“Dante Alighieri e l’omosessualità” in un saggio di Aldo Onorati, letto da Marco Onofrio

Dante e l'omosex di Marco OnofrioSono convinto che le convenzioni accademiche, acquisite a statuto di ortodossia e palleggiate di bocca in bocca come banali rimasticature, producono alla lunga l’asfissia del sapere. Tutto allora si mummifica. L’acqua ferma diventa palude: ci vuole freschezza di sorgente, acqua limpida e pura che dà nuova vita. Serve la voce viva di chi sa osare, di chi non ha paura di sostenere tesi anche impopolari, all’occorrenza, leggendo le stesse cose di sempre sotto nuove, inusitate prospettive. Scrostando lo sguardo dalle stratificazioni che lo indeboliscono, fotocopia dopo fotocopia, fino alla cecità. Scrive opportunamente Daniele Priori in Prefazione: «Ci voleva il coraggio, l’ardore e l’impertinenza di Aldo Onorati per rompere con la forza della cultura e di una minuziosa conoscenza dell’opera, quello che, a ragione, può essere definito uno degli ultimi tabù attorno alla Commedia dantesca». Ecco allora questo «piccolo, dotto, letterario quanto pruriginoso, complesso, ardimentoso saggio» su Dante e l’omosessualità (Roma, Anemone Purpurea, 2009, pp. 104, Euro 12): l’omosessualità dei tempi di Dante ma, come ogni cosa toccata dalla poesia, anche quella al di là dei tempi e dei luoghi, in senso universale ed essenziale, umano.

Una voce fuori dal coro, dunque. Un dantista fuori dagli schemi. Dotato quindi delle migliori condizioni strutturali per corrispondere alla natura profonda del sommo Poeta, al di là delle visioni univoche in cui la terroristica ortodossia di certo accademismo ha voluto ridurre la sua complessità. Perché Dante stesso è molto più che un ortodosso: anche se non smette mai di esserlo. E però, come riconosce Giuseppe Prezzolini citato in esergo da Onorati, «assai spesso il calore della sua poesia, come pure l’entusiasmo e l’ammirazione per una condotta nobile gli strappano il riconoscimento del valore dell’uomo, sia pure peccatore o ribelle, perché mosso da grandezza d’animo. Tale appassionata riverenza fa sì che l’intero edificio teologico vacilli». Perciò in Dante, benché uomo autenticamente medievale, c’è il brivido, il guizzo, il presentimento di una nuova età dell’uomo. Egli, per molti versi, anticipa l’Umanesimo più di Petrarca – al quale, di solito, viene riconosciuto un ruolo di traghettatore, nel passaggio tra le due epoche.

Il primo importante assunto critico del libro di Onorati individua la varietà delle reazioni di Dante (il Dante-personaggio, “viator” dei regni ultraterreni) dinanzi ai dannati, alla varietà del loro caso umano. E già questo contrasta con il monolite critico del “poeta theologicus”, imperturbabile, ortodosso, confessionale. Dante non è un blocco di marmo, ma un vaso di creta che s’imprime e s’intride del mondo. Il quadro è molto più mosso, in realtà. C’è attenzione estrema alla singolarità umana, alle sue diverse e sottili sfumature. Scrive Onorati: «È come se Dante si sdoppiasse: da una parte il giudice che obbedisce agli schemi, alle casistiche della colpa e della pena; dall’altra l’uomo, che approva la condanna aggravandola con la sua pervicacia, la sua aggiunta d’ira, oppure non la commenta, o addirittura reagisce ad essa non con il ragionamento esplicito, né talvolta con la ragione stessa, bensì col sentimento e l’umanità».

