“Il figlio femmina” di Lina Raus, EdiLet, letto da Marco Onofrio

figliofemmina_small Di Marco OnofrioLina Raus, psicoterapeuta di lungo corso, si cimenta a scrivere romanzi dove – trasformando il dolore in energia creativa – sublima la sua quotidiana esperienza professionale, riverberando gli echi dei casi raccolti dai pazienti e riversando materiali dai processi di guarigione innescati (giacché il paziente si cura da sé, con l’assistenza dell’analista). Sono operazioni letterarie sapienti e sorvegliate, che si giovano di una scrittura mimetica e polimorfica, ricca di pieghe e livelli simbolici, capace di aderire con efficacia all’esistenza endogena del pensiero per trovare un interessante punto d’equilibrio tra scienza e coscienza, psicanalisi e arte, narrativa e saggistica. La letteratura diventa dunque il contraltare della psicoterapia: un modo di ricomporre i frammenti del proprio lavoro, e quindi anche del proprio sé, in una sintesi evolutiva superiore. Con questo suo quarto libro, Il figlio femmina (EdiLet, 2014, pp. 148, Euro 13), Lina Raus accosta un tema di grande attualità: il transgenderismo. E lo affronta con delicatezza di tocco e ficcante profondità, come sull’onda di un dono, sulla curva ellittica di un movimento umano di accoglienza.

Lo snodo fondamentale del libro è ravvisabile nel concetto di crisi, anch’esso di grande attualità. La crisi non come blocco disperante, ma come snodo di opportunità. Pensiamo all’inizio di ogni giorno: la risalita verso la luce comincia esattamente a mezzanotte! È dallo sprofondamento più buio della crisi che nasce lo spiraglio di salvezza. Occorre il Kairòs, il momento supremo, laddove nel massimo pericolo si cela la più grande potenzialità. E insomma: se non si è disposti ad attraversare la “selva oscura”, al chiarore della salvezza non si arriva mai. Il figlio femmina traccia la dinamica contemporanea di alcuni percorsi di conoscenza, a partire da un kairòs critico che tutti i personaggi sono, a un certo punto, chiamati ad attraversare. C’è in atto una sorta di psicoterapia “collettiva”, sia pure per vie separate, come via di liberazione dal peso che grava sulle spalle. È la mia croce e devo portarla. Ma Dio sa quanto si è curvata la mia schiena per lo sforzo, ha scritto S. Freud. La psicoterapia, per chi la affronta, è un cammino «lungo, incerto, difficile, accompagnato da tanta sofferenza». Ma il dolore è ineludibile, è la “conditio sine qua non” della guarigione. Lo psicoterapeuta è “curator animi”, cioè medico della salute mentale: scioglie i nodi interiori, i grovigli angosciosi, i traumi irrisolti. Aiuta le persone ad essere felici, o meno infelici. Lo psicoterapeuta si autoanalizza attraverso i pazienti. E si fa, a sua volta, psicoanalizzare. L’analista è un semiologo della psiche: legge tra le parole, i pensieri, i gesti, le posture, gli indizi tra “soma” e “sema”, i segnali anche minimi di chi si affida al suo ascolto. È parte attiva di un sapere socratico esperienziale, nella misura in cui sa di non sapere: «siamo ignoranti. Dobbiamo esserne coscienti davanti ad ogni situazione, anche in un caso apparentemente semplice. Ignoriamo le cause iniziali di qualsiasi fenomeno, ma poi ci accontentiamo di scoprire alcune cause secondarie». L’analista deve coltivare e praticare la complessità infinita del processo di conoscenza. La terapia va contestualizzata nella cornice di riferimento, a partire dall’ambiente da cui il paziente proviene: geografia, storia, società, famiglia. Famiglia soprattutto. Occorre sviscerare i terribili condizionamenti familiari da cui sono per sempre segnati pensieri, emozioni, sentimenti, visioni del mondo, valori, stili di vita, abitudini alimentari, etc.

