Giovanni Paisiello, genio musicale tarantino, di Augusto Benemeglio

170px-PaiselloVigeeLeBrun1. Un genio al pari di Beethoven

Giovanni Paisiello  non è solo il maggior rappresentante della cosiddetta opera buffa, ma è un genio  al pari di  Beethoven! Parola di  Paolo Isotta,  critico musicale del Corriere della Sera. Ed è  proprio in omaggio a questo genio della musica , nato a Taranto nel 1740 , che fu inaugurata, nella sua terra, la 32^  edizione del Festival della Valle d’Itria , a Martina Franca, riproponendo il suo dramma lirico ,“ I giuochi di Agrigento”. Era il 21  luglio 2006  e dall’allora vicina Gallipoli andai a vedere l’opera ,in compagnia di un grande amico melomane, Angelo Amendolagine, di Terlizzi. Il dramma , sotto la direzione attenta , elegante , stilisticamente ineccepibile, del maestro Giovambattista Rigon , è stato un grande successo, come lo fu nel 1791 alla Fenice di Venezia. Da ricordare una Maria Laura Martorana perfettamente calata nel ruolo di Aspasia, principessa di Locri, con  due arie di straordinario fascino e grande virtuosismo , il controtenore siriano Razek Frnçois Bitar ,voce dal colore scuro, Mara Lanfranchi nel ruolo sopranile di Egesta, il tenore Marcello Nardis , il basso Vincenzo Taormina, dalla dizione chiarissima e dal bel colore vocale. Ottimo il Coro Slovacco di Bratislava diretto da Pavel Procházka, volutamente collocato dal regista in orchestra quasi fosse elemento timbrico caratterizzante dello strumentale, così come l’Orchestra Internazionale d’Italia.

2. Poteva essere un altro Farinelli

E’ un  dramma simile alla Clemenza di Tito di Mozart , – mi dice Amendolagine – con un’aura elisia fatta di combinazioni di clarinetti, oboi, fagotti, che sono solo di Paisiello ,  una scrittura orchestrale così piena di fantasia e di innovazioni da anticipare  il “Sogno d’una notte di mezza estate” di Mendelssohn , un’opera che ricorda il giovane  Beethoven e Hayden.

Ascoltando le note immortali del maestro tarantino, recuperato alla sua antica grandezza , forse ,  per un attimo, in quelle contrade , che furono a lui ben note , gli antichi trulli e gli ulivi della valle dell’Itria avranno sentito riecheggiare  la sua bella voce , quand’era un giovinetto quattordicenne che aveva fatto innamorare di sé perfino i  severi Gesuiti . Che  forse, chissà,  ne avrebbero voluto fare una voce bianca.  Un castrato , come usava a quel tempo. Magari Giovanni sarebbe potuto diventare un altro Farinelli!. Ma ormai era tardi per il canto e tuttavia il suo destino era nella straordinaria bellezza  della sua voce che fece orientare i suoi genitori decisamente nel versante musicale , al conservatorio di Sant’Onofrio , a Napoli, capitale del Regno , dove studiò sotto la supervisione di Francesco Durante, e rapidamente s’impose come compositore fino a raggiungere i vertici della fama e della notorietà di quel tempo.

3. La  Scuola Napoletana

Qui va detto , per inciso , che della pletora dei compositori della Scuola Napoletana di quell’epoca , i  grandi e talora  grandissimi  musicisti (Cimarosa a parte) non erano napoletani, o campani, ma  pugliesi. Oltre al  Grande Paisiello , che superò di gran lunga il suo maestro Durante , c’erano il brindisino Leonardo Leo  , autore del Demoofonte , che  era un altro genio musicale . E poi il bitontino Tommaso Traetta, considerato il Gluck italiano, recentemente rivalutato.

