Andrea Zanzotto su Franco Fortini

AndreaZanzottHo avuto gia’ occasione in passato di scrivere qualcosa su Franco Fortini, e ben di piu’ avrei fatto, se mi fosse stato possibile, sul Fortini poeta, e in particolare al riguardo delle sue ultime creazioni in versi. Metto percio’ tra parentesi il grande teorico di una prassi politica, e do per scontato che il suo ininterrotto, instancabile intervenire nella vita letteraria, con apporti nella teoria e nella critica, appartenga al Fortini poeta. Ma ben difficile sarebbe precisare il carattere dell’ intreccio di fili metodologici che ne attizzano la passione e l’ acutezza, sostenute da un raro e fecondo apparato di conoscenze della metrica, della retorica, della stilistica, della linguistica. Fortini (in sua memoria oggi si tiene una giornata di studi presso l’ Universita’ di Siena. n.d.dr.) e’ stato soprattutto un poeta vero, maledettamente vero, fors’ anche contro l’ opinione sua stessa. Ma un esame che renda ragione di quest’ affermazione, condotto sui testi con il fine di fissarne modalita’ di scrittura palesi e nascoste, si presterebbe con facilita’ ad ogni tipo di fraintendimenti. Si rischierebbe soprattutto di “mancare” una sostanza espressiva che trae alimento da una totalizzante fede in un senso del mondo, della storia, perseguita anche a costo di un’ ostinata e malcelata spinta all’ autocontraddizione e che soltanto accolta dalla comprensione dei suoi paradossi “preliminari” darebbe ragione di quanto é fissato sulla pagina. In base alle categorie secondo cui Fortini più o meno apertamente gerarchizzava le figure dell’ umano (in parte corrispondenti a quelle del nostro caro Noventa) il poeta come tale non occupa certo il primo posto: e’ sempre a rischio, sempre sull’ orlo dell’ inesistenza, di fronte al prevalere dei ruoli e delle funzioni civili ed etiche. Ma contemporaneamente il poeta é colui che si fa attraversare, anche nel momento del negarsi come tale, dallo “strano” imperativo: ma scrivi. E se in questa espressione puo’ essere inclusa anche ogni forma di scrittura, non v’ e’ dubbio che per lui quell’ imperativo si riconnetta, anzi sia quasi “clonato” da quel dittar dentro, che proviene da territori molto lontani connessi alla primaria strutturazione dell’ io, ed abbia, sempre e semplicemente, l’ inevitabile, l’ ineludibile, il “senza tempo” di una sua categorialita’ . Non posso in questa occasione che limitarmi ad una breve testimonianza su Fortini, nel ricordo dei nostri rapporti, in una prospettiva dunque enormemente ristretta, ma che credo conti qualcosa ad illuminare uno dei tanti aspetti della sua umanita’ e insieme del suo operare nella cultura con una ricchezza di strumenti e una forza d’ implicazione incomparabili, con un animus “bellicoso” e contemporaneamente rattratto in se’ , circospetto nei confronti di se’ piu’ che degli altri. Quando, nel 1951, gli inviai Dietro il paesaggio, che, se accolto bene da illustri poeti, venne quasi ignorato dalla critica, non mi sarei mai aspettato una sua attenzione. Gia’ allora, per quanto fosse piu’ anziano di me soltanto di quattro anni, lo vedevo come un possibile maestro avendone seguito gli scritti, anche sulle riviste, dai tempi del “Politecnico”, e sentendo cosi’ forte, intimativa, e a suo modo “pura” la sua scrittura poetica pur cosi’ lontana allora dalla mia. Fui dunque assai toccato dalla nota precisa anche se limitativa, che egli mi dedico’ su “Comunita’ “. Qualche anno dopo, nel 1954, ecco la copertina gialla dei quadernetti della Meridiana, in una collana fraternamente curata da Vittorio Sereni, e la’ con emozione mi trovai in compagnia di Fortini e di Pasolini. Gia’ esisteva tra questi nomi una circolazione di comunicazioni a distanza quasi di “segnali di fumo” in cui Sereni era spesso trait d’ union e che sarebbe poi sempre durata, includendo beninteso molti altri nomi, anche se il colloquio ravvicinato Fortini Sereni sarebbe stato al centro del reticolo, non meno che il tempestoso “scontro di magisteri” avvenuto tra Fortini e Pasolini. Altrettanto importante fu la valutazione fortiniana di Vocativo apparsa su “Il Menabo’ “, e per me terribilmente rivelatrice, perche’ capace di cogliere significati e sottintesi che sfuggivano a molti, ed anche a me stesso. 220px-Franco_FortiniIl mio rapporto con Fortini in un certo periodo culmino’ con uno scambio di sonetti, addirittura con la proposta reciproca di ritocchi: un fatto che pone in evidenza la sua totale compromissione con la “pagina”, la testualita’ , la storia delle forme, cio’ di cui diede saggi molteplici e memorabili, con un’ acribia pari alla penetrazione. Pochi come lui sentirono quasi come un “peccaminoso” divertissement questo aspetto dell’ attivita’ letteraria, questo insistere e degustare, porsi al servizio della parola, e nello stesso tempo ne accolsero il fascino, o appunto il Diktat. E non bastano certo a spiegare questo fenomeno le sue origini nell’ ambiente fiorentino tra le due guerre. A parte i suoi rapporti e i suoi scritti riguardanti i principali personaggi della letteratura del dopoguerra penso che Fortini abbia avuto spesso sotterranei scambi come quelli che intercorsero tra noi al tempo dei sonetti; sicuramente con tutti gli amici che stimava fu generoso e intransigente anche su questo piano, in questi elementi che sembravano minimi, marginali. Ben sapeva che nel particolare, nell’ estremamente futile, addirittura, puo’ celarsi l’ indizio di una verita’ , o almeno una particolare pulsionalita’ che esiste, e dunque ha un senso, seppure tutto da indagare, anche se quasi volto a dissimularsi. Durante il lungo tempo della nostra frequentazione, costellato per altro da contrasti talvolta marcati, egli fu tra i pochi a capire i veri motivi di un mio, per cosi’ dire, “rapporto col nulla”, soprattutto nei periodi di enormi vuoti depressivi e ossessivi (da cui egli mi parve immune, almeno in quelle forme). Il suo giudizio, sempre un po’ nell’ ombra di un possibile mane techel phares di origine biblica, mi pareva come attenuato da un modo di umanita’ accogliente e da un alto rispetto per un vissuto da lui