Dante è pienamente d’accordo con la Giustizia Divina, cioè con la sistemazione teologica della pena: non mette mai in dubbio la perfezione della sentenza del Giudice Supremo (anche se il realtà è lui a scegliere la pena e la sistemazione, sia pure in ossequio ai dettami della Chiesa). Tuttavia, in casi particolari di grande presa umana, Dante si identifica col personaggio che incontra. Osserva Onorati: «c’è una sorta di forza centripeta che lo conduce dentro l’avventura del dannato, o del purgante, o del beato». Come ad esempio dinanzi al caso di Paolo e Francesca (V, Inf.). E si noti che i lussuriosi, cui appartengono i due celebri amanti, sono posti all’inizio dell’Inferno, come a dire che Dante li comprende: non li assolve dal peccato ma li giustifica umanamente. Infatti, scrive Onorati, «è uomo nient’affatto estraneo all’amore (non solo quello esangue e letterario-teologico per Beatrice). È conscio di non avere neppure lui tanta forza da opporsi a un tiranno subdolo e spietato come Cupido». L’uomo-Dante comprende la debolezza dei suoi simili. E la sua commozione, cioè la sua partecipazione al caso umano dei due amanti, è così forte che sviene, cade «come corpo morto». Non regge alla rappresentazione di una pena così tremenda (l’infinito roteare dentro la bufera) per un peccato d’amore che, sia pur proibito dalla legge, dalle convenzioni, dalla morale, è per così dire intrinseco alla natura umana: può capitare a chiunque.

E si osservino le reazioni di Dante dinanzi ai violenti contro natura, cioè i sodomiti (XV e XVI, Inf.), con cui si giunge al cuore tematico e critico del saggio. Siamo ai margini del fiume Flegetonte. Anche qui la pena è terrifica: i dannati sono bruciati, ulcerati, dal fuoco che cade come grandine di lava. Eternamente errabondi, impossibilitati a fermarsi, relegati a questo sabbione bombardato di lapilli. Dante e Virgilio incontrano una schiera d’anime che viene, in basso, lungo l’argine rialzato dove loro stanno camminando. Tra queste anime c’è Brunetto Latini, il maestro di Dante. Ed ecco la finezza suprema del Poeta: l’argine rialzato è un espediente per: 1) proteggere i due pellegrini dalla pioggia infuocata che flagella il sabbione sottostante; 2) permettere a Dante di manifestare, tramite la necessità di inchinarsi per stare alla stessa altezza di Brunetto, la sua umiltà di fronte al maestro.

Dunque un’anima tocca Dante per il lembo dell’abito e dice: «Qual meraviglia!» Esclamazione colma dell’intimità affettuosa avuta nel mondo: una frequentazione tra docente e discente sconfinata nell’amicizia. Dante riconosce subito il suo maestro: «Siete voi qui, ser Brunetto?» Gli dà del “voi”, cioè gli usa un riguardo speciale, riservato solo a pochi personaggi della “Commedia”. Una domanda che sa di affetto reverenziale, ma che lascia trapelare un brivido di turbamento: soprattutto per la sorpresa di vederlo dannato ad una pena così terribile, a causa della sodomia. Dante, cioè, non è stupito di constatare l’omosessualità del maestro (di cui era già informato), ma di verificare con velata amarezza le conseguenze eterne di essa. E questo anche se conosce in anticipo la rispondenza della pena al peccato: ma un conto la conoscenza teorica, un conto quella pratica – vedere cioè una persona a cui si è voluto bene, materialmente sottoposta al supplizio ed esclusa da ogni possibilità di speranza.

Brunetto corrisponde l’affetto di Dante, al punto che lo chiama «figliuol mio». Dante è discepolo e figlio culturale: Brunetto, conversando su temi letterari e morali, gli ha insegnato come «l’uom s’etterna», come cioè può acquistare vera gloria (che è la maggiore aspirazione personale del Poeta: passare alla storia «col nome che più dura e che più onora»). E il maestro dice all’allievo: «(…) non ti dispiaccia / se Brunetto Latino un poco teco / ritorna ‘n dietro e lascia andar la traccia», cioè: gli chiede il permesso di rallentare il passo per attardarsi a parlare con lui. Ma in quel «non ti dispiaccia» Onorati legge un certo timore preventivo d’esser disprezzato per il meritato castigo, nonché di suscitare in Dante del disagio per il fatto di stare vicino ad un dannato per sodomia. E Dante: «Quanto posso, ven preco; / e se volete che con voi m’asseggia, / faròl, se piace a costui che vo seco». Cioè: è disposto addirittura a fermarsi e a sedersi per ascoltarlo e parlargli, previo consenso di Virgilio. Dante tiene e mantiene un atteggiamento di devozione, di aperta riverenza:

Io non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ‘l capo chino
tenea com’uomo che reverente vada.

