Nel 750° della nascita di Dante … essere in carità è qui necesse (Paradiso, III, v. 77), di Giovanni Caserta

220px-Portrait_de_DanteL’Inferno era il regno delle tenebre, ovvero dell’”aria sanza tempo tinta”. Non esistevano stelle. “Quivi sospiri, pianti e alti guai / risonavan per l’aere sanza stelle” (Inferno, III, vv. 21-30). Vi  folleggiavano  “tre  furie infernal di sangue tinte, /  che membra femminine avien e atto / e con idre verdissime eran cinte; / serpentelli e ceraste avean per crine, / onde le fiere tempie erano avvinte” (Inferno, IX, vv. 38-41).

Con la salita al Purgatorio, avvenuta in una bella alba serena, per fortuna il paesaggio cambia nettamente, foriero esso stesso di speranza. In lontananza, all’orizzonte, verso il polo sud, è possibile vedere “quattro stelle / non viste mai fuor ch’alla prima gente” (Purgatorio, I, v. 24).  Non c’è commentatore che non veda, in quelle quattro fulgide stelle, le quattro virtù cardinali, cioè fortezza, giustizia, prudenza e temperanza. Ma è solo in cima al Purgatorio, che, arrivata Beatrice e compiuto il ciclo di purificazione, finalmente si possono trovare tre donne che, procedendo accanto al carro raffigurante la Chiesa, “in giro dalla destra rota / venian danzando:  l’una tanto rossa / ch’a pena fora dentro al foco nota;  /  l’altr’era come de le carni e l’ossa / fossero state di smeraldo fatte; / la terza parea neve testé mossa; / e ora parean dalla bianca tratte, / or dalla rossa; e dal canto di  questa / l’altre toglien l’andare tarde e ratte” (Purgatorio, XIX, vv. 120-129). Quelle tre donne rappresentano, rispettivamente, la carità, la speranza e la fede, cioè le tre virtù teologali.

Però, per avere, oltre che la presentazione, anche la loro celebrazione, bisogna arrivare nell’alto del Paradiso, dove tre grandi santi se ne assumono il compito. E sono san Pietro per la fede, san Giacomo per la speranza e san Giovanni per la carità; insieme occupano lo spazio tra canto XXIV e canto XXVI. Si è nel cielo dello Stelle Fisse, o ottavo cielo, luogo del trionfo di Cristo. Il “racconto”, ovviamente, è tutto dotto e teologico. Difficile, perciò, è trovare spiragli di poesia; ma non si può non sottolineare l’intensità del sentire, che vuol essere, da parte di Dante, calda attestazione delle proprie convinzioni.

Perché la celebrazione abbia la necessaria solennità, tutto si svolge nella condizione di un vero e proprio interrogatorio, in cui, su sollecitazione di Beatrice, ognuno dei Santi interroga Dante sulle sue certezze. E’ un interrogatorio da professore ad alunno.  In realtà, non ce ne sarebbe bisogno, perché sentimenti  e convinzioni di Dante sono ben chiari ai Santi, che tutto leggono in Dio. Ciò che è implicito, però, bisogna che diventi esplicito, a gloria di Dio e dell’intero Paradiso. Rivolgendosi a san Pietro, Beatrice è ben chiara. “O luce etterna del gran viro – dice –  / a cui Nostro Signor lasciò le chiavi / ch’ei portò giù di questo gaudio miro [il Paradiso] // tenta [interroga] costui di punti lievi e gravi, / come ti piace, intorno della fede, / per la qual tu su per lo mare andavi. // S’elli ama bene e bene spera e crede, / non t’è occulto perché ’l viso hai quivi / dov’ogni cosa dipinta si vede; // ma perché questo regno ha fatto civi / per la verace fede, a gloriarla / di lei parlare è ben ch’a lui arrivi” (Paradiso, XXIV, vv. 34-45).

Dante, posto nella condizione di timido “baccelliere” da interrogare, deve rispondere ad una prima domanda, piuttosto complessa, ma seccamente posta: “Fede che è?”. Interessante è la risposta: “Fede è sostanza di cose sperate”. Sarebbe come dire che, se dovesse mancare la fede, mancherebbe anche la speranza. Il che è nella più rigorosa logica del sillogismo aristotelico. Sperare nella salvezza eterna, infatti, presuppone che ci sia un aldilà, un Dio e un Paradiso. Ma la fede è anche presupposto di cose invisibili e non argomentabili con la ragione umana. Che però sono vere, perché non sono irrazionali, ma semplicemente soprarazionali.

