“Luogomondo dentro il mito”, di Giuseppina Amodei, letto da Marco Onofrio

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Luogomondo dentro il mito (Roma, EdiLet, 2013, 160 pp., 18 Euro), di Giuseppina Amodei, è un libro coraggiosamente utopistico, e lo è in senso anzitutto etimologico: nella misura in cui parla di luoghi, sparsi ovunque per i cinque continenti, senza eleggerne uno a “santuario” o a “specchio” degli altri. C’è, per la verità, la prefigurazione di un sesto continente, abbracciato nell’idea più alta dell’opera-mondo, con la “terra” delle sue parole; ed è il non-luogo che tutti li contiene e presuppone: il Luogomondo unico del pianeta globalizzato. Nel villaggio globale siamo tutti dappertutto nello stesso momento (ovvero, citando dal libro: «ogni parte della terra è sotto lo sguardo di ogni uomo»): mai prima d’ora nella storia si è avuta l’occasione così grande di vedere le cose in prospettiva essenziale e cosmica, sotto l’unica bandiera dell’umano. Però la globalizzazione – ne siamo dolorosamente consapevoli – è stata creata non per unire e pacificare gli uomini, ma per sfruttarli meglio come soggetti/oggetti (cioè produttori/consumatori) di profitto economico, nel quadro di un unico mercato finanziario, ovviamente appannaggio delle oligarchie. Spetta al poeta (che ha «l’occhio del Gigante», grazie a cui vede le cose sub specie aeternitatis, al di là delle apparenze e in modo profondo, metaforico, olistico) utilizzare anche gli strumenti telematici dell’AgoràGlobaleImmaginaria (così la definisce Giuseppina Amodei) per realizzare l’utopia del mondo nuovo, nascosto tra le pieghe del “non ancora”. Il non si contrappone alla moda del nulla: il “nulla” vanifica tutto, azzerando ogni costruzione creativa; il “non” è qualcosa che, pur contrapponendosi, deve ancora emergere dalla sua nutriente oscurità. Giuseppina Amodei non è (o almeno non soltanto) una signora ingenua che non rinuncia ai propri sogni giovanili: scrive questo libro per dimostrare che l’utopia è possibile, che i sogni si possono in effetti realizzare, oggi come mai. L’utopia va coltivata: è una fiamma da mantenere accesa. È il laboratorio dell’immaginazione sociale, dove non si evade il presente oggettivo (verso mondi fantastici, irreali e inverosimili) ma anzi lo si penetra e comprende più in profondità: pesandolo alla luce del possibile, e quindi dell’impossibile; esplorandolo nei suoi portati testimoniali, attraverso nervi scoperti, confini impercettibili, passaggi decisivi; rivelandolo nella capacità di accordare in senso prospettico, insieme pragmatico e programmatico, l’unità etica di pensiero, anima e realtà, grazie alla poesia. «Ora e solo ora», scrive l’autrice, è il kairòs (cioè il momento opportuno e decisivo) per impegnarsi a costruire un Mondo dominato dalla Pace, dove la terra diventi finalmente ciò che è: casa comune della vita, nave spaziale delle generazioni, perla azzurra nel mare del buio cosmico: appunto Luogomondo. Dice un proverbio indiano: “Noi abbiamo la terra non in eredità dagli antenati, ma in prestito dai figli”. Il passato e il presente, dunque, non possono essere letti se non alla luce del futuro.

Il poema di Giuseppina Amodei si configura come un percorso onirico dove i fantasmi della memoria e i lampi dell’inconscio (in senso individuale e collettivo) si mescolano ai viaggi infiniti nei luoghi del mondo. Questo viaggio nello “spazio memoria” – insieme fisico e mentale – produce lo «spettacolo irrisolto / del mio cercare»: la ricerca inesauribile mira alla «fessura dentro il cielo / per giungere ad uno spicchio / di conoscenza», ma poi sprofonda nella carne primordiale della terra dove – come accade per gli alberi – sono nascoste le radici della superiore alterità. Ecco allora «le Donne dalle vesti divine» che «si nascondono dentro le caverne / a partorire e vomitare stelle». C’è dunque, anzitutto, l’esperienza fisica del viaggio («Cammino / nei luoghi del mondo»); e la dicibilità, per accumulo, di questa esperienza: «caverne prati asfalto torri di ferro piramidi negozi / statue obelischi chiese musei palazzi abbandonati / marciapiedi sconnessi grattacieli / boschi di betulle e barche alla deriva». È il mondo che sopravvive, nei suoi simultanei, infiniti, delocalizzati particolari. Ogni cosa è irripetibile, nella sua peculiare diversità: neanche due cristalli di sabbia sono perfettamente uguali. Eppure le innumerevoli radici sono punti di raccordo con la MenteDemiurgo: la Radice è unica. «Non c’è più distinzione / tra la prima seconda / terza quarta / infinita radice // Tutte si aggrovigliano / in un’unica treccia». Ecco perché Giuseppina Amodei può sentirsi a casa ovunque, a Petra come a New York, in India come in Toscana, in Grecia come a Buenos Aires. Consapevole dell’unica radice, «ogni luogo visto immaginato / diventa la mia casa». È un percorso che – tra i bordi di natura e civiltà – si addentra nelle stratificazioni dello spessore antropico; e tenta di farlo portandosi al di là del potere di cattura delle parole. Luogomondo è, infatti, il libro di un sentire smisurato. Scrive l’autrice: «sento l’amore / che non so cantare». Non esistono parole umane codificate per dire la grandezza di ciò che si avverte e si intuisce, attraverso e oltre la ragione, anche per vie microscopiche, sottili, impercettibili. Da questa esigenza nasce la particolare scrittura poetica dell’Amodei: la sua lingua sintetica agglutinante che travalica i costrutti tradizionali, forgiandoli da dentro, che elimina i connettivi, che accosta e unisce sostantivi o li ricostruisce con trattini, come gli elementi di un meccano («simulazione simbolo infinito») e che ricorre talvolta a neologismi di plastica efficacia («L’ultima luce / inferna i dirupi» (…) «il respiro di Erodoto / si cristalla nel mare»).

