Le “Comete” di Paolo Ottaviani

cometa1COMETE E COMETE

Ho immaginato di dare a ciascuna di queste poesie in forma chiusa il nome astronomico di cometa. La suggestiva ma certamente illusoria analogia con il corpo celeste valica ogni limite di inverosimiglianza se mi sorprendo a considerare come la testa di quei fenomeni luminosi vaganti nello spazio potrebbe essere rappresentata dai nove versi delle tre terzine dantesche che aprono ogni componimento, e poi la chioma dal decimo e infine la coda dai restanti dieci versi di chiusura. Mere fantasticherie da accantonare senza indugio.

Si dice però che le comete celesti abbiano vita breve. I ripetuti passaggi nelle vicinanze del Sole le spogliano progressivamente di tutti i loro elementi volatili e in tal modo quella coda scintillante così piena di fascino, che in ogni tempo e luogo ha suscitato tanta stupefatta meraviglia e provocato i più diversi presagi, o di rarefatte felicità o di incombenti sciagure, in forza di adiafore leggi chimiche e fisiche, presto si dissolve. La testa, un nucleo abbagliante di luce, composto di ghiaccio e di roccia, resiste un poco più a lungo, ma è destinata anch’essa a svanire in una nuvola di polveri o a mutarsi in un inerte, opaco asteroide.

Le comete-poesie non dovrebbero subire simili nefasti mutamenti. Esse potranno mutarsi solo nello specchio delle varie emozioni e percezioni di eventuali lettori. Ma nessuna forza esterna sarà in grado di spogliarle o ridurle all’inerzia. Per costringerle ad una vita insignificante basterà infatti tenere chiuse le pagine che le accolgono. Mi sono così convinto di quella ovvietà che chiunque avrebbe saputo riconoscere fin da subito: non v’è alcun rapporto, né di affinità né di dissomiglianza, tra le comete celesti e le comete-poesie. E tuttavia proprio questa assoluta estraneità mi è sembrata una bella ragione per scegliere il nome di cometa per queste piccole creature fatte di parole. Con esse infatti io tento la poesia e sono quindi costretto ad ubbidire a leggi altrettanto esatte e implacabili di quelle che condannano a morte le comete dei cieli.

Paolo Ottaviani

 

NEL SOLE D’UN MATTINO

La nebbia in un mattino trasparente
lungo il viale dei giganti spogli
– sapevo che dall’alto, gentilmente,

sarebbero filtrati dei germogli
di luce – e nel ricordo quella bruna,
fumante terra dei sogni, tra i fogli

pallidi delle nuvole e la luna
vaga e lieve, più diafana e più cara,
quasi invisibile alla sua laguna

che allor non vidi ma ricordo chiara.
Quel celeste ricordo
col vento di montagna
tra i platani giganti in un accordo
lieto sorrise e ancora m’accompagna.
Nebbia che si dirada,
sono indistinta goccia di rugiada,
poesia, acqua, vita,
luce che s’infinita.
Nel sole d’un mattino trasparente
me ne vado sereno incontro al niente.

 

IL CELESTE TRASIMENO

Ieri ero al lago con alcuni amici.
Nel paesaggio quasi ultraterreno
e al ritmo lento di onde incantatrici

ci accoglieva il celeste Trasimeno
disteso tra i suoi monti all’orizzonte.
Io inseguivo un fraterno arcobaleno

di pensieri leggiadri e fatue impronte.
Immaginavo un mondo buono e incline
al bello come se dal cielo un ponte

benedetto scendesse senza fine
sull’aria ingannatrice
del tramonto e una fiamma
lo forgiasse di nuovo alla radice
con musica non nota al pentagramma.
E tornava alla riva
una barchetta azzurra che sfuggiva
silente e controsole
ai sensi e alle parole.
Poi la luce tremò e fu la sera
e qualcuno mi chiese la saliera…

 

SI CALMA IL VENTO E RISORGE LA LUNA

“ch’esser convien se corpo in corpo repe
accender ne dovria più il disio”
(Dante, Paradiso, Canto II)

Si calma il vento e risorge la luna.
Distesi sulla sabbia i corpi immoti.
L’aria salmastra sceglie ad una ad una

le gocce più salate da remoti,
implacabili azzurri d’oltremare
poi le deposita a caso tra i vuoti

del cielo e della terra, sulle rare
cose disperse tra i barconi ansanti,
sulle bocche dei vivi o morti in mare,

sugli occhi lividi e cupi di erranti
mercanti di ogni sorte.
Qui è la loro dimora
nel gelo di una luna e nella morte.
Qui non nasce pietà né chi la implora.
E galleggiano inerti
tra i flutti azzurri madri e bimbi offerti
ai pesci ed agli abissi
ove per un’ellissi,
forse, della natura, si figliava
quel mostro che in noi l’anima fa schiava.