forse non toccato, o rintuzzato perche’ manifestamente intaccato talvolta dalla vicina acedia. Un mio rapporto con le “assenze”, i mancamenti, con la depersonalizzazione che non poteva non sospingere alle “parole impostabili”, fu da Fortini scrutato e “compatito”. Del resto la sua sterminata, incessante autoacculturazione era tale da non lasciargli sfuggire alcun campo d’ indagine, era rivolta anche a questi fenomeni sia sotto l’ aspetto psicoanalitico, sia sotto quello linguistico. La prima volta certi nomi, addirittura a lui sghembi, li lessi in suoi scritti, e non perche’ additati all’ esecrazione, ma perche’ erano irruzioni di un’ imprevedibilita’ . Una certa polemica sorta all’ affermarsi dello strutturalismo e della semiotica scaturi’ anche alla presentazione che egli fece del mio libro La Belta’ (1968), a Milano, libro che gli sembro’ per certi aspetti un cedimento, pure riconoscendone le ragioni tanto perentorie anche storicamente, quanto paradossali, ma pur sottese da un’ oscura domanda che egli affermo’ di sentire anche come sua. Ma subito coglieva in molte tendenze culturali apparse durante il dopoguerra il pericolo che venisse messo in ombra il fondamento di ogni atto culturale, quello etico politico. Anch’ io, in certi momenti, mal sopportai il magistero di Fortini e non perche’ venisse da una sicurezza di sapere, ma perche’ quel tipo di pre sicurezza insonne che lo travagliava costituiva una stretta, una tenaglia, un invito ad un’ ordalia non evitabile. Anche le sue insicurezze diventavano cogenti, perche’ le loro radici venivano da un’ autorizzazione assai simile a quelle che non sembra impudico riaffermare come vicina a una forma di profetismo. E vi era in esse, per me, qualcosa di piu’ profondamente poetico di quanto e’ “soltanto” filosofico e storico. Ribadisco che questo suo furor politico etico era per me accettabile in quanto anche poetico (profetico, allora? Non c’ e’ in tutti e due i casi il postulato , magari respinto , dell’ est deus Deus in nobis?). E proprio per questo la forma della sua poesia e’ stata tale da far ripensare a tutti gli altri la loro. Ho ricordato l’ alquanto drammatica presentazione de La Belta’ , e mi vengono in mente molti episodi, tra i quali spicca il momento in cui, su iniziativa di David Maria Turoldo, si avvio’ l’ uscita dal “Corriere”, per sopraggiunte incompatibilita’ politiche, di parecchi collaboratori. Fortini gia’ era arrivato alla stessa decisione, ma la manifesto’ nel gruppo e accetto’ anche di firmare il documento da lui detto “dei supplici”, perche’ vi si chiedeva fin troppo dimessamente un maggior peso dei collaboratori esterni nelle decisioni riguardanti i quotidiani in genere. Restano poi serenamente indimenticabili le sue magnifiche sfuriate seguite talvolta da pentimenti quando si trattava di discutere di letteratura. Su questa linea e’ da porsi lo sfrecciare, il grandinare dei suoi epigrammi, in cui credo abbia superato per sprint, agilita’ di soluzioni e varieta’ di bersagli forse tutti gli altri che in questi decenni si cimentarono in tale campo. Io ne fui contemporaneamente raggiunto e risparmiato… Come fui spinto a dedicargli direttamente certi versi, che mi sembrarono avere in lui il piu’ diretto ascoltatore: ad esempio il testo che chiude La Belta’ e che riecheggia una delle occasioni piu’ fervide di auspici, il viaggio che compimmo insieme anche con Vittorio Sereni e Giovanni Giudici nella Praga al colmo della sua primavera 1967. E ricordo ancora come uno dei molti altri momenti, in cui sapeva sorprendere per intensita’ di vicinanza, anche la sottilissima, estesa prospezione che egli dedico’ al mio quasi poemetto Sedi e siti, su “Allegoria” nel 1990. Non posso qui del resto evitar di evidenziare che un titolo come Paesaggio con serpente, che un tema come questo, e’ stato, in modo diverso, quello di tutta la mia vita, e quasi la passerella robustissima tra noi due. Un rilievo veramente fondamentale ha, nei tempi piu’ recenti, l’ intervento di Fortini a proposito della querelle sui dialetti, sul pericolo di parlare in lingua mortua cum mortuis (secondo una possibile infiltrazione di “moda”, soprattutto), pur essendo egli perfettamente consapevole, partendo dalle convergenze noventiane, della necessita’ delle novita’ dialettali, nella loro connessione allo stato della lingua italiana, e oggi, forse, della disgregazione italiana. Anche qui la sua posizione fu quella di un caro “ospite ingrato”. Quanto a Composita solvantur, in cui egli si perdona di scrivere della nugae di ambiente milanese medio, e quasi da vecchierello che trascina suo di’ tardo (cio’ che non era vero affatto, nonostante l’ incalzare degli anni), pare egli ritorni piu’ inerme a quello che, contro ogni dubbio, puo’ essere la primizia, il primo “candido” stato della poesia, seppur insieme con un insopprimibile ammicco. Un vagito sulle soglie del nulla: un vagito che non chiede, non giustifica e non si giustifica, che sta al di la’ di colpevolezza e innocenza e che persino sa di essere un rantolo. Anche per Fortini credo che in ultima analisi la poesia fosse spudoratamente libera e “cosa in se’ “, anche nel suo stesso verificarsi e vanificarsi come ludus. Pur sullo sfondo di dolorose consapevolezze e di convinzioni tenacemente “rimorse”, egli pure l’ accoglie come particolare modo dell’ immediato e del vero che “adveniunt” nel vortice della realta’ : bolle di sapone che vanno riflettendo il bianco e nero, lo splendore, o il rien du tout del mondo e dell’ uomo, dandogli un sovrappiu’ insostituibile, bolle lasciate scorrere via da un bambino: ormai di altri tempi, di quando i bambini potevano usare semplicemente cannuccia, acqua e sapone piu’ di quanto siano in condizione di fare ora. E quanto fosse labirinticamente tenace la fede di Fortini in tutto cio’ , lo prova l’ aver voluto scrivere, ormai in limine, un noncurante sonetto sui problemi dell’ uso del computer. E, piu’ ancora, l’ aver messo il suo “Proteggete le nostre verita’ ” allo stesso livello del “rivolgere col bastone le foglie dei viali” e di “quei due ragazzi mesti che scalciano una bottiglia”.

