Narda Fattori , “Cambiare di stato – morire di natura” ,ed. CFR-Poiein, letto da Luigi Paraboschi

Fattor30E’ questo il quarto libro che ricevo – grazie alla sua cortesia ed amicizia – da Narda e confesso che mi sono occorse diverse letture abbastanza ravvicinate nel tempo per non lasciarmi coinvolgere troppo dalla iniziale emotività e mettere quindi sotto controllo il desiderio di attaccarmi al telefono per inviarle banali parole di incoraggiamento, anziché alla scrivania per redigere un giudizio che, come al solito, non vorrà essere critico sul piano estetico ma cercherà invece di essere un po’ esplicativo, ammesso che i versi di Narda abbiano bisogno di essere interpretati, e non, come invece penso, condivisi ed amati, perché a me sembra che la sua poesia possa essere considerata tra le più incisive dei nostri anni. Oggi, poi, 21 febbraio, giornata in cui redigo questi pensieri disordinati, sono ancora fortemente choccato dalla notizia ricevuta dai giornali attorno al tweet proveniente dalla Ucraina, lanciato ieri da una giovane di 21 anni, Olesya Zhukovskaya che inviava al mondo la sua poesia fulminate che gridava “ sto morendo “. Non ho potuto non fare un accostamento tra questo messaggio ed il libro di Narda ed ho capito meglio quanto in ognuno di noi, poeti o non, sia indispensabile comunicare, dire di noi agli altri, trasmettere le nostre emozioni, le nostre paure, le nostre fragilità. E pure Narda ci trasmette i suoi tweet, ma non di 140 caratteri per fortuna nostra, servendosi dei versi che lei sa così bene svolgere, per comunicarci la sua condizione di malattia grave :

“ a futura memoria neppure un bruscolo”

“qui c’è un niente inerte che fu
un tutto pieno un’onda brusca una slavina
e parole a scintillare fra la cenere “ ( pag. 26,27)

Ma sarebbe un errore leggere questa raccolta intendendola come un volere accomiatarsi di Narda, io non lo voglio fare, e quindi, se può farmi piacere la sua necessità di condivisione quando lei scrive

“ me ne uscirò dopo avervi abbracciato tutti ( pag.17 )

non voglio indugiare troppo al compiacimento sentimental-letterario che spesso tradisce tutti coloro che scrivono poesia, e faccio appello alla poetessa capace di dire nello stesso testo

“ me ne andrò quando non saprò più sommare “

per accostarmi a lei ed invitarla ad aggrapparsi al suo “ sguardo presbite “ (pag. 20 ) a gridare con forza ancora una volta

“ torniamo a schiera nei cortei
a urlare parole grosse e rosse “ ( pag. 20 )

perché se scompare anche la fede nei valori civili rimane solamente la considerazione che

“fra il nulla e il vuoto c’è
un interstizio da cui non so cosa trapeli “ ( pag. 21 )

Già in altre mie precedenti riflessioni attorno alla poesia della Fattori avevo evidenziato la sua forte perplessità di fronte alla domanda attorno ai così detti “ massimi sistemi “ e il suo agnosticismo esce ancora un volta molto chiaro a pagina 28 ove lei scrive

Dai portoni con serratura di sicurezza
sempre nell’ora che ci sembra finale
invochiamo il dio che non risponde
quello che non ha parole
e nel suo nome si son ridotte
le case in calcinacci dove l’argilla primigenia
e a mille e mille si son alzate croci.

Non c’è alcun tesoro celato là dove
gli arcobaleni si stremano in archi grandi
e più nessuno si stupisce dell’inganno
come la favola narra e la mente rifiuta.

