La poesia: musica mentale e roccaforte di difesa. Giorgio Albertazzi intervista Andrea Zanzotto

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Giorgio Albertazzi, assieme a un gruppo di ragazzi, intesse con il poeta Andrea Zanzotto un dialogo incentrato sul rapporto tra poesia e realtà e sulle funzioni della poesia.

Nel pubblicare l’intervista integrale (proposta da RaiScuola) abbiamo estrapolato alcune parti che riteniamo maggiormente significative nell’intento di rendere un omaggio a Giorgio Albertazzi che nella sua importante carriera di attore ha saputo anche parlare con il suo grande acume di poeti e poesie.

 

Al mondo 

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire
il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.

Su, munchhausen.

 

Sulla poesia… (Andrea Zanzotto)

“C’è un vero abisso tra i vari tipi di lettura ed i rapporti che si costituiscono tra i vari tipi di lettura e la lettura visiva che contemporaneamente si fa.”

“Sono convinto che la poesia essendo una delle più antiche attività connesse all’umano, è origine di ogni parola ed soprattutto poesia cantata, poesia ballata.”

“La poesia è qualcosa di assolutamente imprendibile nella sua essenza… è musica mentale. Non è mai riducibile a musica puramente fonica e non è nemmeno riducibile a termini puramente visivi”

“Non credo in un’efficacia immediata della poesia ai fini di un mutamento della realtà. Del resto venendo dalle zone più rabbiose della volontà di persistenza, e di sopravvivenza, è definibile come un’ultima roccaforte dalla quale si tenta di difendersi”

 

Miracolo a Milano

Dai campi dalle pietre – dalle stagioni labili
eroso il volto e il corpo – in macchie miserabili,
semimuta natura – natura in masse spenta,
funzione che divampa – e scade sonnolenta;
io, infine: subumano? – Io forse trascendente?
Io che abbandona al margine – la storiale corrente?
Piano: tre volte all’anno – milanese divengo,
dunque storico, umano, – funzionale mi tengo.

“La poesia in quanto accrescimento del reale e non puro compiacimento narcisistico è sempre rivoluzionaria.” (Giorgio Albertazzi)

 

SEGUI L’INTERVISTA INTEGRALE

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/andrea-zanzotto-la-poesia-mia-difesa/5873/default.aspx

 

 

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3 commenti
  1. Non m’incontra, non mi avvista, non mi è – questo Zanzotto dico – eppure io mi gli sono addentrato, un capolino appena, ma adesso è lì, nella mia poesia, che non è “musica mentale” (non avrei saputo spiegarlo ai miei alunni questo “esser musica mentale”) ma altro, almeno mirante ad altro, come a miracolo che fa apparire l’assente, e lo incentra nell’umano a far mobilio o attrezzeria dello spirito, sempre nuova e di nuovo e d’accapo; o mirante ad altro miracolo nell’inseguire il mondo, il miracolo di capovolgerlo e riattrezzarlo sempre a nuovo… Mirante… se poi è, lo dicono altri, io no, che dormo da piedi… e non so se ho detto qualcosa. Chi sa?! è un versamento, come emorragia… stupidorragia…

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