Andrea Zanzotto

( Articolo tratto da “Il Corriere della Sera”, 29 novembre 1995, pag. 31)

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10 commenti
  1. Davvero un ritratto fraterno e autorevole di Fortini. Grazie, perché non conoscevo questo articolo. Appena posso lo commento.
    Per ora solo la segnalazione di due refusi:

    – Non c’ e’ in tutti e due i casi il postulato . magari respinto . dell’ est deus Deus in nobis?).[= …il postulato,magari respinto, dell’est Deus in nobis?]

    – bolle lasciate scorrere via da un bambino: ormai di altri rempi, [=tempi]

  2. Con infinita commozione ho riascoltato la voce di Andrea Zanzotto. Mi è parso davvero di risentirlo come quando talvolta mi chiamava al telefono solo per raccontarmi della sua passeggiata appena terminata e dei suoi solitari colloqui con le piante… A lui avevo dedicato questi versi:

    Treccia dei paesaggi natalizi

    (Per Andrea Zanzotto,
    in memoria)

    Ti ricordi a Natale? Scendeva dalle stelle
    un bimbo in una grotta, carbone, caramelle
    tra il letto e il davanzale, dalla scaletta rotta
    s’intuiva un candore lontano, oltre il grigiore

    della piazza perduta nel buio delle stelle.
    Luminarie, banconi di semi e lupinelle
    e il presepio che aiuta santi e costellazioni
    a indovinare un filo che guidi ad un asilo

    oltre la radura
    delle inesistenze.
    È la fioritura
    di fatue evidenze:

    l’alcol per i geloni, le montagne fatate,
    la legna casalinga, le vetrine incipriate,
    la ruggine ai ramponi, gli effluvi dell’aringa
    nel crollo indefinito di un tempo incustodito.

    Troppo lenta la neve scende sui teleschermi:
    scomparendo riappari per noi attoniti, inermi…
    – non ti tradì la neve! – …Natale! Tra gli alari
    le inobliate essenze tramano trascendenze

    naturali, al fuoco
    calmo di un camino…
    forse…appena un poco…
    ti vedo in cammino.