La musica , per Paisiello, – annota Gallina – è bellezza e purezza , semplicità di canto mediterraneo , è cielo e mare , apre riviere , spazi e controspazi,  non vi sono graffi e ragnatale nella sue melodie , né ombre nelle sue armonie . Tutto è  chiaro, solare , le sue note sono figlie del sole che danzano nei giardini degli dei , la sua musica è tutta velami e chiome, tappeto degli angeli , rifuggente da  qualsiasi ambiguità; e l’orchestrazione è brillante, non segue le asfittiche norme accademiche del tempo, ma si adatta alla situazione psicologica del testo e cerca di rivestire ogni brano di un elegante abito sonoro settecentesco.

226px-Catherine_II_by_F_Rokotov_after_Roslin_(c_1770,_Hermitage)4. La zarina Caterina II

Giovanni Paisiello, ‘o tarentino,  non è stato solo un geniale precursore dello stile classico-romantico , ma uno dei  grandi protagonisti della scena del diciottesimo secolo. Un compositore d’autorità e di successi quasi senza rivali , nelle corti più fastose e ambite d’Europa. Dal 1776 al 1783 fu a Pietroburgo , dove era stato invitato da Caterina II che gli tributò onori rari ( Paisiello era l’unico ad accedere direttamente nelle sue stanze, senza farsi annunciare). In Russia  compose opere come “ La serva  padrona (1781) e il Barbiere di Siviglia (1782) , che godettero di enorme successo e tennero botta per molti lustri nelle  corti d’Europa nonostante ci fossero musicisti come Mozart, Hayden, Salieri . Il suo “Barbiere” , in Russia, fu a lungo preferito perfino a quello di Rossini , scritto 34 anni dopo ,  e che in qualche misura  era debitore al compositore pugliese. Da Pietroburgo , Paisiello si fermò a Varsavia e a Vienna, su invito dell’imperatore Giuseppe II  e in suo onore compose  Re Teodoro (1784).

5. Ritorno a Napoli

Poi tornò a Napoli , nominato maestro di cappella e compositore da Ferdinando IV e scrisse la Bella molinara (1788) , opera che fu oggetto di  studio e variazioni sia da parte di Beethoven , che Paganini, –  che apprezzavano moltissimo il maestro tarantino – e subito dopo quello che viene ritenuto il suo capolavoro, “Nina , o sia la pazza per amore “ che fu rappresentata  per la prima volta (in un atto) il 25 giugno del  1789 – l’anno della rivoluzione francese – nel Belvedere di San Leucio a Caserta. Tra il pubblico sedeva Carlo Goldoni che si complimentò sia con Paisiello che con il librettista Marsollier de Vivietères per aver saputo «far tollerare in scena la  rappresentazione prolungata della follia come elemento di tutta la commedia:”

Nina così diventava la capostipite di altre folli in amore come Lucia e Lucrezia di Donizetti e Imogene e Elvira di Bellini. Tali  opere gli consentirono di campare di rendita fino alla vigilia della rivoluzione napoletana  del 1799, in cui  ‘o Tarentino si schierò con i repubblicani . Abortita la rivoluzione, il re gli diede un calcio nel sedere e lo fece ruzzolare nelle chiese piene di tanfo e di polvere.

235px-Leopoldo_Giovanni_Borbone_Salerno_1790_18516. Popò, principe di Salerno, e la nasologia

Fu in questa fase che il musicista pugliese  entrò in amicizia con Leopoldo,  detto  Popò , il principe di Salerno,  forse il figlio  più intelligente, più colto e più spiritoso della nidiata di Ferdinando IV,  – ma anche il più squattrinato – che stravedeva per lui e diceva senza esitazione che era meglio di  Salieri e di Mozart. Un giorno lo fece convocare e lo intrattenne in una conversazione piena di garbo e di spirito. Si parlò di nasologia , (Popò aveva un bel nasone , degno della migliore tradizione e sosteneva che Nabuccodonosor era stato chiamato così per via del naso e che l’Imperatore Augusto era geloso del nasone Ovidio, anzi temeva che gli facesse perdere l’impero ed è per questo che l’aveva esiliato) , e di nimbologia ( la nuvola è simile ad un cordone ombelicale – diceva – gettato dai  cieli  per determinare l’essere e l’avvenire di ogni individuo. Gli antichi per questo leggevano il cielo, o ssapite, Tarentì?), poi parlarono di  donne in genere , consumando un sorbetto al limone. Nel salutare il musicista , il principe Popo’  gli disse: “Neh, Tarenti’, diciteme na cosa, quale delle vostre opere considerata la più grande?” E Paisiello, quasi arrossendo, abbassando la voce: Altezza Reale, ‘a Fedra!. Ma  Popò replicò: Nun’ è ‘o vero , Paisiè, o capolavoro vuost’è ‘a Nina. E il maestro , di fronte  a tale autorevole parere, dovette chinare il capo. E se ne uscì dal Palazzo bestemmiando come un turco. Maledetto , infame destino, il mio. Ne ho trovato uno solo a cui piace ancora la mia musica, qui a Napoli, “e nnun tiene manc’ ‘ll’uocchie pe’ cchiagne”.

