Premio letterario l’albero di rose prima edizione: vincitori e segnalati. Sezione racconto breve inedito, secondo classificato: Antonio Villa, “L’orto degli ulivi”.

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Vincent Van Gogh – Gli ulivi (1889)

L’orto degli ulivi

– Eccoti promosso cavaliere con due cavalli e mezzo. Felice?
– Eccome! La mia libertà ha una marcia in più!
– Giusto una marcia. Il ciclomotore in pianura va, ma in salita s’accoscia. Con questa fuoriserie le tifose ti verranno dietro come a Valentino Rossi. Mettiti il casco e… attento all’amo, amico!
– Quale amo?
– La felicità è un vermicello all’amo, più ne ingoi più ti rovina.
– Non fare lo iettatore! per me è un’ancora.
– Peggio! T’impedirà di salpare, ah! ah!
– A dispetto delle tue profezie, salpo quando voglio dal Paesello -che è tanto bello- dice la canzone, ma mi sta stretto di vita e di spalle.
Strade di campagna. Rapido bilancio: a mio agio in famiglia e con gli amici, studio, lavoro. Ho una ragazza che scompone i miei pensieri più profondi in arcobaleni di gioia. Dov’è l’amo?
Una massa scura in fondo al rettilineo mi fa rallentare. É un toro; sta di traverso! Muso bavoso, occhi freddi. Porca vacca! Mi punta. Fuggir non è vile alla bisogna! Ritirata strategica fra siepi, fili spinati, “attenti al cane”, “vietato l’accesso”, muretti con gobba a scaglie, reti e catene… Ma qui, incredibile, una scritta mai vista prima da nessuna parte: “Benvenuti nell’orto degli ulivi, terra di pace e di lavoro”.
Niente barriere. Cicalino e colpi di acceleratore segnalano la mia presenza.
Un uomo sventola le mani, separandosi da un grosso olivo. Si avvicina. Alto, ossuto, capelli bianchi e lunghi, occhi penetranti.
– Buongiorno… Si vendono olive e olio da queste parti?
– Bene arrivato. Olive si… olio finito. Produzione scarsa, quest’anno.
– Frutta e ortaggi?
– Li produciamo solo per noi, ma siete qui e qualcosa posso cogliervi. Ci sono pesche e susine.
– Chiedevo a titolo informativo. Sull’altra strada c’era un toro. Ho deviato. Ho visto la scritta…
– Ah, il toro di Ciccio. Si sarà slegato. Fatto bene a non avvicinarvi.
– Originale il cartello del ranch, non s’immaginerebbe mai nel Far West nostrano!
– Sì, mi piace ricordare al passante il vero Orto degli ulivi. Siate il benvenuto. Un caffè?
– No, grazie, solo un po’ d’acqua, se possibile.
– Andiamo all’ombra, il sole picchia senza guantoni…
– Davvero bello qui. C’é pace… Dicevo, quella scritta, come mai?
– L’ho messa tantissimo tempo fa per dichiarare guerra alla guerra. Allora volevo dire ai Tedeschi e a Mussolini come la pensavo, oggi è l’emblema della nostra fede e l’insegna della nostra attività.
– Cioè?
– Quello che è scritto. Facciamo gli olivicoltori… Vedete, mia moglie ed io eravamo fidanzati quando è scoppiata la guerra. Abbiamo lasciato l’università… la storia è lunga… le nostre famiglie sono sfollate a Spoleto. Dopo la liberazione abbiamo trovato lavoro lì. Stavamo bene e, se considero l’aspetto economico, non ci sono paragoni con il presente. Il contadino non ha ferie pagate, non ha orari di lavoro, non ha giorni liberi. La terra è come una creatura che piange se la madre aspetta a darle il latte o a pulirla. Se hai anche gli animali, non riposi più. La cura alimenta l’affezione. Dispiace ucciderli e dispiace venderli, sapendo a quale fine vanno incontro. Oggi il contadino non lo vuol fare più nessuno. Il contadino non fa scioperi, non ha trattamenti di fine rapporto, non si assenta per un raffreddore, e neanche con la febbre a trentanove. Non riesco a spiegarmi, forse, ma il contadino è un relitto del passato. Oggi tutto è chimica e business; la qualità è discutibile. Non c’è un pizzaiolo che metta nella normale margherita un po’ d’olio extravergine spremuto a freddo! La gente si pappa patatine fritte nell’olio rifritto e neanche immagina come consola fegato e frattaglie. Mondo balordo, a destra spreca, a sinistra muore di fame! Non trovi uno che è contento neanche se l’ammazzi. Dico per dire; non schiaccerei un lombrico neanche se m’inforcano. Come se non bastasse il fumo delle sigarette, delle automobili e delle fabbriche, si prendono i distensivi. Le droghe. Si sa che la droga, se non ti stende, rovina, come il gioco. Ma, a rovinarsi e ad ammazzarsi tanti ci corrono contenti, tanto contenti che ti vien voglia di regalargliela la roba. Tu vuoi subito il paradiso? Prendi, è gratis, vai, va’ all’inferno. E lascia il posto a chi ama la vita. Naturalmente esagero. Mi sento impotente contro certi mali del mondo e non so cosa vorrei far per cambiarlo. Se mio nipote si drogasse che farei? Tremo al pensiero… Scusatemi lo sfogo. Torniamo a noi, alla storia. Morti i miei, non ce la siamo sentiti di abbandonare questa bella campagna ai rovi e siamo ritornati qui. Come vedete, siamo circondati da tanti amici sinceri.
