Velio Carratoni intervista Dario Bellezza

Dario_Bellezza06Ci può parlare del rapporto esistente tra « Il Carnefice » e « Lettere da Sodoma? ».

Tutti e due i libri hanno una stessa matrice esistenziale. Il primo è un romanzo essen­zialmente di sentimenti: amore e odio. Amore per il ragazzo; odio per le due donne. Il Carnefice  è carente, spento. Prevale un senso di morte, di pu­trefazione. Oltre a questa dif­ferenza tonale, stilistica vi è da aggiungere che il primo è un romanzo epistolare. Sono sta­to il primo a ritentare il genere epistolare. Nessuno lo aveva fatto dopo Foscolo (Le Ultime Lettere di Jacopo Ortis) e Piovene (Lettere di una Novizia). Ho compiuto un’operazione me­ta letteraria, ossia un’operazio­ne di letteratura sopra la let­teratura. Il libro è costruito sul piano delle citazioni continue. Non tutti si sono accorti di ciò. Molti hanno dato importanza ai contenuti violenti. Si sono meravigliati del rapporto scan­daloso per la morale borghese. Hanno dato risalto al rapporto tra il compilatore delle lette­re e il ragazzino Luciano.  II Carnefice è un romanzo in presa diretta. Ho cercato di dare un senso di angoscia cui si costringe un uomo il quale avendo una misteriosa colpa da espiare vive con il timore di essere ucciso da due ladri. Da un punto di vista stilistico riconosco che mentre in Let­tere da Sodoma prevale un tono quasi saggistico, in  Il Carnefice vi è uno stile fran­tumato, lirico, vicino alla pro­sa d’arte.

Perché il titolo « Il Carnefice »?

Ho scelto questo titolo perché il protagonista è un carnefice nei confronti di se stesso e del mondo che lo cir­conda e della corte dei mira­coli che si porta dietro nei suoi traslochi per sfuggire i due ladri. Inoltre il carnefice pos­sono essere i due ladri che de­vono uccidere la vittima desi­gnata sia la vita stessa che fa il protagonista che lo rende vittima. E’ un titolo ambiguo.

Lei giustamente ha espresso alcune riserve sulla letteratura alla Cassola, sulla frangia di tutte le mezze calzette che imperversano nella letteratura italiana. Viceversa è a favore di quale altra specie di letteratura?

Sono contrario ad un tipo di letteratura piccolo bor­ghese ove non vi è spazio né per la novità né per i giovani. In Italia l’indice culturale fa­vorisce o promuove solo scrit­tori di tipo tradizionale non scandalosi nel senso cristiano. Cioè conformisti che non vo­gliono inquietare il lettore, ma lo vogliono lasciare come lo hanno trovato. Tutti quelli che vincono i premi sono inseriti in questo filone. All’estero difficilmente pos­sono interessare. Gli scrittori alla Cassola non si occupano di problemi contemporanei. In Italia non è stato scritto nessun libro su un drogato o an­che un romanzo mistico. Gli scrittori italiani sono burocra­ti, salvo alcune eccezioni come Sandro Penna, Anna Maria Ortese, Elsa Morante. A parte vi è Moravia che è grande, ma è troppo rappresentativo. Il discorso critico su di lui è trop­po facile. E’ moderno, ma è rimasto ancorato al tema della crisi del mondo borghese. Non si è occupato che di questo. Con « Io e Lui » ha cercato di rinnovarsi. Penso che ci sia riu­scito almeno in chiave comica e onirica. Morante è molto strana. Ha una tale capacità visionaria e poetica che tutto ciò che tocca rende oro. E’ tradizionale per la tecnica. Tutti gli scrittori, compreso un Proust, hanno i loro limiti.

Lei ha affermato che « i giovani scrittori in altre pa­role (fino ai quaranta anni) non hanno la possibilità, non dico di inserirsi (che è una parola orribile) ma di esistere culturalmente, perché c’è sem­pre la stessa paura ». Con le affermazioni precedenti, in certo senso, ha riconosciuto che è difficile se non impos­sibile essere riconosciuti da un certo pubblico e almeno dalla critica scrittori. Eppure lei ap­pena ventinovenne ha pubblicato già con Garzanti e De Donato libri che hanno susci­tato interesse e scalpore. Si è trattato di una fortuna o di che cos’altro?

Credo di essere abba­stanza unico nel quadro delle lettere. Credo di essere una ec­cezione. Una rondine non fa primavera. Nonostante i rico­noscimenti sento sempre un at­teggiamento paternalistico nei miei confronti. Non più tardi di ieri un giu­rato del Viareggio, pur ricono­scendo che « Il Carnefice » è il miglior libro in concorso, mi ha detto che posso però aspet­tare. Così se negli anni suc­cessivi dovessi non scrivere più non potrò mai risultare vin­citore. In Italia imperversano scrit­tori tipo Parise i quali hanno in testa ciò che è una carrie­ra letteraria. Per essere recen­siti subito vanno a cena con i direttori dei giornali, se li fan­no amici. Libri come « Sillaba­rio » sono poca cosa. Raccontini pubblicati sul « Corriere della Sera » e quindi già paga­ti. Raccontini che non hanno nulla di diverso con i racconti anni trenta: sensazioni, viag­gio a Capri, a Venezia. Per uno scrittore è ben poco. I giovani scrivono ma non vengono pubblicati. Molti si perderanno per strada. Non bastano neanche le raccoman­dazioni. Conosco scrittori gio­vani validissimi che non rie­scono a pubblicare nulla.

