Tre poesie di Daniela Pericone da”L’inciampo”, L’arcolaio – 2015

cop“Non del silenzio ho paura/ ho paura del vuoto della caduta…”;”Pensare a chi muore/ equivale a pensare a Dio/ un unico vuoto abissale…”; e ancora: “Io non ho soluzioni da dare/ dovrei dire che quelle rimaste/ siano solo risposte sbagliate…”. La poesia di Daniela Pericone si muove su tematiche essenziali, esistenziali, fatta di discorsi a volte estremi, a volte leggeri; eccesso e leggerezza che caratterizzano l’uomo coevo ubriaco di frenesia e apparenza. Ma mai frenetici e mai apparenti sono gli stati d’animo della poetessa che attraverso la parola cerca e trova il nucleo focale, ovvero quello che potrebbe rappresentare l’esatto punto dove far convergere altezza e fondo, mare e muro. Una superficie crudele ma vera, dove non c’è posto per la logica e neppure per il globo oculare, ma un qualcosa che sa di miracolo – la vita stessa, la bellezza della poesia – nello sterminato, immortale segreto dell’esistenza.

Luciano Nota

…Autrice riservata ma furente, Daniela Pericone non può non esprimere una volontà di fuoriuscita da schemi linguistici appiattiti sull’indolenza di un luogo che spesso diventa rifugio, alibi, caverna per uomini con “clava”. La sua lingua si dibatte per dare fiato a una voce aerea, verso un panorama implementato dalla sua “contabilità” – e i venti dello Stretto, in tal senso agiscono da simbolo dialettico di una voluttà quasi ascetica…

(dalla prefazione di Gianluca D’Andrea)

Non del silenzio ho paura
ho paura del vuoto della caduta
del piede in fallo
tortura delle parole incespicate
di quelle senza controllo
delle mie parole allo sbando

le ascolto ragliare in una cantilena
senza motivo senza cervello
nervosamente m’insorgo
al solo sentirle strisciare
sgusciare dalle mie labbra
da sotto la lingua non mai dalla testa

vorrei bastonarle picchiarle
terribilmente sgridarle
e a spinte farle cadere
a calci e unghiate farle rientrare
al recinto dei discorsi sconnessi

ma come mi sanno ridurre perché
non cresca premura né venga
riparo che accolga la mia stortura
l’insensatezza il canto rotto
d’imperfezione

*

Pensare a chi muore
equivale a pensare a dio
un unico vuoto abissale
la differenza è una questione di tempi
diversi solo i ritmi degli assenti
tra chi un bel giorno svanisce
e chi è vanescente da sempre
ma vince chi se ne è andato
su chi non è mai stato

*

Io non ho soluzioni da dare
dovrei dire che quelle rimaste
siano solo risposte sbagliate
e tanto sapevo e sentivo
se annodavo un capestro ai capelli.
Eccomi ancora così
scolpita nel tempo a un’assenza
d’accordi, esiliata alla fonda
con un piede nell’acqua di mota
a parlarmi da sola, a ripetere
che va bene così, che pure una storia
maestosa sarebbe finita
ch’ogni cosa è in scadenza
– si perde la nota perfetta nell’aria insonora.
E seppure la ignori non posso evitare
una fitta infedele
– le risposte diventano schiuma
evanescenza di ipotesi, sentieri
che ridono ma non portano a niente
perché qui e ora e ancora
è un’altra la vita, un indizio
di luce inesplosa.

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