“Giorgio Caproni e Roma” di Marco Onofrio, letto da Dante Maffìa

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Marco Onofrio è una continua sorpresa: scrittore instancabile, teso a cogliere il polline che si sta muovendo nella letteratura italiana sia sul fronte della poesia, sia su quello della narrativa, del teatro e della critica. Soltanto se ci si immerge totalmente, come lui fa, nel flusso vivo di ciò che sta fiorendo, si potrà avere la possibilità di appropriarsi di quei sintomi necessari per dare fiato autentico alle proprie opere. Nella critica letteraria egli ha già dato prove di sapersi muovere con una forza e un’acutezza rare, affrontando autori di importanza internazionale come Giuseppe Ungaretti e Dino Campana, ma c’è un aspetto del suo lavoro che pochi ancora conoscono e che sta portando avanti da anni, su varie riviste. Il rapporto dei poeti e dei narratori con Roma. Non esistono al mondo città che abbiano ricevuto tanta attenzione come la Caput Mundi. Poeti di tutti i tempi e di tutto il mondo a contatto con i monumenti, con le atmosfere, con i cibi, con la gente di Roma, hanno sentito la necessità di esprimersi, così come hanno fatto migliaia di narratori riconoscendo, implicitamente, che una magia come quella emanata dai Fori Imperiali, dal Colosseo, da San Pietro (limito le citazioni) non è riscontrabile altrove. Poteva essere esente dall’innamoramento Giorgio Caproni? Ma chiariamo subito che innamoramento non significa che per forza di cose il poeta si debba assoggettare al coro delle lodi. Roma la si può amare odiandola, bistrattandola, facendo un corpo a corpo coi suoi innumerevoli difetti. In qualche modo Giorgio Caproni ha agito così, ha vissuto così la sua permanenza, sempre consapevole degli scempi e della volgarità di tanta gente incapace di riconoscere il minimo di sensibilità all’arte che si incontra per strada, non dico a quella dei musei.

Marco Onofrio, con Giorgio Caproni e Roma (Edilazio, 2015, pp. 160, Euro 13), ha saputo fare una indagine a trecentosessanta gradi sul rapporto tra il poeta livornese e Roma. E Renato Minore, nella puntuale Presentazione al libro, è esplicito: «Il viaggio dentro e intorno a Roma Marco Onofrio l’ha intrapreso attraverso la sua analisi puntualmente esibita nella sua ampia documentazione e intelligentemente condotta con il suo racconto critico assai persuasivo nel costruire  una “immagine di città” caproniana, viva e rappresentativa, piena di forza, di tensione, di energia, di un bagliore chiaroscurare che ne rafforza l’idea complessiva». La sintesi del lavoro di Marco Onofrio è in queste parole, in questo giudizio che coglie in pienezza le qualità del critico che riesce a far diventare narrazione il mondo dei poeti e anche dei narratori. Una qualità rara, perché in genere i critici sono “pallosi” e tutti preoccupati di non farsi capire, di esprimere concetti generici e lontani dalla materia trattata. Io credo che conti molto il fatto che Onofrio sia un poeta con una sensibilità capace di entrare nelle pieghe di un Caproni che non è per niente “facile” come comunemente viene detto e si crede. La poesia di Caproni ha echi profondi che arrivano da pozzi di cui non si conosce l’ubicazione, da lontananze siderali, da antichi presidi stellari, e se Marco Onofrio non avesse avuto le ali per comprenderne le sottigliezze, i risvolti occultati con perizia, le sinfonie rubate alle campane del Cupolone o delle altre chiese, non ne sarebbe venuto fuori un testo così credibile e direi necessario per poter penetrare nella trama sottile e delicata della poesia caproniana. Delicata e problematica soprattutto quando l’argomentare è teso a cogliere le ragioni e le dimensioni di un rapporto particolare, gli umori disseminati a piene mani nelle rime, tra le rime, nelle immagini elargite come lampi.

Il libro è davvero un’opera che dà all’autore de Il passaggio di Enea un posto di grande importanza tra i poeti che di Roma hanno fatto una parte preponderante della loro ispirazione, del loro interesse. “Caproni è forzato a inserirsi nel tessuto microscopico della città, a fare i conti con gli squilibri prodotti dal potere, con le sfilacciature di un sogno che non quadra, con i difetti e gli squallori continui di una metropoli che diventa sempre più abnorme, dispersiva, caotica, violenta,  disperata. È Roma, dunque, a tradire in gran parte lo spirito umanistico per cui Caproni –indirettamente – aveva scelto per viverci”. Libro  documentatissimo, che aiuta a capire meglio sia Caproni e sia Roma; libro godibile e scientificamente inoppugnabile; libro in cui la critica si accompagna alla poesia in una passeggiata caproniana nella quale contano i dettagli ben orchestrati che danno all’insieme credibilità e piacere. Non ci sono dubbi, ormai Marco Onofrio è sicuramente il critico che meglio conosce gli anfratti della città eterna, i cunicoli del Tevere, le parole dei poeti che nel Tevere si sono specchiati per rigenerarsi, per rinascere cittadini del mondo, eterni come Roma, come la poesia di Giorgio Caproni.

Dante Maffìa

 

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