  3. Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
    Come vincerà me, che ti somiglio.

    Padre, i tuoi gesti sono aria nell’aria
    Come le mie parole vento nel vento.

    Padre, ti hanno umiliato tradito, spogliato;
    Nessuno t’ha guardato per aiutarti.

    Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
    Padre, il più triste dei miei fratelli, padre,

    Il tuo figliuolo ancora trema del tuo tremore
    Come quel giorno d’infanzia di pioggia e paura

    Pallido tra gli ululati del rabbino contorto
    Perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

    Ma quello che tu non dici devo io dirlo per te
    Al trono della luce che consuma i miei giorni.

    Per questo è partito tuo figlio: e ora insieme ai compagni
    Cerca le strade bianche di Galilea.

    Franco Fortini, Lettera

    1944

    da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi Editore, 1967

    http://poesiainrete.wordpress.com/

  4. Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
    Come vincerà me, che ti somiglio.

    Padre, i tuoi gesti sono aria nell’aria
    Come le mie parole vento nel vento.

    Padre, ti hanno umiliato tradito, spogliato;
    Nessuno t’ha guardato per aiutarti.

    Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
    Padre, il più triste dei miei fratelli, padre,

    Il tuo figliuolo ancora trema del tuo tremore
    Come quel giorno d’infanzia di pioggia e paura

    Pallido tra gli ululati del rabbino contorto
    Perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

    Ma quello che tu non dici devo io dirlo per te
    Al trono della luce che consuma i miei giorni.

    Per questo è partito tuo figlio: e ora insieme ai compagni
    Cerca le strade bianche di Galilea.

    Franco Fortini, Lettera

    1944

    da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi Editore, 1967

  5. SEGNALAZIONE: FERDINANDO CAMON SU FORTINI E ZANZOTTO

    http://www.ferdinandocamon.it/perchescrivere.htm

    Di tutti i lettori di manoscritti, quello che trovo piu interessante non è il mitico Bobi Bazlen, personaggio dello “Stadio di Wimbledon” di Del Giudice, che affrontava ogni nuovo testo sconosciuto ponendosi la domanda: “Risponde questo libro alla mia idea di libro?”, perché voleva vivere nei libri degli altri, che dunque dovevano scrivere perché lui vivesse; domandarsi se un libro c’è o non c’è ponendosi quella domanda, significa costringere il libro a confermarci; no, preferisco l’estetica applicata dall’umile cristiano-comunista Franco Fortini, che di fronte a un manoscritto poetico di Andrea Zanzotto ebbe l’onestà di scrivere suppergiù così: “Nulla di questo libro poetico corrisponde alla nostra idea di libro e di poesia; ma è un libro poetico; e dunque alla domanda: Stamparlo sì o no?, rispondo: Stamparlo subito, purtroppo”. In un certo senso, quella parte di cristianesimo-e-comunismo di Fortini che Fortini non riusciva a dire, era detto, in forme non fortiniane, nei versi di Zanzotto. Anche questa è una maniera per vivere oltre se stessi. Dunque, per scrivere.