Ma se l’orizzonte è buio per quanto concerne la fede tradizionale, allora cosa servirà alla nostra autrice per farsi luce nel cammino della malattia, o quanto meno per accompagnarla nella comprensione delle tante voci assurde che contraddistinguono il nostro passaggio su questa terra ? Se, come scrive ancora a pag. 31

Non c’è nessun incontro oltre la porta
mansueto comignolo di polvere
e la cipria non cela pustole e crateri
solo imperfezioni celle d’impurità

ho imparato la diffidenza lo starmene
da parte che tutto punge e può far male
equivoci ai quattro lati del tavolo
mani di carte truccate dal mazziere

a quali scaramantici protettori Narda si affida ? Quali sono le icone laiche della sua esistenza ? A quale concreta tangibilità lei affida le proprie debolezze ? Le ho cercate queste semi certezze, e non è stato facile reperirle solo servendosi della lettura dei versi, però c’è una poesia che voglio trascrivere per intero perché testimonia una profonda fede laica che mi ha riportato agli occhi ed alla mente quel grandissimo poeta che è stato Pablo Neruda.

Scrive la Fattori a pag. 59

“ Non ho mai messo inferriate alla mia vita
ali spiumate di poco volo piume cadute

infatti sono andata da qui a lì però
sono andata non sono rimasta a rammendare
toppe di cuscini che chiudevano le piume
in un sacco per una testa ben acconciata

non ho messo corolle di fiori lungo la via
le ho lasciate sulle prode nei giardini
e i gatti sui tetti e nei cortili a osservarmi
con occhi irridenti a fare birignao alla luna
che indifferente mi rubava il broncio
quando fissava con lo sguardo arrossato

no non ho messo inferriate al tempo
che con allegria ha signoreggiato negli anni
né ho ritirato il braccio negli incontri
e fortunatella sì nel palmo tanto bene
qualche chiodo come è toccato ad altri

senza inferriate posso volare ovunque
andare quando voglio inseguire l’albatros
che sa sempre dove sono il nido e la compagna
e sei mila chilometri di cielo

andarsene per troppa vita andarsene
per ingoiare l’azzurro cielo il blu del mare

Non si è chiusa al mondo, non ha cercato di nascondersi il vero del dolore, non si è inventata bugie consolatorie, non si è negata alle possibilità degli incontri umani, ha voluto semplicemente vivere, e se non è fede questa, fede nell’uomo e nell’umanità, allora nessuno può dire di possedere la fede su questa terra. E, di più, c’è ancora un altro aspetto nella poetica di Narda che mi fa sentire autorizzato a scrivere, sperando di non incorrere in anatemi, che ella partecipa, forse senza volerlo esprimere consciamente, a quel sentimento che la Chiesa cattolica chiama “ la comunione dei santi “. Non meravigli il lettore questa mia affermazione, ma se il cristiano è tenuto a credere al persistere anche dopo il trapasso, del legame dei vivi con i defunti, come negare che questa poesia ( pag. 25 ) dica moltissimo in tal senso, anche sul piano teologico e non solamente su quello umano, quasi a riconferma la validità di quella famosissima dissertazione sul “ perchè non possiamo non dirci cristiani “

Mi guardano dall’interno i miei morti
non hanno vertici e segmenti
retta delle assenze senza abrasioni
soffiano una brezza sul mio cuore

non mi guardano dalle fotografie
non amo il cimitero in argento ornato
di chi fu stato di chi non è più

no mi guardano da dentro sorridono
non mi chiamano aspettano la svolta
dentro un gran silenzio che ci abbraccia
e dipana con mano ferma l’infinita pace

non manca nessuno e hanno braccia
tenere per tenermi per mano per acconciarmi
i capelli in trecce i capelli nel tempo
più corti più breve il respiro il passo
e mi aspetta paziente c’è tempo
chi mi indicò la via i temi come si guarda
negli occhi come si stringe una mano
senza fare male solo per donare
vi amo come non vi ho amato
vi amo come non vi ho amato mai
ora che si avvicina la forbice di Atropo
al filo che Cloto con fantasia di colori
e molti nodi molti groppi poche ritrosie
tessè svagata talvolta con mani smarrite

l’orecchio teso a voci lontane

E in un’altra poesia ( a pag. 22 ) Narda estende il suo abbraccio ancora, rivolgendolo a coloro che non sono più con noi , e chiede loro