 

NEL LONTANO PROFUMO DI UNA NEVE

Nel lontano profumo di una neve
che non scese sui monti del mio cuore
né altrove mai imbiancò di vera neve

foreste o abeti o ne imitò il candore,
là in quella pura erranza di un disperso
aroma si nasconde in un bagliore

l’anima di un inverno buio e terso
che porta freddo e luce da remote
orme inseguite verso dopo verso.

È il cauto andare ineffabile dote
che si muta in pensiero
e un poco mi rischiara
come gioiosa corsa di un levriero
e mi accompagna dove va e ripara
ogni perduta cosa
che per caso passò, lattiginosa
e spesso senza nome,
accanto alle mai dome
chimere che in silenzio e lentamente
come la neve agitano la mente.

 

LA BETULLA PIANGENTE E INNAMORATA

La betulla piangente e innamorata
sta sognando il suo abete ormai rapito
dalle nuvole vergini e una fata

pura e vaga – la neve – col vestito
sdrucito dagli zoccoli dei cervi
che fuggono impauriti oltre il ferito

orizzonte del bosco – i loro nervi
sono contratti e il cuore è in tumulto –
(qui minacciosi gli uomini e protervi

lasciano indifferenti il loro insulto).
Nel bosco è notte fonda.
La betulla piangente
rincorre un sogno d’amore. Sull’onda
di un fruscio s’affaccia alla mia mente
l’abete innamorato
e la sua cima dondola: “chi è amato
– è legge del poeta –
da remota cometa
all’amore è guidato”. La betulla
crede e sorride, beata fanciulla.

 

UN SOLDATO MI DISSE NON SPARARE

Un soldato mi disse non sparare
tutti sulla collina sono morti
guarda oltre il campo spento il brulicare

delle ombre, incerte sagome, contorti
spiriti in cerca ancora di una pace,
non sono i vivi diversi dai morti

che di cenere coprono ogni brace.
Quasi tra sé cantava e controvento
(forse intravidi un suo ghigno fugace,

strano timore da spaesamento).
Parlo con i miei morti,
bisbiglio alle mie piante.
Credo finito il sogno negli assorti
volti dei cari, oltre il nudo versante.
Quale strana collina
ora ci accoglie? Siepi d’albaspina
lampeggiano nel bianco
felicemente bianco
il gelsomino nel chiaro orizzonte
poi mi risveglio e ritrovo Caronte.

 

SORELLA MIA GINESTRA

Qui, dentro un buio vicolo, dal muro
di una appartata corte, ecco s’accende
un’umile dorata luce e puro

un familiare aroma mi sorprende
nella bluastra memoria del greve
piovigginare tiepido che offende

questi inquietanti inverni senza neve.
E muoiono gli ulivi secolari
miti maestri onesti in ogni pieve,

padri dei padri, luminosi e rari.
Sorella mia ginestra
tu che ogni sorte accetti
e riconosci la pietà maestra,
tu che dispensi gioia agli architetti
d’ogni folle dolore,
reclinata alla luce, con maggiore
sapienza e con più fine
ardore le dottrine
antiche e nuove sospingi all’amore,
dimmi se il tutto è solo un vano errore.

 

ALTRA ACQUA INCONCEPIBILE

L’acqua tracima nei sogni di pietra,
dalle caverne del nulla apre abissi
di tenebre e risplende nella tetra

risonanza dei flutti dove vissi
in disparte la festa del naufragio
nel sole di mattini quieti e scissi,

altra acqua inconcepibile randagio
mi fece del pensiero fino all’arte
della parola, mio unico suffragio,

che mutò e fuse altrove ogni mia parte.
Dagli occhi di Talete,
con un lampo archetipico,
nel cuore delle rocce fuoco e sete
furono accesi nel reale, atipico
variar delle sorgenti,
nei ghiacci astrali incatenò i torrenti
poi sciolse nei vapori
lo splendore degli ori.
Ma il misterioso seme della vita
naufragato in te, con te s’infinita?