L’alter ego dell’autrice, ovvero l’analista freudiana che agevola il processo di guarigione, entra quasi subito in crisi: affrontare un caso difficile obbliga a mettere in discussione tutto, anche i principi solidi e radicati. Una seconda crisi subentra quando l’analista “entra in collisione” con l’iceberg culturale e filosofico del prof. Daniel G. (“deus ex machina” del racconto), un guru della psicoterapia, che ha studiato le discipline orientali e che a sua volta entra in crisi (anche lui!) quando comincia a interessarsi, dall’esterno, del caso in cura presso la sua ex allieva. Tutto, in realtà, parte dalla crisi di Roberto, il “figlio femmina”, un giovane che a un certo punto, stanco di fingere la propria pulsione transessuale, ha trovato il coraggio di fare outing dinanzi ai familiari: «Vi siete accorti che non sono un omosessuale? Non è un ragazzo che cerco, ma una mia identità personale. Voglio sapere chi sono, perché voglio vivermi come quello che sono. Voglio provare anch’io ad essere felice». La ricerca della felicità costringe all’autorealizzazione: è felice chi diventa quel che è, chi ha il coraggio di coincidere con se stesso. Va precisato che il “gender” è l’identità psicosessuale, ovvero la percezione di essere maschio o femmina in accordo o disaccordo con il sesso genetico. Il “trans” avverte il sesso genetico dissonante rispetto al “gender”: è un uomo prigioniero in un corpo femminile, o viceversa. Roberto infatti si sente femmina dentro un corpo da uomo: vuole cambiare sesso per accogliere, da donna, il maschile che rifiuta in sé. Ma aspirare alla felicità, nelle sue condizioni, è considerato una “colpa”. È già una “colpa” essere diversi dalla presunta “normalità”. È una colpa sociale, che attira occhiate, riprovazione, rancore e talvolta violenza – psicologica e fisica –, poiché costringe gli altri a mettersi in crisi, a vedere che c’è altro, che non tutto è racchiuso dentro gli schemi acquisiti. Chiunque rompe gli schemi si candida al ruolo della vittima, del martire perseguitato, del capro espiatorio. Socrate, Gesù Cristo, Giordano Bruno, Marx: è una lunga storia.

transgenderIl senso di colpa di Roberto richiama quello della madre Cristina, a cui la crisi familiare e genitoriale spalancata dall’outing di Roberto ha imposto la terapia; e il senso di colpa di Cristina nasce dall’aver troppo desiderato una femmina, dopo due figli maschi. Una femmina che si sarebbe dovuta chiamare Asia. Quando Roberto nacque e lei vide che era maschio, non poté evitarsi di provare una certa “delusione”. Ora teme che questo desiderio abbia condizionato “in utero” Roberto, mentre lo aspettava. Cristina, andando a ritroso nello scavo eziologico, è rimasta schiacciata dalla malattia neurodegenerativa di sua madre: è cresciuta come una donna fragile, piena di insicurezze, angosce, nevrosi. Si attacca troppo a Roberto per il senso di colpa di aver desiderato che fosse Asia. Cristina ora vuole assecondare il transgenderismo di Roberto perché ancora, negli abissi della coscienza, vuole che sia femmina. Forse, a sua volta, Roberto vuole diventare femmina per non deludere il desiderio profondo della madre.