Atteggiamento che non avrebbe – malgrado la riconoscenza da allievo e l’ammirazione intellettuale – se non lo ritenesse, a prescindere dal valore, più che degno dal punto di vista morale. Infatti, scrive Onorati, «qualunque altezza d’ingegno, se invischiata a un peccato grave, avrebbe compromesso la stima da parte di Dante». Peccati gravi sono l’assassinio, il tradimento, l’avarizia, l’ignavia… Per tali peccati e tali peccatori Dante non mostra alcuna stima: spesso anzi è spietato, duro, feroce. Se dunque, al di là della riconoscenza filiale (ma Dante non è tipo da farsi scrupoli), egli conserva intatta la stima per Brunetto, allora vuol dire che il suo peccato, la sodomia, non è tale da comprometterne la statura morale. E ancora, qualche verso oltre, Dante mette in bocca a Brunetto la profezia di sé come poeta e uomo ammirato e invidiato:

La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.

Cioè: sarà tanto grande il suo nome che entrambe le fazioni (i bianchi e i neri) vorranno distruggerlo, ma non ci riusciranno. Dante non potrebbe consegnare un pronostico tanto alto a un personaggio indegno di stima morale. Ma allora perché colloca Brunetto nell’Inferno? Perché non può fare altrimenti: perché la Chiesa valuta da pena infernale il peccato di sodomia, e Dante non può e non vuole contravvenire al Giudizio Divino, all’ordine teologico del mondo, alla morale imposta dalla Chiesa. Almeno apertis verbis. Salvo poi farlo attraverso l’esempio concreto, o l’atteggiamento, o le vibrazioni surrettizie, al di sotto del discorso principale. Il Cristianesimo (e si leggano i trattati di Tertulliano sulla castità e la pudicizia) aveva trasformato il sesso nel peccato per eccellenza, o almeno tra i maggiori, reprimendolo con furia ossessiva. Si immagini il sesso contro natura! Dante, però, non si fa condizionare dalla necessità della pena, né dalla causa che la determina. Scrive Onorati: «L’omosessualità del personaggio non inquina né modifica né influenza la sua grandezza morale». Brunetto è, sì, tra i sodomiti, ma Dante lo qualifica indipendentemente dal suo peccato. Nota Onorati, con intuizione straordinaria, che Dante punisce il suo maestro in questo girone «al punto quasi di liberarsi del Brunetto sodomita, mentre insiste sulla grandezza dell’uomo» da cui ha appreso cultura e virtù civiche. Insomma: Dante non dà importanza decisiva alla sodomia – ai fini del giudizio sulla persona – se debolezza minore in uno spirito grande e retto. È per lui un vizio indipendente dalle qualità morali, intellettuali e umane dei personaggi. Un vizio privato, che esula dal valore morale di una persona, giacché investe la debolezza della carne, la pulsione istintiva. Non dunque un difetto cardinale, tale da coinvolgere la sfera superiore dell’essere, come i peccati veri: odio, invidia, superbia, omicidio, tradimento, usura, menzogna, ecc., che intaccano dal profondo, e integralmente, la persona, impedendole la possibilità della virtù.