………………………………..
………………………………..

chissà che non giunga l’ora del perdono
mi servono tutte le vostre mani
per spogliarmi dei peccati ma siate
buoni – aiutatemi – abbiate mani lievi
per strappi con poco dolore
che mi resti addosso ancora qualcosa
un lenzuolo bianco sul corpo nudo

e un sole che non sia stanco di brillare

C’è in verità una grande tristezza dentro quasi tutte le poesie della raccolta, e questo sentimento affiora dietro ad ogni composizione, però questo sentimento non è una novità nella poetica di questa autrice. In lei il confronto con il quotidiano, e con la povertà del nostro agitarsi, fa ovviamente nascere la coscienza che

“ il dolore è un bottone che devo
passare nell’asola per pudicizia “ ( pag. 24)

e anche se a pag. 18 scrive

fischierà il merlo sul corbezzolo
riderà di me come è giusto che sia
anch’io riderò per gli inutili affanni
che mi hanno spezzato il fiato
e un poco soltanto anche la mente

e anche dichiara a pag. 42

“aperto l’uscio cerco la meta
non ci sarà ma non lascerò scie
perché altri percorrano la stessa via”

ma pur essendo conscia che molto della vita di ognuno di noi è stato inutile sente il dovere di chiudere la raccolta con questi versi a pag. 67

…………………………………….

“e un figlio ho avuto e mille altri ho amato
e mi sono fatta saggia e salda – di principi
e li ho fatti vivi e la vita se li è presi
a me è rimasto un vuoto che quando penso
si slarga a dismisura e impasta terra

Giunti alla fine di questo volume si torna a rileggerlo, e poi ancora, specie se si è lettori non proprio giovanissimi, come nel mio caso, e ha ragione l’editore Lucini che chiude la sua postfazione scrivendo “ un libro, dunque, da leggere, ma soprattutto da meditare “, perché questo è un libro che quando lo si chiude ti fa tornare alla mente le ultime parole di Cesare Pavese che nel suo diario scrisse

«Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti», e ho cercato me stesso».

Di più non si può chiedere ad un poeta, donna o uomo che essi siano.

Luigi Paraboschi

A FUTURA MEMORIA

Me ne uscirò da me prima che si faccia buio
il cuore nasconderà nel suo guscio duro
ancora sabbia dorata e merli sui castelli

me ne uscirò dopo avervi abbracciato tutti
quando a ciglio asciutto si fermerà il tempo

ci sarete in forme varie e io sarò la mano
che non sa più acconciarvi la veste e i capelli

me ne starò quindi a braccia aperte
a raccogliere il raggio obliquo del tramonto
rosso di foglie d’acero sull’orizzonte verde
delle colline di viti e di ulivi in corsa

me ne andrò da voi quando non sentirò
la sete pungermi la pelle e l’ora rintoccherà
stonata e il merlo mi fisserà irridente
dal quadrato del giardino la bacca nel becco

non mancherà nessuno le bestie e i paesaggi
gli amati e le mie penne questi tanti libri
polvere su polvere io di polvere a nutrimento
a chi avrà desiderio di restare per provare
come sia luce l’amore e come sappia fare male
e come non sia mai troppo e non si sottragga

me ne andrò quando non saprò più sommare.

*

E suoneranno a distesa le campane
e qualcuno chiederà chissà perché
ma già dalla lontana radura potrò
guardarvi con l’occhio asciutto

mi prenderò cura degli spigoli acuti
dei sassi che avete sotto i piedi
sì allora sarò leggera e avrò mani
quante bastano per acconciarvi
come non ho saputo fare prima.