  6. SEGNALAZIONE: ZANZOTTO SU “ADULTISMO” E “PUERILITA'” DEL POETA

    Occorre insistere sull’ apprezzamento che Saba fa di Dante
    inquadrandolo nella propria teoria del poeta: si sa che nel poe-
    ta c’è un bambino che però è anche un adulto. Il bambino si
    stupisce della bravura dell’ adulto; l’adulto si stupisce della
    profondità delle sensazioni del bambino, e insieme si armoniz-
    zano. Se qualcuno è troppo adulto, di fronte alla fresca inno-
    cenza della poesia finisce per diventare disdegnoso, sospettoso
    e perde il contatto con essa. Se invece è troppo bambino fini-
    rà per essere eccessivamente egoistico, non arriverà veramen-
    te a valori comunitari, cui solo l’adulto può riferirsi. Quest’ul-
    timo è per Saba il caso di Pascoli, da lui citato come troppo
    bambino (anche se Pascoli si era messo la maschera del bam-
    bino per nascondere cose molto più complesse). È uno schema
    per molti aspetti accettabile. Dante, secondo Saba, rappresen-
    terebbe dunque colui che è insieme bambino e adulto al mas-
    simo livello e quindi poeta in senso assoluto. Ma, come sem-
    pre avviene, anche Saba attraverso tali apprezzamenti e teorie
    parla di se stesso pur se non può paragonarsi direttamente a
    Dante rispetto al quale egli opera in condizioni storiche addi-
    rittura capovolte. E vero comunque che Dante ha in sé nasco-
    sto un pusillo gemente che si rivela quanto più egli s’innalza
    verso il Paradiso; il Dante puer, quello della primissima infan-
    zia, lo si ritrova mano a mano che egli s’innalza verso gli
    estremi gradi del linguaggio, là dove il linguaggio non può
    reggere la tensione di ciò che deve esprimere. Nella vicinanza
    di Dio, nel Paradiso, negli ultimi canti, il linguaggio in realtà
    viene proiettato di fronte a se stesso, dato che si postulano
    come presenti esperienze sovrumane (non umane). Dante ha
    tuttavia realizzato il suo Paradiso-paradiso, e almeno è riusci-
    to a porlo come problema non solo espressivo ma addirittura
    linguistico; ha dovuto affrontarlo come problema di esperien-
    za sua personale e di esperienza poetica. In quel vuoto di rife-
    rimenti si accampano i numerosi paragoni presenti in tutta la
    parte terminale della Divina Commedia, che riconducono «al-
    l’infante/che ancor bagna la lingua alla mammella». E non si
    può non ricordare l’inizio XXV Paradiso, in cui pare che il
    poeta abbia affrontato il suo onere cosmico solo per poter
    rientrare nell’ amata Firenze, nel fonte battesimale, nel «bello
    ovile» dove aveva dormito agnello. Agnello: animale e insieme
    simbolo divino. In quei versi, la massima funzione morale e
    sociale del poeta come adulto, è consapevolmente affiancata
    al modo di essere, anzi al «desiderio» dell’infante, e in ultimo
    ricondotta ad un’ animalità che è insieme biologicamente «cal-
    da» e archetipico-simbolica. Anche Saba mette il suo «adulti-
    smo» al servizio di questa «puerilità», di quest’infanzia senza
    tempo, al di là del piccolo Berto, e fino a ricollegarsi agli ani-
    mali. Ma, come si accennava Saba si trova al polo opposto di
    Dante: alle prese cioè con una lingua (e con un’epoca) sempre
    più «tristi», autodistruttive, mentre Dante creava addirittura
    una nuova lingua, stava nell’inizio di un nuovo tempo, di una
    nuova nazione.

    (da Andrea Zanzotto, Per Saba in Fantasie di avvicinamento, pagg. 365-367, Mondadori, Milano 1991)

