“Sabato pomeriggio” di Silvia Volpi, letto da Marco Onofrio

sabatopomeriggio2_big Marco OnofrioSabato pomeriggio (EdiLet, 2011, pp. 268, Euro 12), della scrittrice pisana Silvia Volpi, è un romanzo psicologico di formazione centrato sull’impasse della condizione giovanile: “quel” sentirsi sospesi e talvolta disastrati come un cantiere di lavori in corso; “quel” non essere ancora né carne né pesce – il risvolto negativo della potenzialità aperta al divenire, che può aprire tante porte ma nel frattempo ci relega in sala d’attesa – in attesa appunto delle scelte e delle svolte decisive (che trasformano sì la “potenza” in “atto”, ma poi la de-finiscono, cioè la rendono finita). C’è un adagio popolare che recita: “Se gioventù sapesse; se vecchiaia potesse”. Alla gioventù manca l’esperienza; alla vecchiaia la possibilità. Quando siamo giovani vorremmo crescere in fretta, avere un ruolo ben preciso nella vita, e quasi ci disturba tutta quella magnifica libertà di essere e diventare, la sospensione ondivaga aperta alle possibilità della trasformazione; quando siamo vecchi rimpiangiamo quella stessa sospensione, detestando la forma che ci incatena per sempre a ciò che siamo diventati e ci nega a ciò che non potremo più essere, dacché abbiamo più passato alle spalle che futuro davanti a noi.

Scrivendo di “Sabato pomeriggio” ci si ritrova inevitabilmente a parlare di stagioni della vita, di transizioni, momenti, tempi: insomma, di Tempo. Il problema del tempo in rapporto all’essere è uno snodo cruciale di questo libro. Fin dalla prima pagina, anzi dall’incipit: «L’ora terribile, quella che non passa mai». Ed ecco, sempre innervata di tempo, la probante radiografia della condizione giovanile: «Odio illudermi che stia cambiando qualcosa per poi ritrovarmi, nel giro di qualche ora, affranta con la faccia rivolta verso il muro sopra il mio letto». Protagonista del romanzo è Emilia Marinai: 26 anni, studentessa di Lettere fuori corso, due grandi ferite interiori da disinfettare: la morte di Luca, il suo ragazzo, sfracellatosi con la macchina contro un muro una qualsiasi notte di maggio; e, scavando a ritroso, la traumatica separazione dei genitori quando era ancora una bambina. Emilia cerca di capire come dare una svolta alla propria vita. È in cura da uno psicologo, il dottor Serani, lo “strizzacervelli”. Tiene a bada l’ansia con le pillole calmanti. Trascorre con la “comitiva” tutti i weekend nelle discoteche della Versilia, in particolare il Jaypee. Ma si annoia a morte. Tutto le dà un sottile, indefinibile senso di nausea, anche il “rito del sabato sera” malgrado l’apparente euforia: «lo dicono tutti che in discoteca si scarica la tensione, si vivono emozioni forti, si prende l’energia direttamente dai decibel come se i tweeter e i woofer fossero fonti d’acqua santa».

Lo dicono tutti: ecco il confronto tra i modelli sociali banalmente rimasticati e poi digeriti sotto forma di stereotipi e, d’altra parte, l’esigenza di un percorso diretto, autentico, personale. La sottocultura dello “sballo” consente di scatenare e consumare energie che si potrebbero utilizzare altrimenti, in modo più costruttivo (o, per meglio dire, meno distruttivo). Far ballare e/o drogare i giovani in discoteca “serve” da anestetico sociale: le nuove generazioni vengono addomesticate al disimpegno, al vuoto pneumatico, all’omologazione, alla devoluzione dei problemi, all’irresponsabilità. Fintanto che sballano, i giovani evitano di pensare, e dunque di cambiare “pericolosamente” le cose. Lasciamoli fare, questi giovani, se si divertono così. Tanto “poi” passa. «È quel poi passa che non mi dà pace», commenta Emilia: «Poi, ci sono i trenta. Poi, i quaranta. Poi, anche i cinquanta. E, poi, la pensione». Ecco l’arco di una vita qualsiasi, che qualsiasi vorrebbe non essere. E allora si prova rabbia. E ci si ribella a questo destino già scritto. Il malessere giovanile è un “veleno” che inquina lo sguardo, e impedisce di interpretare la propria incompiutezza come ricchezza: ci si sente esclusi, piuttosto, da chi – scegliendo “una” vita tra le altre – ha realizzato, e con ciò stesso limitato, lo spettro originario delle possibilità. «Mi sento esclusa dalla cerchia di chi ce l’ha fatta, di quelli che sono riusciti a crescere una volta per tutte lasciandosi alle spalle gli amori sbagliati, i lavori malpagati, i genitori assillanti e tutto il resto». E poi, affondando il coltello: «Ecco il punto: perché voglio una vita semplice e mi do tanto da fare per complicarmela?».Dove e come trovare la propria strada fra gli opposti modelli sociali che, come fari all’imboccatura di un porto che non c’è, sembrano indicare “la” direzione: «possibile che tra il collarino nero di Maira per andare al Jaypee e la casetta ordinata di Livia non ci sia spazio per una come me? Tra le notti in discoteca e un quadretto familiare inappuntabile non può esserci un deserto. Di sicuro c’è uno spazio enorme in cui non voglio perdermi. È là che voglio sistemare Emilia, portandomi dietro tutto, anche la Tipo di Luca sfracellata nel muretto, mamma e babbo e il matrimonio a brandelli, le mie pilloline, Serani, Renzino e i suoi cloni. Tutto».