180px-Gros_-_First_Consul_Bonaparte_(Detail)7.Napoleone

Ma di lì a poco la sua stella tornò a brillare , grazie al console Napoleone Bonaparte , che non aveva  dimenticato la marcia che Paisiello aveva composta per il funerale del generale Hoche cinque anni prima e lo chiamò a Parigi  nel 1802, per affidargli l’incarico di maitre de chapelle , trattandolo munificamente. Paisiello dirigeva la musica di corte alle Tuileries con uno stipendio di 10 mila franchi, oltre a 4800 per vitto e alloggio. Napoleone stravedeva per O Tarentino, tant’è che lo volle con sé a Parigi fino al giorno della sua incoronazione ( Messa solenne  e Te Deum) e non avrebbe voluto lasciarlo andare , ma l’unica delle cento opere che Paisiello scrisse a Parigi , “Proserpina”,   fu accolta freddamente dal pubblico parigino , e lui ci rimase male. Aveva tutto, un mentore, che era il più potente d’Europa , uno stipendio che gli avrebbe garantito una serena vecchiaia , il prestigio, la gloria, ma non c’era feeling con i francesi. Non lo amavano e non capiva perché.

8.Il trabocchevole e la gelosia

Gli vennero in mente le parole del Trabocchevole , don Giuseppe Castiglione, pronunciato a Napoli, all’Accademia degli Incauti: il passato è già morto, il futuro non vive, il presente è un momento, prima fuggito che conosciuto; sicchè altro non è la vita che una perpetua perdita della vita e un successivo Non sum.

C’era un po’ tutto , l’amor proprio e l’orgoglio ferito, la  saudade ,  la moglie lontana che gli preparava il letto e la cioccolata calda. Chiese ed ottenne , non senza  difficoltà,  il permesso di ritornare in Italia, con la scusa della cagionevole salute della moglie. “Ma dovete tornare al più presto, magari con vostra moglie!”, gli disse l’imperatore e lui promise, sapendo che non avrebbe mantenuto.

Ormai aveva sessantatre anni e si sentiva stanco. Non aveva più reali desideri, aveva ottenuto tutto ciò che era possibile per un compositore del suo tempo, ma la sua gelosia per il successo degli altri colleghi ( era stato sempre così fin dal tempo di Piccinni ,il barese ) lo faceva soffrire terribilmente. Al suo arrivo a Napoli venne reinstallato nei suo precedenti compiti da Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat, ma il suo genio era assente , spento. I suoi ritmi lenti , chiedevano  piuttosto il riposo e  la quiete  che l’impegno e la lotta. Non aveva più entusiasmi né desideri. Si sentiva incapace , ora, di accontentare le richieste di nuove idee che gli venivano proposte.  Anche le sue aspettative erano precarie. Il potere della famiglia Bonaparte era in forte discesa, e la fortuna del compositore tarantino vacillava. La morte della moglie nel 1815 lo colpì duramente, non fu capace di reagire. S’ammalò , cadde in depressione , si ritirò in se stesso, abbandonato da tutti. Fu esiliato , come un contrabbasso scassato, in quattro pareti nude e umide. Con un susseguirsi monotono di necessità crude. Visse così un anno ancora e poi morì, solo e in miseria.

Augusto Benemeglio

Giovanni Paisiello: concerto in mi bemolle maggiore per mandolino

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