241px-Dante_LucaAltra domanda insidiosa riguarda l’attestazione di fede, provata dai miracoli che, secondo fede, sono stati compiuti. Di tali miracoli, però, parlano coloro che si dicono anche testimoni. Manca la prova oggettiva o controprova. La risposta di Dante è tale da chiudere ogni argomento in contrario. Che se il trionfo del Cristianesimo fosse avvenuto senza miracoli – dice -, miracolo sarebbe il fatto stesso di un trionfo avvenuto senza miracoli. Come si spiegherebbe, altrimenti, che un povero pescatore, quale fu Pietro, venuto in campo povero e digiuno, fosse il fondatore della grande Chiesa romana, ancorché essa, in tempi nuovi, traligni? Non resta, a Dante, se non esprimere il contenuto della sua fede, espresso così come in gran parte è racchiuso nell’odierno Credo. Ed è tanto convincente, ma anche tanto accorata la professione dell’allievo, che il maestro, senza parola e solo con un gesto, esprime tutta la sua soddisfazione, usando una forma  che non è del Santo, ma dell’uomo. Infatti – conclude Dante  – “come  ‘l segnor ch’ascolta quel che i piace, / da indi abbraccia il servo, gratulando / per la novella, tosto ch’el si tace; // così, benedicendomi cantando, / tre volte cinse me, sì com’io tacqui, / l ’apostolico lume al cui comando / io aveva detto; sì nel dir gli piacqui” (Paradiso, XXIV, vv. 148-154).

Ad interrogare Dante sulla speranza è invece san Giacomo, il cui sepolcro, in Compostella, era, ai tempi di Dante, meta di solenni pellegrinaggi. Notevole, anche qui, è la dimensione tutta terrestre, con cui san Giacomo, incontrandosi con san Pietro, con lui si congratula, scambiando umana festosità. Il pensiero corre a “quando il colombo  si pone / presso al compagno [e] l’uno all’altro pande, / girando e mormorando l’affezione” (Paradiso, XXIV, vv.  148-154). Quindi, “poi che il gratular  si fu assolto”, san Giacomo prende il posto di san Pietro, senza che questi a si allontani. Si vuol dire che non si può celebrare la speranza, se non alla presenza della fede.  Infatti – ricorda Dante, “tacito coram me ciascun s’affisse, / ignito sì che vincea il mio volto”(Paradiso, XXV, vv. 24-27)

Né san Giacomo osa avviare l’interrogatorio, se prima non lo abbia sollecitato, e quasi autorizzato, Beatrice, voce della Grazia e della Verità. Tutto avviene secondo un ordine, che è anche gerarchico. Anche qui la domanda è secca, si direbbe “senza ambagi”. Ad un Dante, ancora abbagliato, si chiede: “La spene […] /  dì quel ch’ell’è e come se n’infiora / la mente tua, e dì onde a te venne” (Paradiso, XXV, vv. 40-48).

Come si vede, la domanda implica tre risposte: la definizione della speranza; donde essa deriva; e se Dante si nutre di speranza. A quest’ultima domanda risponde opportunamente Beatrice, evitando che Dante, dicendo che ha buoni motivi per sperare nella vita eterna, possa commettere un atto di superbia e, comunque, di presunzione o, per dirla con Beatrice, di “iattanza”. Alle altre due domande, invece, egli può tranquillamente rispondere, riguardando esse la dottrina e non la sua persona.  La risposta è puntuale e precisa. Circa la natura della speranza, si dice che essa  è “uno attender  certo / della gloria futura, il qual produce / grazia divina e precedente merto” (Paradiso, XXV, vv. 67-69). Quanto invece alle “fonti” della speranza, esse sono rintracciabili nei numerosi testi del Vecchio e  Nuovo Testamento, che ricordano quale sarà e qual è la vita eterna per le anime beate. Né mancano scritti dello stesso san Giacomo.