Disistima, insicurezza, depressione. Nodi aggrovigliati dell’anima (da sciogliere), strappi (da ricucire), macigni nello stomaco (da liberare), carie nella testa (da medicare), fonti di disagio (da prosciugare): questo è il referto radiografico della sua psiche vulnerata e risentita. Ma ci sono ferite che non rimarginano facilmente. C’è un dolore che resta inestinguibile, come il male che lo ha prodotto, e ritorna periodicamente sotto forma di flash, di visualizzazioni: Emilia si ritrova spesso a vivere soprappensiero, come in trance, dominata dai ricordi che affiorano. L’iter narrativo conduce a un accerchiamento progressivo e inesorabile dei traumi interiori: li attacca da più parti, a riprese progressive, a scansioni diverse di profondità, senza fretta di dire tutto subito. Ecco il trauma della separazione dei genitori:

«Mio padre tornò e mi chiese di parlare. Sarà stato mezzogiorno. Entrai in camera mia, lui mi seguì e chiuse la porta alle sue spalle. Lo disse subito senza preamboli: oggi me ne vado, non posso più rimanere qui. Singhiozzavo così forte che lui fu costretto a interrompersi, tanto che non avrei potuto udire le altre parole. Mi abbracciò forte e spinsi la fronte sul suo petto come per infilarmici dentro. Spingevo con la testa mentre con le mani mi aggrappavo alle sue spalle, era veramente una prova di forza per cercare di sfondare il suo torace e nascondermi da qualche parte, là dentro».

Ed ecco il trauma della morte di Luca (di cui si ripercorrono in flashback, con nostalgia infinita, le scene del primo incontro e – fra le altre, lungo il tracciato della loro storia – quelle dell’amore in macchina con i vetri appannati):

«Quando l’ho rivisto non c’era più luce negli occhi di Luca, tutto coperto con un telo bianco appoggiato sulla poltroncina dell’auto. La portiera aperta, il cofano alzato e raggrinzito come una catena di montagne e il muso della Tipo infilato nell’alzatina di cemento che dal sottopasso si stende lungo il bivio e regge un’aiuola scoscesa piena di cespugli verdi e qualche fiore. La macchina di Luca ha puntato quel muretto e ha cercato di trafiggerlo. Quando sono arrivata vicino, c’erano solo la Punto dei carabinieri e più indietro l’ambulanza spenta».