Ma per capire appieno l’atteggiamento di Dante verso gli omosessuali, occorrerebbe un esempio contrario, un giudizio morale diverso. C’è. Tra gli altri sodomiti sta Andrea dei Mozzi, cappellano di Alessandro IV e Gregorio IX. Nel 1295 Bonifacio VIII lo trasferisce «d’Arno in Bacchiglione» (cioè da Firenze a Vicenza), in seguito a uno scandalo che lo rivela quale personaggio di gran sozzura, di disonestà, di pochezza morale. E non perché sodomita. Vale a dire: c’è omosessuale e omosessuale, esattamente come c’è persona e persona. La reazione di Dante dipende non dall’omosessualità in sé (altrimenti li tratterebbe tutti allo stesso modo), bensì dal comportamento tenuto in vita dal peccatore, dalla sua maggiore o minore integrità morale. Questo ci fa capire che il Poema non è un uniforme catalogo di pene e premi, ma – scrive Onorati – «un infinito e incasellabile universo di varianti che – secondo l’irripetibilità singola di ogni individuo – ritraggono la diversità di ogni uomo anche nello stesso peccato, e quindi la complessità del peccato stesso e della sua pena». La ragione poetica è in qualche modo autonoma, e può contrastare dall’interno – talvolta con il silenzio eloquente del non detto – la ragione teologica, cioè la sistemazione teorico-dogmatica del mondo.

Anche nel Canto XVI ci sono tre sodomiti: Iacopo Rusticucci, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi. E Dante:

Non dispetto, ma doglia
la vostra condizion dentro mi fisse.

Cioè: non prova disprezzo, ma pietas, dolore e condivisione morale della loro sofferenza; al punto che

S’i’ fossi stato dal foco coperto,
gittato mi sarei tra lor di sotto

per abbracciarli come fratelli umani: per

la mia buona voglia
che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Dante non è, come potrebbe esserlo un moralista benpensante, turbato dalla loro storia di omosessualità, su cui non si sofferma nemmeno, bensì dalla durezza della pena che li affligge, nonostante i meriti umani e morali del loro comportamento sulla terra: che vanno riconosciuti in quanto tali, senza alcun condizionamento.

Il libro di Onorati dimostra che Dante è tutt’altro che canonico restauratore e giudice inflessibile, esecutore e descrittore del Volere di Dio, come hanno voluto a tutti costi vedere certuni; ma è un coraggioso cultore e un maestro ante litteram del libero pensiero. Un trasgressore dei giudizi correnti, delle regole benpensanti della sua epoca, che egli non teme di sfidare, con apertura mentale e ardimento di vedute. Dante insegna la spre-giudicatezza, cioè l’indipendenza del giudizio dal pre-giudizio. Insegna dunque a saper prescindere dalla forza del luogo comune, dall’automatismo dell’ovvio, dalla banalità dell’apparente: anche dalla correttezza formale del ragionamento, se non comprovata sul piano effettivo della sostanza. E quindi, ad esempio, essere cattolico credente e praticante non gli impedisce di condannare i mali della Chiesa, «là dove Cristo tutto dì si merca». O ancora: essere poeta, e altissimo poeta, non gli impedisce di scrivere la Commedia in lingua volgare, per offrire ai più una rappresentazione complessa e completa dell’uomo, e quindi di usare parole all’occorrenza basse, triviali, corporali. Si confronti il plurilinguismo dantesco con il monolinguismo raffinato del Petrarca (anche quando usa il volgare): il nodo critico è quello che divide e unisce al tempo stesso “sostanza” e “forma”. Non a caso Dante è un Poeta: nella sintesi poetica, senza la forma la sostanza non può manifestarsi; ma senza la sostanza la forma è nulla. Si pensi, inoltre, al problema della vera nobiltà, che per Dante e gli stilnovisti non è quella formale di nascita, ma quella sostanziale dell’animo (il «cor gentil»). Dante, insomma, è un maestro di lealtà. Insegna a riconoscere il valore sempre: anche quando non conviene, anche se appartiene al nemico. Occorre elevarsi dal limite particolare che spesso rende il mondo «aiuola feroce». Come fa lui stesso: dalla prospettiva limitata e partigiana delle lotte comunali alla visione universale dell’Impero; dalla Roma storica delle contese nobiliari e della corruzione ecclesiastica, alla città ideale «onde Cristo è romano», che può finalmente mettere d’accordo la croce e l’aquila, il papa e l’imperatore.

