“Anatomia del vuoto”, poesia inedita di Marco Onofrio

anatomia-del-vuoto

(Ilaria Buselli, Anatomia del vuoto, Tecnica: olio su tavola)

 

ANATOMIA DEL VUOTO
[dalla omonima silloge inedita]

Eccola, sta, sulla cima del monte:
domina la città, presenza oscena
cagna tessitrice di canti
enigmatica madre spudorata
porcheria infernale.
«L’abisso dove mi spingi
– sibila – è dentro di te».
Ma lui vince, diventa re
e consorte nuovo di sua madre.
Poi, però, l’inquietudine lo piega.
La nebbia dei sogni prevale
sulla luce limpida del giorno:
nasconde un rivolo maligno
un marchingegno strano.
Tutto è motivo di paura:
c’è una forza indomabile
che lo spinge ad affondare
nel terrore. Ammorba nel frattempo
la sventura: è un maleficio annodato,
arduo da sciogliere. Gli antichi vaticini
si trasformano inesorabili in realtà.
Lui indaga e soppesa le parole
dei testimoni incerti: nessuna reticenza
gli sfugge. Pur di sapere – deve ad ogni costo
conoscere il destino che gli è imposto –
esplora l’anatomia del vuoto
dove si forma ogni cosa
nella trasformazione eterna del pianeta,
e il corpo invisibile del tempo
la soglia del concavo e convesso
le nervature infinitesime
del suono («Sei tu l’assassino
che cerchi» prorompe
amaramente l’indovino) …
finché capisce che il vuoto del mondo
è il suo vuoto – aveva ragione la Sfinge.
Ucciso il padre, insolente al trivio
contro di lui “straccione” pellegrino,
ha cercato il vuoto della madre
nelle di lei viscere bagnate
dove morire, per nascere di nuovo.
L’oscura traccia della colpa antica
si svela in verità accecante.
Lei, a quel punto, si toglie la vita.
Lui si trafigge gli occhi
per non vedere più
il vuoto orrido del cosmo
dove ha spinto i genitori a scomparire,
ma solo – nella tenebra cieca –
il mondo misterioso dentro sé
dove raggiungere la pace dell’oblio:
dimenticare tutto, anche il dio
che lo ha deluso, e reso orfano
dell’infinito, ma finalmente libero
e innocente.

Edipo rivivrà in Amleto.

Marco Onofrio

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2 commenti
  1. Felice di ritrovare qui un testo inedito, testo che ho ascoltato la prima volta, dalla voce stessa dell’autore, il 6 dicembre scorso a Roma. Tutto il componimento mantiene, rigorosa, la tensione di un mito-condanna, archetipo della pena che si perpetua: quale la colpa? Quale la parte rivestita dalla responsabilità dell’individuo? Mi colpisce l’espressione “il vuoto orrido del cosmo”, che mi riporta a “himmelswüst” (che personalmente leggo come “orrido di cielo”) di Paul Celan in “Psalm” (“Salmo”). Un saluto riconoscente, Anna Maria Curci

  2. Con grande piacere trovo qui un inedito di Marco Onofrio che mi rafforza il convincimento di avere molto in comune con lui in ambito letterario, per esempio l’amore per il Mito. Del resto lo avevo già compreso dalla sua splendida prefazione al mio recente libro di poesia “Echi e sussurri” (in gran parte sul Mito) e dal suo altrettanto pregevole intervento durante la presentazione del libro a Firenze, nella prestigiosa Camerata dei Poeti, il 9 dicembre scorso.
    Non scrivo nulla sul mito di Edipo perché entrambi lo conosciamo a fondo. Mi piace, però, rilevare il modo diverso (almeno questo!) in cui rievochiamo i miti.
    Marco Onofrio si pone come “voce fuori campo” che evoca sapientemente il tragico destino di Edipo di fase in fase, fino all’inaspettato e perciò ancor più pregevole “passaggio del testimone” ad Amleto;
    io, invece, faccio rivivere un mito (p.e. Medea, Clitemnestra) partecipando ad esso e quasi incarnando il personaggio con il pugnale in mano ancora sporco di sangue.
    Attendo il libro “perfectus” per ammirare ancora una volta l’eccellenza di Marco Onofrio, qualunque cosa scriva.

    Giorgina Busca Gernetti

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