Fischierà il merlo sul corbezzolo
riderà di me come è giusto che sia
anch’io riderò per gli inutili affanni
che mi hanno spezzato il fiato
e un poco soltanto anche la mente

sarà bello circondarvi la vita
portarla dentro i girotondi nel mondo
che si fa chiaro di luce nel suo nocciolo
silenzioso di pace perché tacciono
i fucili e l’ottuso bailamme
che disconosce mio fratello morto
mia sorella storpiata e mio padre
estraneo a bocconi sopra un carro

e rideranno di voi miei cari amati
della mia terra ubertosa e gentile
spesso un po’ pacchiana ma sapete
la gente che accoglie sempre e ride
con tutti coltiva qualche vizio e resta
con l’uscio aperto a disposizione.

Suoneranno a distesa le campane
e dal corbezzolo fischierà il merlo
e sarò stata viva e vera e indolenzita

più lieve di una foglia cadere lieve.

*

Non ho che uno sguardo presbite
per vedervi tutti- ammassati una ressa –
e chi saluta con calore e chi strattona
e chi mi chiama a alta voce e chi si tace

foste come un luccichio di farfalla
nei giorni chiari e la favola lunga
dei cirri in corsa a mutare fisionomia

siete il caffè del risveglio la buona
mattina che non mi ferisce l’occhio
e torniamo a schiera nei cortei
a urlare parole d’ordine grosse e rosse
come in un grappolo d’uva matura

e torniamo a gruppi sulla spiaggia
con lo sciacquio che annuncia il mare
e un coro stonato per un basso
che accompagna anni che avevano
stelle nelle pupille e un’utopia in testa

coccinelle di buona sorte sul dorso
della mano fate il morto- vi ho spaventato
con un lapsus un gesto sconsiderato-
e mi temete lo so e fate il morto
e non so se ridere o piangere o poggiare
il palmo dell’altra mano su quel dorso
mie prigioniere come nella memoria
dove invece vivete sui seminati di grano
che i campi imbiondivano e io ero
una corsa una rincorsa una fuga anche
nessun rimpianto ora e la sveglia tace.

*

Faccio l’appello per mettere
un po’ d’ordine in capo all’esistenza:
la tastiera batte e ribatte il tasto rotto
il coltello taglia il pane solo quello
mi raccomando e il caffè sia amaro
e che la lettera trascrivi la memoria
ho timore che mi sfuggano le storie
che il male imputridisca le lische
di pesce nei rifiuti
una mescita che puzza di libera vita
e scaglie d’oro

ma dove siete voi occhiali
svaniti dalla vista magari sui capelli
e i fazzolettini carta le cianfrusaglie
del cassetto dello studio la cucitrice
che più nulla ha da cucire solo fogli
immacolati perché muore l’urlo
sul labbro esausto per un bicchiere
d’acqua le medicine per il cuore

sorridete ? ridete pure il mio cuore
va a dieci pasticche al giorno
e finirà presto come la scatola
che mezza vuota mi guarda e pare rida
perché fra il nulla e il vuoto c’è
un interstizio dai cui non so cosa trapeli.

Gli addii muoiono lenti lontano
oltre la luce che cede al tramonto
e nasconde la linea curva delle colline

gli addii non li capisco non esistono
sono carne della mia carne
fluido che innesta cellula su cellula
perché dirsi addio se qualcosa vibra?

i morti invece li conosco sono bianchi
e freddi e ti afferrano le mani
ho baciato le guance di mia zia
chiare e rigide gote della bambola
di porcellana con cui non ho mai giocato

chissà che non giunga l’ora del perdono
mi servono tutte le vostre mani
per spogliarmi dei peccati ma siate
buoni –aiutatemi- abbiate mani lievi
per strappi con poco dolore
che mi resti addosso ancora qualcosa
un lenzuolo bianco sul corpo nudo

e un sole che non sia stanco di brillare.

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