– Davvero singolare. Dicono che c’è fuga dalle campagne, e invece…
– Verissimo, c’è fuga dalla campagna. Meglio l’ultimo posto in una città che il primo in paese. La città, la grande città ha tutto, vuole tutto, prende tutto. Un insaziabile buco nero. Più ingoia gente, più diventa massiccio e crea il deserto intorno. Ha servizi e vizi; le opportunità si moltiplicano, girano soldi, mazzette, tangenti. Noi n on contiamo; siamo gli ultimi fessi che vanno controcorrente, apparentemente senza sforzo.
È difficile spiegarlo. Chiedetelo ai nostri amici. Essi hanno scelto fin dalla creazione del mondo di non poter fare il male, ma conoscono le gioie e i dolori delle cose e degli uomini. Ecco, lei è Vera Vite e lui è don Oliviero.
– Piacere di conoscervi, signora Vera … Signor Oliviero!
In una frazione di secondo penso che per evitare una corrida sono capitato nella succursale di un manicomio. Costui deve essere mezzo matto. Lo devo assecondare? M’inchino alla vite e all’olivo. Il matto continua:
– Sono due dei nostri amici più cari. La simpatia facilita lo scambio, ma la conoscenza vera richiede
tempi lunghi. Le piante sono sensibili… Pensate che io sia stravagante… o peggio?
– No, no. Qui, è tutto più originale del peccato di Eva e Adamo. Vero: la conoscenza è senza limiti, gli alberi sono i nostri migliori amici. È una fortuna incontrarvi! Arrivederci!.
– Un momento. Non sia mai detto che partiate a mani vuote. Vi colgo un po’ di frutta, c’è Pesco Bianco qui vicino.
Prende le forbici e un paniere, si addentra nell’uliveto, si ferma davanti a un piccolo pesco con poche, ma grosse bocce bianche venate di rosso, china il capo: “Grazie, Dio, che nella tua sapienza infinita ci hai voluto imparentare con tutto il creato. Fa’ che io sia come lui (accarezzando un ramo e trattenendolo), sensibile al fiato della primavera e porti fiori e frutti. Adesso liberiamo del carico questo tuo servitore, così potrà riposarsi per alcuni mesi”.
Privati dei frutti, i rami si sgranchiscono. Aiuto un ramoscello a scavalcarne un altro che gl’impedisce di salire.
– Grazie, signor Pesco, scusi l’invadenza – dico con un inchino forse un po’ goffo.
– No, non con quel tono che sa di presa in giro. Vede signor…
– Mario.
– Mario anch’io. (Si lascia stringere la mano passando le forbici nell’altra). Non ci crederete, ma gli alberi sono veri, grandi amici. Non mi stanco mai di ascoltarli, di stare con loro. Se un grande poeta, rivolgendosi a un lago, scrive: ”Oh lago! L’anno è appena trascorso e, guarda! vengo tutto solo a sedermi su questa pietra, accanto alle tue acque dilette che dovevo rivedere insieme al mio amore, eccetera,(1) il lettore si commuove. Quel canto è un colloquio con esseri diversi da noi, a volte gli unici capaci di attenzione, di ascolto, comprensione e discrezione. Il poeta non ha difficoltà a confessare i suoi sentimenti al lago. L’anima parla e ascolta accovacciata alla sua sponda. È la memoria di un sentimento intensamente partecipato. Il lago è amico, testimone e confidente. Pensate anche alla Pioggia nel pineto, a Piove nel mio cuore come piove sulla città.(2) Chi è triste o è davvero innamorato sente densa la poesia di un momento magico e coinvolge la Natura. Il poeta non è pazzo. Il critico ne sottolinea la delicata sensibilità, ammira la musicalità dei versi Ma perché se un contadino vuole sfogarsi con gli alberi, se li ama e gode della loro sincerità, del loro entusiasmo di essere, della loro innocenza, spontaneità e amicizia, se partecipa al loro dolore, insomma se colloquia normalmente con questi amici meravigliosi, rischia il ricovero in manicomio?
– Dovete convenire che non è comune avere un albero per amico!
Arbre, mon ami, mon pareil à moi, si lourd de musique sous les doigts du vent qui te feuillettent comme un conte de fée, arbre, console-moi d’être seulement moi (3) – dice Minou Drouet. L’importante è che la persona che li sente tali sia considerata normale, non un caso patologico.
– Beh, forse è per spiriti eletti!