  7. Velio Abati
    Di Zanzotto e di Fortini
    Contro la società verticale

    Qualunque lettore di critica sa la differenza tra il gusto collezionistico dell’erudito e la forza del critico che ti coinvolge con nuove domande, se non con le risposte. Il primo è fisso al passato, il secondo non cessa di parlare al futuro, per quanto distante e imprevisto esso sia. Un italianista statunitense ebbe a osservarmi, a proposito di una raccolta di scritti su Manzoni, tra cui uno di Fortini: non c’è bisogno di leggere la firma, il critico vero non ti fa distrarre, addita sempre te nella sua pagina. Se è vero per la critica, non lo è meno per l’opera letteraria, perché ciò attiene alla misteriosa, difficile e pericolosa qualità di ogni azione umana. È insieme nell’hic et nunc, ne subisce la genesi, la natura, ed è eterna. Anzi, tanto più è vera, ossia porta limpida la radice della propria profonda storicità, tanto più essa è di ogni uomo, di ogni tempo. Dunque esiste un criterio sicuro di rilevanza d’un testo come di un’azione comune, è il suo quantum che ci riguarda. Nel confrontarci con l’intervento zanzottiano su Franco Fortini, partiremo dunque da questo semplice metro immediato.
    Diciannove anni dopo, chiuso con ogni evidenza il periodo storico del Novecento (intendo valori culturali, istituzioni civili e istituzionali, associazioni sindacali e politiche, forme degli assilli, delle attese e delle relazioni della vita quotidiana), insomma catapultati in un altro mondo, al punto che l’ordine del discorso di Zanzotto potrebbe apparire non più distante da noi di un qualunque altro secolo trascorso, quali piaghe odierne mette a nudo, a quali mete sollecita l’attenzione?
    Nell’immediata relazione con il testo, qualunque lettore di media consapevolezza e sufficiente attitudine al disinganno non sfuggirà ad almeno tre punti d’attrito. Non ha importanza, in prima approssimazione, distinguere quanto pertiene alla voce del soggetto e quanto a quella dell’oggetto critico. Chiara è comunque la sottolineatura di alcune urgenze. Nel mettere in guardia da fraintendimenti, Zanzotto addita l’energia, la fecondità creativa della “totalizzante fede in un senso del mondo”. Lasciamo agl’imbonitori e ai gazzettieri la trivialità di leggere nell’espressione un bisogno generico, quindi innocuo dell’uomo senza tempo. Nella realtà storico-concreta delle nostre strade, delle case dove consumiamo la vita tra alternative senza speranza, assiepate nel giorno come marruche e sterpi, quell’appello a un senso del mondo irrompe con la forza di un urlo d’allarme, di un palpito di speranza. Si proclama “totalizzante”. Non è una parte, nemmeno una somma; è una relazione, un insieme di relazioni, dove tutto si tiene. Di quel tutto noi stessi siamo parte, ogni nostro agire e dire e pensare. Ecco perché le impotenze e le umiliazioni che ci assalgono non sono né naturali né opera di un dio nascosto, ma prodotto storico-umano. Ecco perché esse non sono mai completamente tali, senza l’acquiescenza del nostro consenso. Zanzotto dà a quel senso il nome di “fede”, perché c’è ma si nasconde, va costretto a disvelarsi, meglio ancora a prodursi con il sudore della nostra fronte.
    Zanzotto proclama inoltre l’urgenza di non porre in ombra il fondamento di “ogni atto culturale”, che è, dice, “etico-politico”. Il richiamo trova giustificazione nella già indicata totalità di senso, ma ciò che esso più scuote dell’odierno consenso è l’ovvietà che la politica sia tecnica e non etica; che l’etica sia un dato naturale o astorico, non scelta politica, dunque storica e di parte.
    Dato che ogni atto culturale è etico-politico, qual è il senso della scelta linguistica di un poeta? Il segnale del pericolo di “parlare in lingua mortua cum mortuis” è, prima di tutto e ancora una volta, un avvertimento a tener desto l’occhio sul molto di scarto, di falsa-vita, magari incipriata dalla moda che affolla il bla bla soffocante dei nostri giorni. Un avvertimento a evitare di appagarci con il narcisismo della nostra irrilevanza. Poi è, più in concreto, un sorprendente squarcio sulla realtà linguistica italiana, sul suo quasi inerme cedere alle pressioni – oggi lo vediamo bene – della neo-lingua angloamericana, al suo impidocchiarsi di locuzioni intraducibili, storture sintattiche, tanto da esporsi al contraccolpo della riemersione dei forti sostrati antichi, traboccanti fino all’idiotismo. Colpi dal basso e dall’alto, dunque, oggi autorevolmente assecondati dall’esibizione di interi percorsi universitari italiani in lingua inglese. Questo frangersi che appare senza scampo, ci avverte ancora Zanzotto, non è un fatto esclusivamente linguistico: è il prodursi stesso della “disgregazione italiana”. Compagni, ripeterebbe ancor oggi Bertolt Brecht, come già fece al Congresso internazionale degli scrittori in difesa della cultura del 1935, parliamo dei rapporti di proprietà; dunque dell’odierno finanz-capitalismo e, in esso, del ruolo subalterno della classe dominante italiana, disposta a tutto sperperare e tutti ridurre a plebe, pur di conservare il proprio comando e ricchezza.
    Registrati gli urti, si tratta di rispondere alla domanda fondamentale: chi è che ci parla? Perché solo con la sua risposta possiamo comprendere le circostanze da cui quegli urti ci giungono, il sottointeso di cui si caricano: natura di cose – cioè fatti storico-umani, spiega una volta per tutte Vico – altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise. E comprendere la determinazione storica di chi ci parla è il dé-tournement necessario per intendere noi nella nostra. L’articolo zanzottiano per la solennità della circostanza, il rilievo della figura e la forza della frequentazione si presenta come uno specimen altamente emblematico per indicarci il timbro fondamentale dell’autore, la nervatura del suo discorso, le strategie su cui si muove. Nel contempo, la natura seconda dello scritto obbliga a intrecciare ad esso l’ulteriore détournement su Franco Fortini.