 

LA STANZA È ANCORA NUDA

Dentro il cassetto del mio comodino
c’è una foto di quando ero ragazzo,
un foglio di quaderno, un temperino…

ora ricordo… anche un piccolo mazzo
di stelle alpine e forse cinque biglie
smemorate del tempo in cui uno sprazzo

di cieche, febbrili ondemeraviglie
mi trasformò in un bimbo che ascoltava
l’ignoto e il mare dentro due conchiglie

giganti che mio padre mi donava…
La stanza è ancora nuda
e il rumore del mare
troppo vicino perché io m’illuda.
Ma è vero il dono che insegna ad amare.
Sul mio foglio aleggiavano
corvacci minacciosi che svolazzavano
già alti sopra il paterno
tetto e sul mio quaderno
s’avviava alla luce una poesia-
preghiera: non scendete, andate via!

 

UN RAGAZZO LUNARE

Sorride in hora mortis una madre.
È il tempo inquieto del dolce vagare.
Precipitano rondini leggiadre

contro l’azzurro d’acciaio del mare.
– È un po’ come morire – e sorridente
va in una luce incerta ad irrorare

di caldo sangue una radice ardente.
Nessuno in questo deserto s’inchina
a pregare e nessuno veemente

insulta il cielo sopra la collina.
Solo va pensieroso
un ragazzo lunare
e terrestre in cammino su un petroso
tratturo antico ove non può strappare
la carne del suo cuore
dalle rocce che il caso – o forse amore? –
in ogni angolo scaglia
senz’ordine o avvisaglia.
S’incurva sulla terra e sulla luna,
ritrova la sua luce in una cruna.

 

NON TI ILLUSERO I BOSCHI
(A Eugenio Grandinetti)

Non t’illusero i boschi di Belsito
che, a un tempo miti e violenti, sapevano
tra le sterpaglie e il sentiero smarrito

perché due cuori congiunti tacevano
quell’accordo abissale e doloroso
che il figliopadre e il figlio intravedevano

lungo il cerchio ontologico a ritroso.
Fu poi la scuola bella di Telesio,
a Cosenza, a chiarire l’ingegnoso,

fine artificio, contro ogni vanesio
immaginare il mondo,
che natura ripete
– non sempre eguale! -, sicché furibondo
fa chi col dogma vuol spenta ogni sete.
Ma tu anarchico mite
ai sordomuti un bel meteorite
accendi di parole
non udite sotto il sole,
per un sorriso forse mai più spento
“come fumo nell’aria senza vento”.

Nota metrico-rimica

Con il nome di cometa ho voluto indicare una composizione poetica a forma chiusa di 20 versi, composta da tre terzine e da una stanza dove albergano cinque versi settenari e sei endecasillabi. I primi dieci versi ripetono il modello dantesco delle rime incatenate. Poi, dall’undicesimo al ventesimo verso, gli endecasillabi si alternano e si intrecciano con i settenari, rispettando sempre questa rotta metrico-rimica:

ABA / BCB / CDC / DEsett.Fsett.EFGsett.GHsett.Hsett.II

num015ottavianiPaolo Ottaviani è nato a Norcia nel 1948 e vive a Perugia. Laureato in Filosofia con una tesi su Giordano Bruno, ha pubblicato negli Annali dell’Università per Stranieri di Perugia saggi sul naturalismo filosofico italiano. È stato direttore della Biblioteca della medesima Università e ha fondato la rivista Lettera dalla Biblioteca. In poesia ha pubblicato le raccolte Funambolo (Edizioni del Leone, Spinea, 1992) con prefazione di Maria Luisa Spaziani, Geminario (Edizioni del Leone, Spinea, 2007), Il felice giogo delle trecce (LietoColle, Faloppio, 2010), il quaderno d’arte diretto da Eugenio De Signoribus Trecce sparse (Fioroni, Fermo, 2012) e, unitamente a Walter Cremonte, Piccolo epistolario in versi (LietoColle, Faloppio, 2013), Nel rispetto del cielo (puntoacapo Editrice, Pasturana, giugno 2015).

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9 commenti
    • Sarà soprattutto perché amo l’ambiente naturale da sempre, ed in particolare quello umbro, cui Paolo Ottaviani fa riferimento, molto più degli astri e le comete cui il poeta vorrebbe ispirarsi, traducendo poi la fascinazione in metrica a forma chiusa di 20 versi,”esatte ed implacabili”, che ho ammirato queste liriche proposte dall’autore.
      Certi versi, come quelli dedicati al familiare aroma delle ginestre, fiore pietoso e consolante dentro un desolato greve paesaggio, reso folle di dolore dalla nostra insipienza, in una stagione caratterizzato da pioggia tiepida in inquietanti inverni senza neve, in cui la natura si abbandona alla morte come gli ulivi secolari …., sono di grande suggestione e malinconica speranza, come quelli dedicati al lago Trasimeno “celeste… disteso tra i suoi monti all’orizzonte” come un grande sogno di pace, dove “la betulla piangente…rincorre un sogno d’amore”; “La betulla/ crede e sorride, beata fanciulla”: potessimo farlo anche noi!.

