“Sensi e sentimento dei sogni” di Laura Sagliocco, Campanotto – 2011, letto da Marco Onofrio

3461522Auscultando i versi di Laura Sagliocco (“Sensi e sentimento dei sogni”, Campanotto, 2011, pp. 160, Euro 15) s’impone alla mente un’idea di poesia come specchio visibile delle cose invisibili: una sorta di “lampada di Aladino” che libera lo “spazio interiore del mondo” manifestando l’ordine in cui ogni cosa è inscritta e la sostanza cosmica di cui è intrisa. Oltre il confine che la poesia segna, in sequenze e ritmi di parole, si apre la “radura dell’essere”: l’universo profondo delle verità che, come i raggi di un unico sole, convergono nel plesso del mistero. Laggiù atterrano e ripartono, in uno scambio fervido e incessante di messaggi, gli aquiloni dei sensi possibili, sorretti (come in un vento lucido che vibra) dal sentimento dei sogni della cui “stessa sostanza” siamo fatti, in quanto esseri umani.

La poesia per Laura Sagliocco è «casta signora impietosa / di vertigini»: ha la stessa innocenza feroce della morte, che uccide perché obbligata a farlo, dall’ordine universo, e toglie e recide tutti i veli creati dall’uomo per sopravvivere con le illusioni, mentre spalanca abissi di verità, visioni tremende e ineludibili. La parola poetica, tuttavia, rappresenta le cose senza nominarle direttamente, poiché parla di «ciò che si corrompe / se manifesto». Orfeo non può voltarsi a vedere Euridice, se non vuole perderla. La poesia di Laura Sagliocco tende a configurarsi come discorso obliquo e allusivo, intessuto di simboli e sottocodici. Si prenda ad esempio la terza poesia del libro, SETE. Qui il desiderio erotico si sommuove, ribollente come un oceano in tempesta, a una dichiarazione di formule indirette, che procedono per sostituzione metaforica di ciò che, detto apertis verbis, perderebbe tutta la magia del gioco, e dunque la bellezza stuzzicante della seduzione. La voce poetica femminile ha sete della bocca desiderata (l’«acqua di mare» è la saliva):

Sete
scatenata, d’acqua di mare.
Scorre tra le nostre lingue,
bagnate, colme, benedette.
Ti lecco, la sazio.

L’acqua di mare «mi copre umida di sudore», mescolata agli altri fluidi vitali durante il rapporto, e l’odore di tutto questo «strattona gli ostacoli dei polmoni» mentre, assecondando il ritmo dell’eccitazione, «si piegano / in risa percosse, tremanti, / invasate, / docili / infine». Poi la femmina chiede al maschio di deporre «lo scudo dell’arroganza», cioè di spostare il membro, impugnando «lo scettro sepolto / nel mio sterno schivo / e ignavo». Se lo sterno va inteso letteralmente, la femmina sta invitando il maschio a usare il membro in modo più opportuno, togliendolo dai seni e penetrandola; se inteso come metafora della vagina, sta invitando il maschio a uscirne per continuare altrimenti, accarezzandola (sia pur maldestramente, con la mano «ignara»). E infatti:

Immergi quella mano ignara
nelle mie viscere.
Sposta, solleva gli immani tronchi
delle ossa e le carni interne
scorreranno tuo nutrimento.

C’è l’invito a godere del pasto apparecchiato, a cibarsi della vita che le scorre e le palpita dentro, liquida, come il flusso del piacere che la inonda. E la disponibilità a passare la notte insieme:

Vuoi guardare la nostra gloria
consumarsi al mattino?

E l’esortazione al maschio ad essere presente e pronto, a non indugiare, a non perdere l’attimo:

Riempila, ora!
(…)
Non lasciarmi il tempo di esitare.
(…)
Approfittane!
Avresti ancora poco tempo
prima del mio sonno.

Il contesto e l’oggetto del discorso sono espliciti, ma il modo di connotarli non lo è altrettanto: le parole tracciano strade parallele, dicono “altro” da se stesse, procedono per suggestioni e rifrazioni dei significati.