– Non so. Io lo trovo semplice e facile. Ho sentito questo amore da quando, ragazzino, seguivo mio padre in campagna. La casa che vedete adesso era un ricovero di pietre a secco con tetto di paglia. Allora ero agile come una bertuccia e mi arrampicavo fino alla cima. Mi piaceva dondolare seduto sulla biforcazione dei rami più alti. Sentivo al tatto, alla pressione delle mani o dei piedi se erano stanchi o potevano resistere. È un fatto che non sono mai caduto e non ho fatto mai spezzare neanche il più piccolo ramoscello. Quando il ramo stava per cedere, mi avvertiva. Lo lasciavo, o riducevo il peso scaricandolo in parte su altri rami. No, gli alberi non tradiscono. Abbracciando il loro corpo, succhiando i frutti, sdraiandomi tra le loro braccia, mi sono sentito adottato da una grande famiglia. Ora conosco il loro cuore, i loro sospiri, la loro forza. Gli alberi affondano le radici nella terra, ma guardano sempre in alto. Noi guardiamo intorno a noi per predare. Homo homini lupus; pensate alle guerre di oggi, all’ ISIS.
– Già. Paradossalmente, la pace è figlia della guerra! La stessa vostra scritta lo è, lo avete detto. – Sì, però essa ricorda una Persona che volentieri si isolava per pregare. L’Orto degli ulivi è prediletto da Gesù. È lì, alla presenza discreta degli alberi che invoca il Padre; gli alberi attoniti lo ascoltano, lo vedono soffrire fino a sudare sangue. Gli apostoli dormono. Provate un po’ a immaginare un altro orto, magari con meli, kiwi, limoni, nespoli, peschi e ciliegi. Vedete che non è la stessa cosa (con tutto il rispetto per queste creature-amiche meravigliose). Doveva essere per forza una pianta nata e cresciuta in intimità col dolore a vegliare con l’Uomo dei dolori. L’ulivo è insostituibile. Guardateli gli ulivi. Dite se nell’atteggiamento, nell’aspetto, nella struttura, nel pallore di ogni pianta e nell’amarezza del frutto non c’è un’anima dolorante. Dunque un’anima molto sensibile. Però non lagnosa, non sfaticata. È un caso, secondo voi, che la colomba porti a Noè proprio un ramoscello d’ulivo per indicargli la fine del Diluvio?
Il Diluvio, se lo considerate come un fatto simbolico, è rottura di un patto tra uomo e natura. All’ulivo il compito diplomatico per arrivare dalla guerra alla pace. La sofferenza non la vuole nessuno. Quando si abita la sofferenza, si grida, si spasima, ci si contorce fino a imprecare e a maledire. Però senza sofferenza non si capisce nulla del mondo, della vita.
– Al contrario. Secondo me è la sofferenza che è assurda. Quello che non si capisce è perché nella vita si deve soffrire per forza. Attualmente non ho grossi problemi, ma conosco tanti casi che fanno pensare. Mi hanno detto che la felicità può essere come l’esca all’amo. Forse siamo come quei cavalli che inseguono, senza mai raggiungerla, la carota sospesa a un palmo dal muso e dagli occhi. Il desiderio della carota li fa correre.
– Così fanno molta strada. Se il padrone desse subito la carota al cavallo, il quadrupede non si accorgerebbe neanche che è fatto per sfidare il vento. È correndo che prende coscienza della sua forza, della sua destrezza, di sé, del mondo. Quel cavallo è così perché si è misurato in quelle sfide, si è allenato su quel terreno. E quale padrone non dà al cavallo, al termine della corsa, la carota inseguita e agognata?
– Se nella corsa il povero animale finisce stramazzato?
– Merita ancor più considerazione e rispetto. Ha dato tutto fino all’estremo per uscire dalla prigione dell’io e tentare di raggiungere un traguardo che chiama. Non ce l’ha fatta, d’accordo. Ma qui, o il padrone che ha preteso troppo o il cavallo si è accanito esageratamente. In ogni caso, resta da spiegare la voglia di correre per raggiungere la carota. Da dove proviene? Lasciamo al padrone le proprie responsabilità e al cavallo le sue. A me piace partecipare alla corsa. Non dovete pensare, però, che io sia un prediletto dalla fortuna o che abbia chi sa quali energie. Ho novantadue anni e non sono ancora stramazzato, ecco tutto, né mi sorride l’idea di sfinire. Però ho imparato più da un minuto di sofferenza che da un’ora di felicità.

Antonio Villa

(1) Allude alla celebre lirica “Le Lac” (Il Lago), di A. de Lamartine (1790 – 1869). (n. d. a.).
(2) Verlaine (n. d. a.).
(3) Albero, amico mio, simile a me, sotto le dita del vento che ti sfogliano come un racconto di fata, albero, consolami d’essere solamente me..

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