    • Fanno uno strano effetto le terzine dantesche, incatenate a contenere argomenti tanto più fragili ed immagini tutte interiori, quasi in dissolvenza, anziché la solida realtà pregna di significato, di robusta moralità e certissima fede del Sommo. Forse il piacere vero di queste letture, come in certa cucina agrodolce, sta proprio in questo contrasto.

  1. Il senso dell’origine della silloge , Comete, – magnificamente descritto nell’auto presentazione ( è difficile far meglio di così, caro Paolo, va a finire che declino l’offerta e ti “autopresenti”) – si riversa nelle necessità di un significato , di un discernimento del tempo che – anche se non conclusivo -. sia almeno l’impronta , come presagio di paradiso. Ci sono versi di una bellezza assoluta ( “precipitano rondini leggiadre/contro l’azzurro d’acciaio del mare”), o squarci ed echi di nostalgica calda intensa umanità ( “anarchico mite/accendi parole/non udite sotto il sole/per un sorriso mai più spento/”come fumo nell’aria senza vento”), per un viaggio dell’arte attraverso la storia , attraverso le radici dell’uomo , in cui ogni minimo passaggio è un fibra di vita e di storia dell’Universo ( i boschi, le rocce, gli ulive e le betulle dell’Umbria, Leopardi, la luna, le stelle, che hanno perduto la loro immobilità, hanno anch’esse una storia , un destino, che ci riguarda da vicino). Non ci sono entrata ed uscita in questo tuo viaggio, ma l’attesa del tempo pe ritrovare un dono incompreso e forse immeritato, la sua quiete misteriosa e assoluta , e il tuo costante sforzo di grazia.

  2. Poesia che attorciglia il meglio della tradizione con la maniera introspettiva e accurata del lirismo moderno. La poesia di Ottaviani occupa uno spazio di paesaggio, un racconto di vita con tutte le sue stagioni. Il suo è un lavoro di cuore, un “simbolo” del concreto decesso e rinascita del tempo corrente.

  3. Un mix , credo riuscito , di modernità / tradizione , con particolari lacerti di sensibilità linguistica- subito distinguibili- che fanno onore ad Ottaviani e ai suoi referenti “naturalistici” giustamente valorizzati .
    Grazie
    leopoldo –

  4. Queste poesie di Paolo Ottaviani mi suscitano un senso di “fratellanza” nel culto della classicità, che non è solo perfezione prosodico-metrica, greco-latina prima, successivamente europea o tradizionale, ma anche osservazione emozionata della natura e ascolto delle sue voci.
    Le rime appaiono spontanee, non come accade in alcuni poeti che si sforzano di scrivere in rima e trovano soluzioni veramente astruse, se non ridicole o assurde. Le numerose figure retoriche, in particolare il mio amato “enjambement”, non sono artificiose, ma congruenti con la scelta delle forme poetiche chiuse e della poesia di stile classico.
    Come è già stato detto, la classicità si sposa con la modernità del sentire e del linguaggio, colto sì ma non arcaico.
    Le mie più sentite congratulazioni

    Giorgina Busca Gernetti

  5. Il tempo di Natale 2015 è stato segnato da numerosi gravissimi eventi di violenza che hanno invaso l’area geografica, in particolare di tutto il mare mediterraneo, dalla antica Gallia ad ovest, all’Anatolia ad est. Per fare solo un esempio, è sufficiente ricordare l’età romana di Giulio Cesare.
    E perciò la stella cometa, anche nei presepi, è apparsa opaca fino a sembrare spenta.
    Ma per fortuna mi sono consolato, abbastanza, a leggere ripetutamente nel corso di alcune settimane , tra un anno e l’altro, le “Comete” di Paolo Ottaviani. Dove ho molto apprezzato la naturalezza a tradurre un contesto universale in moduli autobiografici e in forme di gradevole e assoluta liricità! Tanto che il mio spirito si è disposto naturalmente al fascino della personalità poetica dell’autore, la quale mi ha trasmesso punte di intensità affettiva e di illuminazione figurativa.

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