    Clamorosa – per chi conosca l’imponente rilievo politico e saggistico di Fortini nel suo tempo – è la scelta zanzottiana di mettere in primo piano Fortini poeta, quando la critica coeva non era mai stata su questo generosa. Saremmo tuttavia assai lontani dal vero, se vedessimo quella scelta dettata dalla svolta post-ideologica affermatasi alla fine del secolo breve, che ha portato un’intera generazione di uomini della politica, della cultura o della militanza politico-sindacale intermedia all’esplicito misconoscimento del proprio passato, con franca adesione all’antisocialismo e all’antimarxismo. Quell’avvio della restaurazione liberista e antidemocratica ha prodotto, tra i suoi effetti, il ritorno a una visione della poesia “pura” da implicazioni diverse da se stessa, fino ad asserirla, in certe aree, fatto assolutamente privato. Che la strada di Zanzotto sia diversa – e, per chi lo conosce, in intima coerenza con sé – è chiaro fin dall’abbrivio, dove si riconosce con parole nette, condividendola, la complessità della figura intellettuale di Fortini. Ma, più cogentemente, è l’intero sviluppo del ragionamento a connettere lo sguardo sulla poesia con l’insieme dell’attività saggistica, secondo l’ottica della totalità.
    Zanzotto poeta e critico, come ho cercato di mostrare altrove, muove da un’originaria, potente spinta orfica che presto ha accettato di confrontarsi con le ragioni altrettanto perentorie della storia. Egli ha saputo acutamente far di questo suo dualismo costitutivo chiave d’accesso al proprio tempo. Per un verso ha ricondotto l’urto deflgrante dei suoi demoni interiori – che costantemente lo risucchiavano ben oltre il paesaggio, verso la cancellazione di ogni cultura umana e di sé medesimo – alla disciplina insieme funambolica e iperraziocinante della psicoanalisi lacaniana; per l’altro ha coltivato la sua compromissione con la storia, passata a contrappelo dall’ostentata marginalità solighese, mettendo via via a frutto tanto il socialismo resistenziale, quanto una vitalissima radice sensista e materialista di derivazione e natura indubitabilmente colta, ma in parte consonante con l’universo rurale cui è rimasto fedele.
    Credo che le ragioni del primato che, “tra le figure dell’umano”, egli assegna al poeta si trovino sia nell’orfismo che su per li rami lo collega alla grande stagione romantica europea, sia nel ricorso al surrealismo lacaniano. Un primato che però mai ha ceduto alla presunzione di sufficienza e di esclusione dalla totalità storico-umana, come anche nell’articolo in questione ben si conferma. Totalità non ricomposta, si capisce: strenuamente inseguita, ora raggiunta, ora dileguante, ora semplicemente segnata da una béance sanguinante. Zanzotto ha saputo portarsi all’altezza del proprio tempo proprio facendo circuitare la personale ferita originaria con il fermentante conflitto sociale, politico e culturale che ha caratterizzato il trentennio del secondo dopoguerra. Conflitto tra capitale e lavoro, donne e uomini, movimenti sociali e istituzioni, creatività e conservazione. Un conflitto assai aspro, anche cruento, che ha però prodotto nel mondo e in Italia una decisa democratizzazione.
    Come accade a un pensiero forte e ai poeti autentici, Zanzotto impiega il proprio metro anche nella lettura degli altri, tanto più penetrante quanto più affini gli autori, né sorprenderà che in quella qui in questione muova sul filo del ricordo personale. Come ogni pensiero, sgorga con la sua lingua. Il lettore non tarderà ad accorgersi che la nota dominante dell’articolo è il contrasto, ora nei modi sintattici più distesi dell’antitesi, ora nell’ossimoro, per quanto esso qui figuri nella giuntura attenuata da congiunzione: “Bellicoso e contemporaneamente rattratto in sé”; sentir “peccaminoso” il “degustare, porsi al servizio”; “nell’estremamente futile” una “verità”; “le sue insicurezze diventavano cogenti”; ecc. La frequenza e la concentrazione nell’ossimoro del procedimento si accentuano via via che l’avvicinamento all’oggetto si fa maggiore, insieme con la condivisione: “generoso e intransigente”; “raggiunto e risparmiato”; “verificarsi e vanificarsi”; “un vagito” che “sa di essere un rantolo”; ecc. È appena il caso di notare che l’antitesi non è a somma zero, ma affina lo sguardo su elementi realmente confliggenti, innescando al contempo l’insofferenza contro ogni acquetamento.
    Anche la scelta lessicale è mossa da un’energia che mentre cerca ora la precisione tecnica – principalmente della psicoanalisi, ma anche delle scienze, come “clonato”, o del linguaggio sportivo, “sprint”-; ora di ben determinati campi della cultura – dal dantesco “dittar dentro”, alle “nuge” dei neoteroi latini, fino al latino biblico, all’immancabile francese surrealista e al classicismo filosofico della “cosa in sé” -; tale energia sempre pone quegli appoggi specialistici al servizio di una più ampia connessione e del sapere e dei tempi storici. Da qui la sorvegliatezza del registro, la complessità e le impuntature della sintassi, in perfetta coerenza e quasi in reazione all’allarme sullo sfaldamento dell’italiano.
    Zanzotto, come da sua premessa, articola il breve percorso, che in verità abbraccia l’intero quarantennio della frequentazione, intorno alla questione della poesia. Tralasciando i riconoscimenti ricevuti sulla propria poesia, portati a riprova della coerenza fortiniana tra poetica e prassi critica, risultano con nettezza il terreno comune e la diversa ‘traduzione’ che nei due intellettuali esso riceve. Se sotto l’aspetto delle genealogie culturali la consonanza tra i due affonda nel condiviso magistero del romanticismo europeo, sul piano più strettamente storico-sociale loro coevo identica è l’acutezza di sguardo su ciò che Fortini ha chiamato fine del mandato degli intellettuali, di cui il poeta è forma particolare.