Il Dante che ci restituisce Onorati è un proto-umanista medievale, un anticipatore del mondo nuovo, nella ricerca di un equilibrio osmotico fra teologia e laicità, così come fra Chiesa e Impero. Egli mette al centro il rispetto della persona umana, nella sua debordante complessità. Se, al vertice sommo del suo viaggio (XXXIII Par.), Dante vede impresso nel secondo dei “tre giri”, nella «profonda e chiara sussistenza / de l’alto lume», la «nostra effige»: se c’è dunque l’uomo nel cuore della divinità… allora specularmente l’uomo, ogni uomo, questa divinità la porta impressa dentro il suo mistero. E se dentro ogni uomo c’è il mistero dell’infinito, ci si renda conto di quanto grande e ridicolo e tragico è l’abominio di ridurre e mortificare questo infinito al privatissimo gusto sessuale, giudicando solo da questo la persona in toto. Come se pretendessimo di conoscere le persone, emettendo sentenze definitive sul loro conto, dal gusto di gelato che preferiscono… Eppure accade così! Allora ci si chiede (come fosse la cosa più ovvia del mondo: ma purtroppo non è): che cosa può interessarci con chi una persona preferisce stare e come decide di esprimersi in camera da letto, liberamente e consapevolmente, se poi è una persona onesta, leale, eticamente apprezzabile?

Dante ci indica, a ben sette secoli di distanza, l’opzione di una civiltà laica e umana che il nostro Paese, malgrado gli ideali strombazzati, non ha mai saputo praticare come avrebbe dovuto e potuto. Un plauso convinto va ad Aldo Onorati per averci permesso di capirlo meglio, con questo libro di alta sintesi intellettuale che consiglio vivamente di leggere, anche perché – fra gli altri meriti – è estremamente chiaro, di facile e piacevole lettura.

Marco Onofrio

aldo_onorati01Aldo Onorati, poeta, narratore e saggista, è nato ad Albano Laziale (RM) l’11 agosto 1939. Ha origini brasiliane: la nonna materna era di Säo Paulo. Ha insegnato Lettere negli istituti superiori e ha condotto corsi di specializzazione in «Tecnica del verso». Ha pubblicato quasi tutte le sue opere con Armando editore, presso cui ha lavorato per un certo periodo come curatore dell’Ufficio stampa. È stato direttore editoriale e di collane di critica. Giornalista, ha collaborato per decenni ad “Avvenire”, “L’Osservatore Romano”, “Il popolo”, “Giornale d’Italia”, “Specchio economico”, “Giornale di Brescia” etc., e anche alla RAI-TV, III programma, “Dipartimento scuola educazione”. Ha diretto numerosi organi di stampa, fra cui “Terza Pagina”, “Interviste oggi” e “Quaderni di filologia e critica”. È autore di 10 libri di poesia – lungo un arco cronologico che va dal 1958 al 2004 – raccolti nel volume Tutte le poesie (Anemone Purpurea, 2005). La vera riscoperta di Aldo Onorati poeta si deve però a Marco Onofrio, curatore di una antologia critica (Il mistero e la clessidra (EdiLet, 2009). La sua autorità di dantista lo porta a commentare il sommo Poeta in Italia e all’estero. Di recente, la Presidenza Centrale della Società Dante Alighieri gli ha conferito, al Vittoriano di Roma, il diploma di benemerenza con medaglia d’oro «Per la profonda conoscenza dell’Opera dantesca, al punto di diventare testimone nel mondo della Divina Commedia». È in via di pubblicazione con la stessa Società un’ampia sinossi critica dei 34 canti dell’Inferno. Le sue opere di poesia e di narrativa (oltre 40 libri) sono state tradotte in 16 lingue, fra cui Coreano, Esperanto, Francese, Inglese, Spagnolo, Portoghese, Romeno, Tedesco, Russo (la silloge poetica Domande assurde è apparsa prima a Mosca, tradotta e prefata da Evghenij Solonovich, e poi in Italia), Cinese, Polacco etc. Di particolare importanza è la supervisione e il saggio critico di post-fazione che Onorati ha fatto al libro di Louis La Favia sulla scoperta di un inedito di Dante: Chanzona ddante (Longo, 2012).

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