Lei, sì è dichiarato omosessuale. A differenza di altri, con sincerità ha ammesso di possedere tale tendenza che oggi, del resto, non viene certo biasimata né contrastata. Lei sa che molti si atteggiano a omosessuali quasi per posa, forse per non risultare confor­misti. Da omosessuale autenti­co cosa ne pensa di tali pose opportunistiche e strumentalizzanti ?

Io credo che nonostan­te tutto in provincia prevalgono ancora molti pregiudizi. A causa di ciò molti sono costret­ti a emigrare in città. L’omo­sessualità è ancora considera­ta un vizio, una malattia. Chi viene riconosciuto tale non può fare il professore né intrapren­dere la carriera statale. Conosco Maria Silvia Spolato, uno dei dirigenti del FUORI, professoressa di matematica che è stata estromessa dall’ambien­te scolastico. Vi sono invece alcuni abiet­ti individui eterosessuali che speculano sull’omosessualità a livello di certe pubblicazioni pornografiche. Soprattutto l’o­mosessualità non è solo un fat­to erotico, ma anche platonico, sentimentale. Giustamente Alberto Moravia ha rifiutato un’intervista CON NOI perché ha capito che la rivista conferma la repressione e da ai poveri omosessuali di provincia foto di maschioni per masturbarvici sopra. Io credo che il problema ses­suale si risolva con una educa­zione sessuale che elimini i ta­bù e faccia della vita sessuale di ognuno una scelta il più pos­sibile felice vicina alle proprie tendenze. Tutte le forme di ses­sualità vanno bene quando si rispetta il prossimo e quando venga evitata la prostituzione (cosa orribile). Condanno violentemente un tipo di omoses­sualità che è una specie di scimmiottamento nei confronti della donna. E’ il caso delle checche. Per quello che mi dice in tutti i campi vi sono degli arrampicatori. Questo problema è un fatto sociale. I ricchi che corrompono i po­veri. Il cinema è una fabbrica di illusioni. Se la cultura fosse un fatto vitale ciò si eviterebbe.

Si considera impegnato politicamente?

Mi occupo vivamente di politica. Ho simpatie utopistiche per un certo tipo di comu­nismo. Ma credo che in Unio­ne Sovietica quel tipo di co­munismo sia fascismo orribile con una classe di burocrati al potere: polizia e spie da tutte le parti come in Spagna o in Grecia. E infatti in Unione So­vietica molti scrittori non pos­sono pubblicare. Il dissenso è clandestino. Gli omosessuali vengono perseguitati.

Come scrittore lavora quando si sente ispirato o metodicamente come un operaio qualsiasi?

Io lavoro ogni giorno. Per vivere non faccio solo lo scrittore. Scrivo articoli per i giornali. In Italia uno scrittore solo con il suo lavoro non può vivere, a meno che non lavori in televisione, al cinema, o sia ricco.

Quando ha iniziato a sentire la vocazione dello scrit­tore?

Mi è sempre piaciuto scrivere fin da diciassette anni.

Si definisce più un poeta che uno scrittore o viceversa?

Mi considero scrittore. Uno scrittore che sa scrivere in prosa e in versi. La parola poeta mi infastidisce un po’ non in sé, in quanto è una bel­lissima parola, ma per l’uso sentimentale e ridicolo che se ne fa in Italia. Infatti l’Italia si definisce paese di poeti, san­ti, navigatori. E poeta in Italia è anche un paroliere qualsiasi.

Cosa sta scrìvendo at­tualmente

In questo momento e nei prossimi anni ho intenzione di scrivere « Storia di Mino » che è una specie di educazione sen­timentale. Voglio fare tradu­zioni di poeti anche classici

Ci vuoi descrivere bre­vemente la sua vita di scrit­tore?

La mia vita è molto nor­male Non amo il movimento. Sono un po’ misantropo. Mi piacciono le persone sincere che non nascondono niente del­la loro natura. Ho molti amici poveri che vorrei aiutare, ma non so come.

(Intervista apparsa sulla rivista Fermenti n. 17)

1 commento
  1. “Tutte le forme di sessualita’ vanno bene quando si rispetta il prossimo e quando venga evitata la prostituzione (cosa orribile). Condanno violentemente un tipo di omosessualita’ che e’ una specie di scimmiottamento nei confronti della donna.

    […] La mia vita e’ molto normale. Non amo il movimento. Sono un po’ misantropo. Mi piacciono le persone sincere che non nascondono niente della loro natura.”

    Come scrivevo l’altro giorno, vedere alcuni “poeti” sopravvalutati (Prévert) vedere un Dario Bellezza ridotto alla stregua degli anonimi (non si riesce a trovare una sola sua silloge in tutto lo “stivale”) mi opprimeva; d’altronde il “successo” ha delle (non) regole imperscrutabili.
    Fortunatamente avete ridato lustro al “dolce” e “burrascoso” Dario, come lo aveva “tratteggiato” Fabrizio Cavallaro nel suo “L’arcano fascino dell’amore tradito”.

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