È l’archetipo del “paradiso perduto”: prima quello dell’unità familiare e dell’infanzia serena, frantumato dall’incompatibilità dei genitori; poi quello del sogno d’amore, infrantosi contro la durezza granitica di un muro alle due e mezza di una stupida notte qualunque. È la devastante ferocia della vita, che non mantiene ciò che di bello promette. Da cui la disillusione, e l’amarezza inconsolabile, “all’apparir del vero”. Il romanzo si sviluppa in gran parte come diario della terapia psicologica, con registrazione puntuale delle sedute dal Serani e scansione approfondita del vissuto che le intramezza, fin nei minimi eventi quotidiani, all’incrocio di spazio familiare (il rapporto disturbato con la madre, i silenzi eloquenti, l’incomunicabilità) e spazio sociale (la ricerca faticosa di un lavoro e di un rapporto sentimentale stabile, il confronto con i coetanei, lo sballo del sabato sera). Emilia ha bisogno di liberarsi, di dare la stura al veleno che la incista e la incupisce. Ha bisogno di una videocamera sorda, cui peraltro lo “strizzacervelli” le consiglia di affidarsi per registrare i propri sfoghi. Lei stessa da piccola era – così si riconosce a distanza di anni – la “videocamera di casa”: «avevo il tasto rec in testa sempre acceso e incameravo tutto, parole e immagini». Viene, con questo espediente, evocata la funzione testimoniale del lettore, che fa esistere la scrittura, e le dà sostanza, luce, respiro. A che cosa va incontro il lettore? A un libro molto bello, sapientemente gestito e costruito, che rinnova la forza icastica e la robustezza della grande tradizione toscana (penso alla burbera plasticità di Tozzi, al respiro piano di Cassola, agli scatti lirici della Manzini): Silvia Volpi ha il passo della narratrice di razza. La sua scrittura è fluente e ricca di particolari “incisi”, scavati nella polpa sanguinante della vita. Eccelle soprattutto nel ritratto fisico e psicologico dei personaggi: in primis Emilia, col suo atteggiamento quasi sempre risentito e il suo piglio orgoglioso, che nascono dal bisogno di difendersi e in realtà nascondono un immenso bisogno di amore e protezione. «Ogni parola mi esce dalla bocca aspra», ammette lei stessa a un certo punto, ed è uno stupendo, veritiero ritratto del suo temperamento. Ma “bestia, che tenerezza” potrebbe essere il motto tagliato su misura per come si manifesta nella filigrana delle pagine. E poi si sorride anche: c’è spesso un filo di ironia che non guasta e che rende “ganza” e ancor più convincente la scrittura. E restano in mente certi “tipi” psicologici, come ad esempio il tizio nevrotico «di quelli che la sera mettono una ciabatta accanto all’altra prima di stendersi a letto, per poi risollevarsi e affacciarsi a controllare che siano proprio simmetriche».

Il processo di autoanalisi e consapevolezza conduce la protagonista verso un traguardo di guarigione dalle ferite profonde. E allora non più pillole, non più ansiolitici: Emilia trova lavoro e ottiene successi professionali che le danno stima di sé, consentendole una vita più solida e regolare, senza più bisogno di “sballo”.

«Mi sento come una di quelle tartarughe, finalmente guarita da ferite profonde inferte da motoscafi travestiti da uomini e donne, da auto impazzite in mezzo alla strada, da obiettivi mancati per poco, o per molto. Mi piace pensare di essere a un passo dall’acqua, dal mare aperto, dalla libertà».

Fino a quando «I nostri incontri terminano qui, Emilia» le annuncia, gioioso, Serani. Emilia ormai può camminare da sola: il peggio è superato. Emilia ha imparato che «le ombre sono fondamentali nella vita, proprio come nei disegni e nei quadri». Ha imparato che un problema, più lo esorcizzi più ingigantisce: occorre il coraggio e l’umiltà di affrontarlo, di mettersi in gioco, di aprirsi al cambiamento. Ha imparato che «le sofferenze dei giovani sono un bagaglio da non dimenticare mai», poiché «senza sofferenze, la felicità svolazza sopra di noi come un venticello qualsiasi». “Sabato pomeriggio” configura un itinerario di crescita e di inveramento individuale che l’autrice, con la sua capacità di universalizzare il dettaglio, spinge ben oltre la storia di Emilia, lasciandolo in parte trascolorare nell’affresco significativo di un’epoca, di una generazione.

Marco Onofrio     

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2 commenti
  1. . Ecco l’arco di una vita qualsiasi, che qualsiasi vorrebbe non essere. E allora si prova rabbia.
    Rabbia verso se’, verso quelle dorate gabbie che ci siamo autoimposti e allora si indossa una maschera…

  2. Eccellente recensione di un romanzo senza dubbio ben scritto, ben strutturato nelle sue parti/eventi traumatici e acutamente organizzato come una serie di sedute psicoanalitiche. Italo Svevo-Zeno Cosini è un modello sempre di grande efficacia narrativa, indipendentemente dal tipo di vita e di disagio interiore descritti.
    I romanzi di formazione, se di buona invenzione e scrittura come “Sabato pomeriggio” (icastico il titolo), attraggono il lettore interessato alle fasi evolutive della vita di ciascuno, soprattutto se l’autore sa rendere universale ciò che in realtà è strettamente individuale. Inoltre, l’ambientazione degli eventi offre un affresco del disagio esistenziale tipico di questi anni, molto diverso da quello dei giovani di molti anni fa.

    Giorgina Busca Gernetti

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