltre insegnato museologia, archeologia e storia dell’arte e discipline affini in alcuni corsi di formazione professionale post-diploma a Piacenza, Ferrara, Firenze e Siena fra il 1996 e il 2013.

Ha conseguito l’idoneità al titolo di docente universitario incaricato o di ricercatore in cinque selezioni per valutazione comparativa presso l’Università degli Studi di Firenze e l’Università degli Studi di Siena.

Oltre a numerosi articoli scientifici e saggi editi in riviste e atti di convegni italiani e stranieri, ha scritto Grecia antica. L’alba dell’Occidente (Vercelli, 1997), Parole, pietre, confini. Cremona e il suo territorio in epoca romana (Cremona, 1997) e Grecia. Guida ai siti archeologici (Vercelli, 2000); è stato curatore e autore di Italia antica. Viaggio alla scoperta dei capolavori d’arte e dei principali siti archeologici (Vercelli, 2001), I Greci in Italia(Udine, 2005); ha redatto i capitoli di storia dell’arte greca e romana per il manuale L’arte e la storia dell’arte (Milano, 2002), destinato alle scuole superiori, e l’opuscolo Vivere Montepulciano (Montepulciano, 2006). Suoi contributi appaiono anche nei volumi Splendori delle civiltà perdute. Viaggio nel mondo dell’archeologia (Vercelli, 1998), I grandi tesori. L’arte orafa dall’antico Egitto al XX secolo (Vercelli, 1998), Dimore eterne (Vercelli, 2000), Ville storiche del Lago di Garda (Ivrea, 2002).

Alcuni suoi lavori sono stati tradotti in una quindicina di lingue straniere e pubblicati in diversi Paesi.

Fra le case editrici per le quali ha pubblicato sono Mondadori, White Star, All’Insegna del Giglio, Turris, Priuli & Verlucca, Magnus, D’Anna, Loescher (Italia) e Philipp von Zabern, Hirmer, Karl Müller (Germania), Gründ (Francia), Thames & Hudson (Regno Unito), Barnes & Nobles, Stewart, Tabori & Chang (U.S.A.), Ekdotikì Athinôn (Grecia).

Attualmente sta curando la realizzazione di un manuale di storia dell’arte dalla preistoria al XXI secolo per i licei e le università, per conto di una prestigiosa casa editrice scolastica.

Nell’ambito della poesia ha vinto la I edizione (1978) del Premio Nazionale di Poesia “Ciro Coppola” di Casamicciola Terme (NA) e ha ottenuto altri riconoscimenti a Cremona e Vittoria (RG). Dal 1983 ha scelto di non prendere parte a premi letterari. Dal 1981 al 1984 ha animato con altri autori di tutta Italia il movimento Poetica Nova, col quale ha organizzato reading in numerose località della Penisola; dal 1985 al 1994 ha aderito al gruppo Agatocrazia, che ha anche edito (Luzzara, 1991-1992) un foglio bimestrale di poesia e traduzioni.

 

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