Le risposte sono giuste, tanto che più intensa si fa la festa di danze, canti e luce. Ed ecco che tra san Pietro e san Giacomo si incunea l’anima di un terzo beato, che, inserendosi nel canto e nella danza, si fa più splendente, se  è possibile, che gli altri tutti. E’ san Giovanni, l’apostolo della carità, che Cristo, sul Calvario, volle come suo sostituto nel cuore ella Madre, quale secondo figlio. San Giovanni, infatti, spinto da ardore di carità, fu l’unico degli Apostoli ad assistere Cristo ai piedi della Croce, insieme alla Madonna. E’ giusto, quindi, che, ad interrogare Dante sulla carità sia proprio lui. La sua domanda tende a sapere verso qual fine della vita terrena e ultraterrena è rivolta  l’attenzione del poeta, ovvero a qual valore si uniformi la sua esistenza. La risposta  di Dante è così formulata: “Lo ben che fa contenta  questa corte, / Alfa e O è di quanta scrittura / mi legge  Amore o lievemente o forte”  (Paradiso, XXVI, vv. 16-18). Vuol dire che Dio è amore e a Lui gli uomini si devono conformare, nel senso che, come Dio ha amato l’uomo, così l’uomo deve amare Dio e, di riflesso, ad imitazione di Dio, deve amare e  volere il bene dell’uomo, sua creatura.

E’ interessante notare come, mentre per la fede e la speranza le fonti sono tutte sacre, appartenenti alla teologia e alla Sacra Scrittura, a sostenere il valore e il ruolo della carità ci sono anche “filosofici argomenti” (Paradiso, XXVI, v. 25). E’ quanto dire che, a spingere verso l’amore, ci sono certamente la Sacre Scritture, ma non di meno contribuiscono, di per sé, “l’intelletto umano” e “le autoritadi a lui concorde” (Paradiso, XXVI, vv. 47-48). Insomma, “amare il proprio prossimo come sé stessi”, e ”non fare agli altri quel che non si vorrebbe fosse fatto a sé stessi”,  non è materia solo di fede. Certo, la religione dà sicuramente maggior forza e maggiore certezza alla carità, collegandola  alla speranza del premio eterno. L’avrebbe detto netto, da filosofo, alcuni secoli dopo, anche Kant, trattando del primato della Ragion Pratica. La fede, insomma, non è indispensabile.

330px-Andrea_Pierini_-_Dante_alla_corte_di_Guido_NovelloPrecedentemente, del resto, parlando della speranza, e del desiderio di Paradiso, Dante ha detto che, a nutrire la speranza,  è il “precedente merto” (Paradiso, XXV, v. 69), cioè le buone azioni che si sono compiute in vita, prima della morte. Se ne ricava che né la fede né la speranza possono garantire la salvezza eterna se ad esse non si collega la carità, cioè le opere buone. E’ innegabile, peraltro, che si può avere fede e non esercitare la carità. E’ altrettanto innegabile, per altro verso, che la carità può esistere anche quando manchi la fede e, di conseguenza, la speranza del Paradiso. La storia umana è piena di grandi uomini, martiri del bene, che non ebbero né fede né speranza.  Nella carità, per ciò stesso, possono ritrovarsi, e si ritrovano, fianco a fianco, credenti e non credenti, talché si può dire che la carità, più che la fede e la speranza, è il miglior collante che ci possa essere per il dialogo, la tolleranza, la solidarietà e, di conseguenza, la pace.  Vero è, infatti, che proprio la fede, spesso, è stata fonte ed è fonte di divisione, di odio e di guerre religiose, che,  fra le guerre, sono le più inutili, le più barbare, e, perché combattute in nome di Dio, le più folli e le più sanguinarie. Su queste verità, per fortuna, è ormai collocata anche la più vicina e avveduta dottrina cattolica che, tra fede, speranza e carità, ha consegnato il primato proprio alla carità.

E’ recente, infatti, la chiara  proposizione di papa Francesco, che, calcando le orme del suo predecessore, papa Ratzinger, e ricordando come per molti cristiani la vita religiosa si traduca nelle sole forme della preghiera, del rito e degli atteggiamenti esteriori, quasi che la religiosità sia un modo di apparire e non di essere, ha scritto, con l’efficacia anche un po’ rude della sua parola, che Gesù condanna questa spiritualità della cosmetica, cioè apparire buoni, belli. La verità di dentro è un’altra cosa! Gesù condanna le persone di buone maniere ma di cattive abitudini, che non si vedono e si fanno di nascosto”.