Quando poi, come spesso fa, vira verso dimensioni sublimi di conoscenza, la poesia di Laura Sagliocco si addensa come la mimesi di una lingua straniera, seppure interna a ognuno di noi, conosciuta da sempre, che viene plasmata nel tentativo di articolazione “umana” del mondo metafisico ulteriore. C’è anzitutto da notare che vi abbondano i punti esclamativi, con i quali la poetessa inaugura, a mo’ di benvenuto, la presa ontologica degli esseri e dei luoghi che incontra: riconosce le cose e le chiama ad apparire, celebrandole nella loro presenza da ascoltare, respirare, vivere. Il poeta è colui che della realtà annuncia «l’avvento», cioè la nascita, l’emersione, l’epifania. La poesia è luogo di devozione all’essere e relativa confessione orfica: dire davvero la bellezza fuggevole del brivido che appare, la scintilla che scocca, il «canto dei giorni / che non avranno ritorno».

(…) si tinge di straordinario
chiarore il pulviscolo
di un attimo
e un potere preme
inoppugnabile
dentro le nebbie
dei nostri corpi.

In tal senso il poeta è il ventriloquo di una forza più grande di lui, alla quale non può sottrarsi; una forza che gli detta dentro le parole e lo costringe a scriverle, per obbedire «ai segni / di una luce iniziatica», l’«invisibile oro ascetico» che egli cerca in ogni dove. Scrive, così, Laura Sagliocco:

Eva che risorge
(…)
Eva che mi impone
di scrivere ancora.

Ma il poeta, allo stesso tempo, deve in qualche modo “disturbare l’universo”, cioè ribellarsi all’ordine cosmico per sradicare il «sigillo dei tempi», cioè rendersi imprevedibile e anarchico, «inadempiente / la prevista funzionalità» a mo’ di ingranaggio che gira al contrario: come i “brutti”, che fanno «abuso» e «sfregio» del mondo, con la loro« sfacciata empietà», «sconcia come la verità più dura». Ecco il ruolo dionisiaco del demiurgo, il demone irriverente, dal «ghigno avido» e dal «sorriso goliardico / di un sileno», con le sue «dissacranti gaiezze», che smonta gli orologi e mostra l’altra faccia della luna: «Folletto furbo e dispettoso, / chiassoso saltellante e / un po’ cattivo», dissemina i discorsi di «esitazioni che si arruffano / tra raffiche di venti contrari / che si scontrano nelle parole». I versi di conseguenza lievitano in un “alone musicale” che li impone anzitutto per il loro suono, come afferrati da un ritmo bislacco che punge e disincanta:

Acide di burle,
stese come miele
su fresche mele,
da azzannare
con scrocchi festosi
e sorrisi sonanti.

Del resto, l’Orfeo più persuasivo consegnato al mito della poesia non è l’incantatore delle fiere e il cantore della luce, che celebra l’armonia del cosmo, ma il poeta tragicamente consapevole che ha interiorizzato l’oscurità di Dioniso e ha perduto Euridice per averla guardata, contravvenendo al divieto degli dei.

La poesia di Laura Sagliocco procede in bilico tra queste due pulsioni: da un lato la dimensione apollinea dell’incanto e della «pace sterminata» dove unirsi al soffio creatore del mondo in «atemporale fusione» tra le «onde estatiche del tempo»; dall’altro la dimensione dionisiaca, dal trascinante entusiasmo e dall’empito strabocchevole, con il «delirio onnisciente» della sua «ascesi ebbra». Come a dire: l’eterno conflitto fra “vita” calda ma inafferrabile e “forma” duratura ma raggelante. La spinta in avanti data dal contrasto delle due pulsioni spinge continuamente la poesia dal qui all’altrove, ovvero dalle realtà fisiche a quelle metafisiche. Il propellente di questo movimento è proprio l’ardore che nasce dal desiderio di assaporare la vita in tutte le sue voluttà, senza farsi bloccare da rimpianti o rimorsi, aderendo alla sua dinamica infinita.

