“Il passero solitario” di Giacomo Leopardi. Nota di Donato Loscalzo

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Il passero solitario che ha ispirato il celebre e omonimo Canto XI di Giacomo Leopardi non è, come qualcuno potrebbe pensare, un passero nevrotico, isolato dal resto dei suoi simili, che predilige la solitudine, ma è un uccello della famiglia dei turdidi, il monticola solitarius, che somiglia in gran parte a un merlo. Particolari sono il suo piumaggio bluastro, la sua caratteristica di nidificare in zone impervie o sui tetti di edifici molto elevati e il suo evitare la vita associata. Questa specie era stata già celebrata nell’Antico Testamento, in particolare nel Salmo 102 si parla del «passer solitarius in tecto», e non è improbabile che il poeta sia stato suggestionato proprio da questo passo. Molto attento, Leopardi descrive con precisione le abitudini del monticola solitarius, soprattutto la sua vita appartata e la sua attitudine al canto. Del resto, il passero che è più familiare a noi non va propriamente cantando «alla campagna» (vv. 2-3) né il suo verso è così potente da diffondersi per le valli.  Le analogie tra il passero solitario e Leopardi sono chiare: l’isolamento innanzitutto, ma anche il diverso modo di festeggiare la primavera. Entrambi, infatti, scelgono il canto e l’uscita verso la campagna, a differenza degli altri che celebrano la primavera della vita e quella dell’anno nei centri abitati e in comunità. Inoltre si colgono le analogie anche nella scelta di evitare gli spassi tipici della primavera e della giovinezza: il sollazzo, il riso, l’amore (vv. 17-26). Non a caso, nel descrivere il tripudio primaverile, il poeta indugia su animali che vivono in gruppi: i greggi, gli armenti, gli altri stormi che descrivono col volo mille giri nel cielo, mentre il passero solitario trova un modo tutto personale per celebrare l’esplosione di questa stagione (v. 8-16). Leopardi va oltre le semplici ed evidenti simmetrie. Quello che emerge, infatti, è la contrapposizione tra i suoni del centro urbano in festa e la melodia del canto appartato dei due. Ai suoni di tromba e agli spari di fucile, risponde la melodia del canto che trova la sua unica sede naturale nella «rimota parte della campagna» (v. 37). Si tratta di una dimensione arcadica, già celebrata nella poesia del ‘700, che appare qui come l’unica in grado di recepire il verso del passero solitario e la voce del poeta. La vita urbana con i suoi suoni metallici non offre uditori al canto, anzi sembra non essere compatibile perché produce suoni molto potenti che coprono e sommergono la melodia. Viene enfatizzato così l’aspetto primigenio della poesia, si sottolinea la sua autenticità e quindi la sua incapacità di adeguarsi ai suoni innaturali e artificiali dei centri urbani. La solitudine, però, che nel passero è conseguenza della sua natura (vv. 45-49), in Leopardi è una scelta. La poesia si chiude con la previsione del rimpianto che lo coglierà quando nel tempo, guardandosi indietro, prenderà coscienza di non aver goduto e di aver perso la parte più attiva e divertente della vita. Forse. Ciò che rimane nella coscienza del poeta è l’orgoglio di aver assecondato l’istinto primitivo di cantare, di aver celebrato e immortalato, paradossalmente, il riso della natura e dei coetanei ai quali si sentiva estraneo. Il prezzo da pagare per il poeta è alto, ma il suo verso esula dalle gabbie del presente per uscire nella campagna dove, nel tempo, troverà di certo i suoi estimatori. Il rifiuto del mondo artificiale dei suoni urbani è la riprova di aver scelto un canto naturale che supera e di molto ogni contingenza.

Donato Loscalzo

IL PASSERO SOLITARIO

D’in su la vetta della torre antica,
passero solitario, alla campagna
cantando vai finchè non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voli,
non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
canti, e così trapassi
dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
della novella età dolce famiglia,
e te german di giovinezza, amore,
sospiro acerbo de’ provetti giorni,
non curo, io non so come; anzi da loro
quasi fuggo lontano;
quasi romito, e strano
al mio loco natio,
passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
odi spesso un tonar di ferree canne,
che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
la gioventù del loco
lascia le case, e per le vie si spande;
e mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
rimota parte alla campagna uscendo,
ogni diletto e gioco
indugio in altro tempo: e intanto il guardo
steso nell’aria aprica
mi fere il Sol che tra lontani monti,
dopo il giorno sereno,
cadendo si dilegua, e par che dica
che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera
del viver che daranno a te le stelle,
certo del tuo costume
non ti dorrai; che di natura è frutto
ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
la detestata soglia
evitar non impetro,
quando muti questi occhi all’altrui core,
e lor fia voto il mondo, e il dì futuro
del dì presente più noioso e tetro,
che parrà di tal voglia?
che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
ma sconsolato, volgerommi indietro.

Giacomo Leopardi

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2 commenti
  1. Una analisi esattissima e profondissima che limpidamente, pacatamente dimostra come la grande poesia, figlia sempre di una libera scelta pagata personalmente e ad alto prezzo dal poeta, sa rendere immortale anche la realtà più effimera. Molto più spesso accade il contrario: c’è chi rende effimere le cose eterne. Grazie Donato!

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