Il fulcro del problema è nel cuore della persona: «nell’insostenibile opposizione fra ciò che una persona sente di essere e ciò che il corpo, con il suo linguaggio, dice e comunica».  È un discorso che implica il rapporto fra essenza e apparenza, verità e menzogna, natura e cultura, “avere” o “essere” un corpo. Anche le cause scatenanti sono sospese tra condizionamento socio-familiare e predisposizione genetica (il cosiddetto dimorfismo sessuale). La Chiesa cattolica, come noto, non ammette il cambiamento di sesso; ma l’analista – che pure è cattolica – crede in un «Dio che vuole il bene delle persone senza discriminazioni». E invece Roberto è costretto a subire discriminazioni che fanno riflettere e indignare:  lo chiamano sin da piccolo “femminuccia” perché non gli piace giocare a pallone o fare giochi da maschio, lo additano, lo deridono, lo «prendono tutti in giro, a scuola, per strada… dovunque». La nostra è una società dove, malgrado «l’apparente liberazione sessuale, sbandierata da tutte le parti, le persone come Roberto restano etichettate come soggetti da non frequentare». I fratelli si vergognano di lui, il padre lo rifiuta e accusa la moglie di “averglielo rovinato”. Dovrebbe invece vergognarsi una società che costringe un ragazzo a dire: «non ce la faccio più. Alcuni giorni vorrei non essere nato. Ma perché, cosa ho fatto io? Sì, non sono come i miei compagni; ma non sono stato io a scegliere di essere così. Cosa volete da me?». E viene da chiedersi: cos’è che profondamente disturba nel “diverso”? Se si leggesse la transessualità in chiave metafisica, si intuirebbe che forse è un “terzo sesso”. L’ermafrodito, peraltro, era visto dalla cultura rinascimentale come essere superiore, capace di racchiudere – in una sorta di modello di perfezione – le polarità energetiche del cosmo. Che cosa vuol comunicare al mondo un transessuale? Di quale messaggio cosmico evolutivo spirituale è portatore? La diversità psichica andrebbe, in realtà, analizzata come varco di apertura per l’altrove. Si consideri ad esempio la malattia mentale per le culture sciamaniche dell’Africa: chi ne è affetto è stato scelto come “ponte” tra visibile e invisibile, per cui dovrà affrontare una terribile prova e superarla per aiutare gli altri: solo chi guarisce se stesso può diventare a sua volta guaritore.

Così, dopo Cristina, anche gli altri familiari intraprendono un percorso critico, a partire da una crisi interiore che smantella le certezze, le convinzioni, i pregiudizi. La conseguenza è che si riavvicinano a Roberto. Cristina fa capire al marito che Roberto è innocente: «Vuoi capire che non si tratta di colpa? Roberto è così, come Emanuele è biondo. Fabio è castano, tu sei alto ed io piccolina!» Il punto fondamentale è che la transessualità di Roberto non impedisce di amarlo e accettarlo come persona umana, e di lottare insieme a lui per aiutarlo ad essere felice. L’amore è infinitamente superiore ai limiti convenzionali che cercano di imprigionarlo: col suo colpo d’ala, supera d’un balzo ogni muro, ogni impedimento. Diceva S. Agostino: “La misura dell’amore è amare senza misura”. Allo stesso modo, la spinta identitaria di Roberto è letteralmente incontenibile: ha deciso, infine, di cambiare sesso, di sottoporsi alla mastoplastica, alla femminilizzazione del volto, alle cure ormonali, e – malgrado le sofferenze di cui lo avverte la psicoterapeuta – brama l’intervento genitale. L’iter burocratico e chirurgico ha il suo compimento: Roberto diventa Asia. La sua vita si apre a una gioia sconosciuta: trova un compagno con cui essere felice. I suoi familiari – al termine di un’incredibile trasformazione – sono orgogliosi di lei. Il finale è davvero emozionante, e conferma il valore neoumanistico di questo libro sospeso tra romanzo e saggio, che nasce da un serrato “corpo a corpo” con gli addentellati del “disagio” inflitto dalla civiltà – con i suoi limiti razionalistici – a tutti gli esseri dotati di cuore, oltre che di testa. Proprio contro tali limiti, Lina Raus traguarda l’ideale di una scienza olistica e interdisciplinare, di gemellaggio tra sentimento e ragione, e di accordo tra natura e cultura: un sapere aperto, fluido, capace di prefigurare una comunicazione umana finalmente autentica, basata sulla compassione, sulla condivisione, sull’empatia.

Marco Onofrio

 

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4 commenti
  1. Grazie Marco, mi hai fornito altre e nuove chiavi di lettura per un libro che, come sai, amo molto. E credo che sia questo, forse, il pregio più grande di un critico letterario…

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