Assorbono allora
gli organi spenti
i respiri animali,
le esultanze
e i sudori ribelli.
Si rasserena così
nel suo pasto celeste
il nostro piccolo sangue,
scampato alla velocità impervia
della grande corrente.

Il «godimento di energia viva», cioè, si pone a misura di «pasto celeste», e consente di scampare «alla velocità impervia / della grande corrente» che può essere sia quella della vita stessa, della cui soggezione, partecipandovi, in qualche modo ci si libera, almeno nell’urgenza del momento; sia quella ostile e fredda che circola nel cosmo, da cui sarebbe fatale essere fagocitati. La vita è un liquore infuocato che inebria, poiché brucia di amore.

Ma non sai,
poeta,
che l’amore
è fuoco?

Laura Sagliocco dispiega il suo canto di lode e celebrazione della vita, «densa sorgente di metamorfosi» di cui assapora l’«armonica / eterea aggregazione», la magia dei «poteri sottili», la seduzione, la sensualità, la grazia. La vita nella forza impareggiabile del suo presente:

signora che seduce,
ed è piena
rossa
e sa.
Ti colpisce
(…)
ti batte rosso fragola,
come un tamburo risveglia
il meglio dei tuoi respiri.
Sgorga e non insegna,
perché crea (…).

Ed ecco, della vita, le cose morbide e dolci: «cespugli irti e spinosi / dove all’improvviso / si schiude» la «tenerezza» e magari appare la «tana di rose soffici». E il tepore buono e liquido, la «calda carne di donna», la «gonna che scopre l’ascesi / sopra le cosce», l’«ebbrezza dei colli azzurri», la «voluttà carnale dei cieli», il «liquore di lame argentee / che scorre sottile / sul velo del lago». E ancora, «godere di sane alture, / dissetarci di eccitanti fioriture, / a cibarci della verde materia». E, della vita, ascoltare il «frastuono segreto», il «boato indistinto di un magma», la «litania tonante» che «irrompe / in sangue eterno / nella fragile custodia dei sensi».

C’è un turgore di “alta marea” che involge i versi della poetessa, muovendoli da un bisogno smisurato di dire, enumerare, esplodere insieme alle cose. Una voglia irrefrenabile di incidere la carne del mondo e, insieme, di essere invasa e marchiata – con dolore in fondo piacevole – dal potere sacro della vita. È una poesia per certi versi gonfia e generosa di solarità, ad esempio quando contempla gli agrumi siciliani «madidi di luce», o parla delle «scimitarre / del mezzogiorno», o paragona l’astro diurno a un «leone divino» dal «manto dorato». L’invito è quello a mangiare la polpa del frutto, inebriandosi la faccia di sugo e risvegliando i sensi ad ogni sfumatura di sapore. Vivere insomma liberi e leggeri, e anche un po’ folli, come acrobati su un filo di emozioni.

Non esitate!
Fate come i poeti!
Amate senza
che ve ne si offra
sempre una ragione!
Commuovetevi per le linee
addolorate di un volto
sotto lo sguardo che mendica
sciocche glorie terrene,
sentite con la carne il potere
di ogni profumo,
scatenate la gioia sguaiata
che usa il corpo,
scherzate, siate pungenti,
irriverenti!
Ansimate fino a tremare
per la carezza di un amico,
liberate le sciocchezze
come diavoli osceni,
rabbrividite nel fondo
di ogni turbamento
(…)…
Celebrate l’esistenza
con ogni corda del vostro strumento!
E non negatevi ancora
di godere indifesi.