    Per Fortini la poesia e in genere l’opera d’arte nella società capitalistico-borghese soffre di una doppia mistificazione, che acceca il lettore così come il suo autore. In quanto totalità realizzata ‘in figura’ e in forza del suo costitutivo imperativo al fruitore – sii come me – la forma artistica dà l’illusione di attuare quella pienezza di senso del mondo cui solo una riappropriazione reale del destino comune e di ciascuno può effettivamente approssimarsi. Una mistificazione assai palese e talvolta – come in D’Annunzio – cinica di tale condizione è nell’equiparazione di arte e vita compiuta dall’estetismo primo novecentesco. La seconda mistificazione deriva dalla più ampia condizione della lingua e della cultura. In Fortini ferma è la convinzione marxista che ogni produzione culturale e, prima ancora, ogni enunciato semiotico prende significato dal contesto in cui nasce e vive, compreso quindi il suo medesimo fruitore: due persone diverse che dicono la stessa cosa non dicono la stessa cosa, indica icastico. Tale condizione paradossale, che in verità è diretto portato della socialità dell’uomo, della sua capacità di produrre la storia del proprio genere, incide nella pretesa autosufficienza dell’opera d’arte una seconda ferita, per quanto nascosta dal godimento estetico.
    Si tratta di una condizione storica insuperabile in una società basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo; una contraddizione reale che solo la consapevolezza dello sfruttamento e dell’alienazione rende possibile all’autore e al fruitore di vivere alla sua altezza, cioè in uno stato di negazione e insieme di rifiuto di quell’impotenza. Tale condizione da Fortini è rappresentata con due diverse espressioni: il significato delle parole lo decide chi comanda; la poesia è sempre poesia dei padroni. Per questo, in compagnia di grandi e diversi marxisti, da Lenin a Benjamin fino a Gramsci, sia rammenta a se stesso il comandamento qui ricordato da Zanzotto: non serve a niente, ma scrivi; sia, ricorda ancora il solighese, per lui il poeta non occupa il primo posto. Se solo sul terreno reale, ossia esterno alla totalità dell’opera d’arte, è possibile rendere effettivo l’orizzonte di senso che essa propone e mistifica; è però altrettanto vero che nel tout-se-tien della sua opera fermenta quel bisogno di riappropriazione comune della vita che, dice Fortini, costringeva Lenin a interrompere furioso l’ascolto di Beetoven.
    Esattamente questo snodo costitutivo Zanzotto mette a fuoco, perché esso rifrange la propria medesima croce, tradotto, come dicevo, “iuxta propria principia”. La fortiniana lingua dei padroni diventa la lingua dell’inconscio. Il salto tra poeta e saggista, cui Fortini fa fronte con, come con acuta sensibilità dice Zanzotto, “quel tipo di presicurezza insonne che lo travagliava […] una stretta, una tenaglia, un invito ad un’ordalia non evitabile”, mentre Zanzotto, sopraffatto piuttosto dal suo “rapporto col nulla”, cede all’acedia.
    Entrambi gli autori, dunque, hanno saputo guardare oltre la superficie dell’impetuosa crescita del dopoguerra, il cui slancio in parte mascherava e rendeva più tollerabili contraddizioni sociali, sopraffazioni umane e alienazioni, sperimentate a partire dalla propria condizione di poeti e di intellettuali, mostrandone nel proprio diverso linguaggio la perdita di ruolo, gli smarrimenti di senso. Comune è anche l’apparentemente opposta marginalità: Fortini, al centro della scena culturale ma in posizione di cattivo maestro delle minoranze, guardato con sufficienza dagli stati maggiori della poesia italiana; Zanzotto, ai margini della marca trevigiana, senza influenza nello scontro intellettuale, ma subito accolto dai poeti più influenti della poesia italiana. Condizione e prezzo, la collocazione ai margini, di chi si ostinava ad ascoltare il vuoto (nella condizione quotidiana, nel cuore euroamericano, nei terzi e quarti mondi) e pretendeva, come aveva insegnato il grande pensiero critico otto-novecentesco, che esso non fosse un residuo, un’incompletezza non ancora raggiunta dalle magnifiche sorti, ma costituisse il prodotto costante e il nutrimento indispensabile del “pieno” che otturava la vista. In entrambi l’orizzonte di senso prendeva insomma la forma della totalità. Per Fortini, essa era una costruzione storica da produrre in una formazione economico-sociale futura, per cui all’intellettuale critico spettava il compito di porsi al massimo livello dello sviluppo intellettuale per mostrarne la contraddizione negativa che ne teneva aperta la dialettica – l’uno, diceva in quegli anni Mao, si divide sempre in due. Trova qui ragione fondativa la raffinata e potente pratica manierista della poesia fortiniana. Per Zanzotto, la totalità è un regno perduto – ma nella sua maggiore consapevolezza, si rammenti, al di là di qualunque dimensione storica, ossia di tentazione nostalgica – da tentare instancabilmente nel dispiegarsi più ampio della storia, di qui la ricorrenza del suo “rapporto col nulla”, le ricadute nell’acedia, di qui l’opposizione simmetrica tra l’impossibilità originaria della parola e la paradossale “verbalizzazione del mondo” (anche in senso tecnico, si pensi alla fertilissima disponibilità plurilinguista zanzottiana), di qui, infine, la centralità, nella sua pagina, dell’ossimoro.
    Oggi la restaurazione di una feroce società verticale sotto il dominio triste del finanz-capitalismo ha così potentemente esteso le condizioni della marginalità, non solo del ruolo intellettuale, da farle apparire naturali e se le forme possibili dell’agire contro lo stato di cose presenti sono anch’esse mutate, scendendo ancor più rasoterra, più acuta che mai è divenuta la necessità di un orizzonte di senso che sappia riconnettere le parti del vivere comune e ne mostri la verità storica.

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