Molti dicono: “Quello che vale è la fede!”. Ma quale fede?  – incalza  papa Francesco. La fede  vera, ha detto, è “quella  che si rende operosa per mezzo della carità. E’ il discorso di Gesù al fariseo. La fede non è soltanto recitare il Credo: tutti noi crediamo nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo, nella vita eterna… Tutti crediamo! Ma questa è una fede immobile, non operosa. Quello che vale in Cristo Gesù è l’operosità che viene dalla fede o meglio la fede che si rende operosa nella carità, cioè torna all’elemosina. Elemosina nel senso più ampio della parola: staccarsi dalla dittatura del denaro, dall’idolatria dei soldi. Ogni cupidigia ci allontana da Gesù Cristo. Gesù ci consiglia questo: ‘Non suonare la tromba’. Il secondo consiglio è : ‘Non dare soltanto quello che avanza’. E ci parla di quella vecchietta che ha dato tutto quello che aveva per vivere. E loda quella donna per aver fatto questo. E lo ha fatto un po’ di nascosto, forse perché si vergognava di non poter dare di più”.

Che cosa se ne ricava, dunque? Che se un uomo ha la fede, ma non ha la carità, non dovrebbe avere speranza di andare in Paradiso. E potrebbe essere vero anche il contrario, cioè che un uomo, il quale eserciti la carità, ma non abbia la fede, ha comunque diritto alla speranza di raggiungere la beatitudine. Dante, ovviamente, nato 750 anni fa, non osa tanto, come è vero che gli “spiriti magni”, pur “magni”, quali Aristotele, Platone, Euclide e altri, non avendo essi avuto il battesimo, sono posti nel Limbo e non in Paradiso.  E’ anche vero, però,  che, insieme a quegli “spiriti magni”, con grande atto di coraggio, egli pone il Saladino, virtuoso e nobile sultano d’Egitto e Siria, musulmano. E’ già un ardito passo verso il superamento della intolleranza religiosa e della religione che si fa fonte di odio. E tuttavia, un  genio e un uomo libero, quale Dante fu, non poteva fermarsi a tanto. Egli sa che, un giorno, scompariranno il Limbo, l’Inferno e il Paradiso. Sarà quando, dopo il Giudizio Universale, i buoni siederanno alla destra e i cattivi alla sinistra di Dio Padre Onnipotente. Ma dove saranno mai le anime del Limbo, “spiriti magni”,  cultori della carità? Sia  pure in forma dubitativa, Dante una risposta volle darla, facendo un ulteriore passo avanti. Si è sempre chiesto e ha sempre chiesto: “Un uomo nasce alla riva  / dell’Indo, e quivi non è chi ragioni / di Cristo né chi legga né chi scriva; // e tutti suoi voleri e atti boni / sono, quanto ragione umana vede, / senza peccato in vita od in sermoni. // Muore non battezzato e sanza fede: / ov’è questa giustizia  che ’l condanna ? / ov’è la colpa sua, s’ei non crede?” (Paradiso, XXVI, vv. 70-78).

La domanda è delicata, tanto che l’Aquila che gli risponde, voce degli spiriti giusti, non manca di rimproverare a Dante l’arditezza della questione posta; e, purtuttavia, non esita a dare una risposta possibile, che è anche il pensiero di Dante. “Ma vedi – dice: – molti gridano ‘Cristo, Cristo!’, / che saranno in giudicio assai men prope / a lui, che tal che non conosce Cristo: // e tai Cristiani dannerà l’Etiòpe, / quando si partiranno i due collegi, / l’uno in etterno ricco, e l’altro inòpe” (Paradiso, XXVI, vv. 106-111). E’ quanto dire che l’Etìope, senza battesimo e senza fede, si salverà; molti Cristiani, invece, che ogni mattina si battono il petto e dicono “Cristo, Cristo”, si danneranno. E a rimproverarli ci sarà l’Etìope.

Che si poteva dire di più rivoluzionario, 750 anni fa? Ma che meraviglia c’è? La ragione, a volte, è più forte della fede. E arriva prima.

Giovanni Caserta

Annunci
3 commenti
  1. Quando Dante risponde alla poderosa domanda di quale sia il fine della sua esistenza, e lui risponde: “Lo ben che fa contenta questa corte, / Alfa e O è di quanta scrittura / mi legge Amore o lievemente o forte”, ecco, la sua risposta, semplice e strepitosa, non dice con modestia di non aver altro fine che quello d’essere poeta? Lo ben che fa contenta questa corte.
    Grazie Giovanni Caserta, che si può chiedere di più a uno scritto se scatena pensieri e sotto pensieri!

  2. La poesia di Dante è così grande, così ricca e attuale sempre che vi possiamo trovare tutte le risposte allo nostre domande-

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...