Ma poi la voce che insegue l’essenza oltrepassa i limiti del canto, mentre il poeta scoppia di «vertigini aperte» nel vuoto senza appigli, dove comincia a roteare «tra vortici concentrici» come un derviscio, entrando in stato di trance mistica, fino a vedere le Entità nascoste, i «maestri / senza volto» che «indicano il mio posto / al centro, / estatico e gonfio / ancora umano». L’ebbrezza dionisiaca produce, al di là del rombo tonante, un suono «piacevole e terroso» che è quello dei processi naturali, avvinti alla catena delle generazioni che tutto abbraccia sul pianeta, e si contrappone allo «spirito / raggelato e gravoso» del razionalismo umano, che imprigiona la vita nelle gabbie dove subito la perde, inevitabilmente, nel silenzio. Un divario paragonabile separa il principio femminile, coi suoi volti metamorfici che si adattano alle forme evolutive della vita («Io sono ape fedele / e farfalla curiosa, / lupa possente / e avventuriera»), da quello maschile, con la sua «lega metallica / inflessibile». La donna è natura liquida, è creta rorida di umorale sensualità, è un impasto di colori sinuosi, a «riflessi d’olio e / ambra», è morbida e rotonda come una sfera che rotola, e si deforma per assorbire le asperità del cammino. Alla poesia è demandato il compito di produrre una felice liberazione del principio femminile che dorme nelle donne e nelle cose: sciogliere gli anelli che «imbrigliano la linfa / con dita di acciaio» ovvero i condizionamenti e le infinite stratificazioni della cultura patrilineare, con la sua violenza civilizzata. E dunque risvegliare i «palpiti profondi», rigenerarsi e nascere di nuovo nella verità, succhiando nutrimenti dal «fresco terreno / vergine dei sensi»: essere sinuosi e liberi, come i pensieri che inseguono le «fantasie a spirale». Ci sono gigantesche forze invisibili, nascoste e custodite dove non sembra, e spesso sono proprio le migliori:

A volte
le anime potenti
vivono in segreto.

Laura Sagliocco cerca gli «angoli di scogli dove / permane l’incanto» per ricongiungersi ai «pallidi segreti, / vestibolo di ogni invasamento» da cui eruttano i «furori nascosti / nell’amplesso sotterraneo dei sogni». La poesia, così, sembra porsi come restituzione simbolica compensativa della vita immaginaria, delle cose soltanto sognate, che non si è avuto il coraggio di fare:

impacci caldi
brucianti di
mancati abbracci.

Questo contatto con le energie profonde della vita funge anche da richiamo ancestrale alle origini mitiche dei gesti rituali, iscritti nel grembo della «natura invariabile»: lo spazio senza tempo del «primitivo / amor sacro» dove si svolge la «danza perpetua». È una dimensione antropologica perduta, dai toni epici e corali, dentro cui emergono

donne in vortici
di flauti festanti,
tramutati in nenie
di nuovo in pianti scuri!

Come a dire che giubilo e tragedia si contengono l’un l’altra, a mo’ di scatole cinesi, cioè: gioia e dolore sono i piloni di uno stesso ponte, dove l’uomo fa avanti e indietro senza sosta, e questo ponte si può chiamare amore. La poesia è un “nastro trasportatore”, mosso dal pungolo dell’inquietudine, mediante cui si penetra oltre l’apparenza delle superfici. La profondità è in basso o in alto: consente di affrontare il mondo demoniaco dove si aggira la «nera bestia che ringhia / di notte / con il volto deforme»; ma anche di approdare ai lidi freddi e oscuri dell’Erebo, «mai assaporati da lingue imperfette», dentro le solitudini lontane dove lo sguardo «agghiaccia / nell’azzurro / di acque sorgive», o nello spazio dell’eden, tra gli «arcani gemiti» di Muse, Sirene, Nereidi, che una volta per sempre hanno pronunciato i misteri; o infine di aprire i serrami dell’incanto, «sul limitare delle profezie / di primavera» dove la poetessa, colta dallo «strano languore / che trascende / la sostanza delle viscere», chiede di essere lasciata a «sognare distesa», in una dolce «serenità assonnata», respirando i «profumi della luna».

La poesia di Laura Sagliocco si configura così, nei suoi esiti più alti, come «vita veggente, / predetta e trionfale» che si autorivela «al culmine / di sorgenti inquiete», ovvero come sintesi metafisica che dal caos buio e informe degli «spasmi» dionisiaci vuol partorire il cosmo apollineo dove la bellezza possa finalmente rispecchiarsi, nel suo lago di luce completa. Con questi versi, non a caso, si conclude il libro:

Scava sempre accanto alle mie mani
e schiudi i tuoi spasmi
allo specchio della bellezza.

Marco Onofrio

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