La miscela creativa-detonante del libro è il «mito che si mescola a ragione»; ma è una “ragione” diversa dal razionalismo, una ragione nutrita di fantasia: una ragione logomitica. Di per sé, infatti, «la bellezza non contempla ragione / si specchia nell’eterno di un momento / scoppia nel pulviscolo del tempo». Ma la ragione particolare del sentimento dà origine alla mitopoiesi, «a tutto ciò che si può immaginare». Questa ragione particolare, che chiameremo nella fattispecie “ragione poetica”, emerge anche dalla capacità di abbandonarsi al Logos che regge dall’interno la realtà, in fondo al suo sovrapporsi e intrecciarsi di universi paralleli, labirinti infiniti, tracce indecifrabili, trame invisibili, energie cosmiche in conflitto, cerchi che si aprono e si chiudono, etc. La dimensione mitica è un varco energetico che produce la canalizzazione dell’eternità: magari negli accadimenti quotidiani, dove si ripete qualche «antico gesto mai dimenticato». Non occorre per forza cercarla in cose supreme: «L’eterno è nel biglietto del museo / e nella freccia che clicca su youtube». Giuseppina Amodei si colloca oltre la frattura del moderno: non si lascia ammaliare dalle inquietudini nichiliste del “pensiero debole”; e così, superato il pericolo di certe secche, prosegue sicura la sua navigazione in mare aperto, contemplando ancora la dicibilità del mondo con l’articolazione di una parola costruttiva e positiva, amica delle cose e a servizio del vero sapere (malgrado gli «infinitesimali spiccioli d’essenza» che, tutt’al più, ci sono riservati nel percorso). Il minimalismo rinuncia a priori al problema della verità; invece, per tutta risposta, la poesia di Giuseppina Amodei contempla ancora la possibilità di una metafisica come scienza, o almeno come conoscenza. L’«infinita dolcezza del canto», che «non si perde mai», assolve a una funzione riparatrice: il poeta sorride alla notte, come l’agave che sboccia mentre muore. Il poeta «annoda snoda finge / gioca con segreti cerca il nastro / che stringe i mondi». Ma per bussare alle porte dell’archetipo deve spogliarsi di ogni ammennicolo narcisistico: acquietare il tam-tam compulsivo della solita grancassa «IO-IO-IO / non c’è nessuno al di fuori di IO». Solo così può emergere l’apparizione metafisica della realtà, sotto forma di «donna / invisibile Maestra» che «si fa guida ed incanto / epifania del vento». Occorre abbandonarsi alla pienezza naturale del mondo che si autorivela, se non gli resistiamo con impalcature artificiali, per avvicinarsi all’indicibile: «annodare fili prodigiosi / e portare la lingua verso dio». Eppure qualcosa ci sfugge sempre: «Qualcosa ci sfugge / qualcuno ha nascosto / conoscenza e verità / – occhi miopi / guardano / e non sanno vedere – // Qualcosa ci sfugge / il segreto / sta in un grano di sabbia / oppure in quella duna che cambia forma di continuo» (…) «Qualcosa ci sfugge non è / alla limitata portata di ragione / qualcosa ci sfugge / e non sappiamo cosa». Il segreto è forse nell’evoluzione, è l’essere del divenire, è la complessità infinita e semplice di ogni presenza. C’è un filo che «rannoda / tu e il Divino»; ma anche questo filo è forse soltanto una dolce, flebile illusione. Il processo di conoscenza è inesauribile, pieno di abbagli, miraggi, doppi fondi: non si arriva mai a un esito finale, definitivo, sicuramente vero. Però niente può spegnere il fuoco, o fermare in desistenza il movimento: «Non esiste veleno / che uccida i sogni», scrive Giuseppina.

Oggi, in effetti, il mondo va da tutt’altra parte, saturo di veleni, di abomini, di immondizia morale e materiale. L’arroganza dell’Occidente ha traviato la misura naturale delle cose: gli uomini sono ubriachi di marcio e di potere: «Chi ha (…) sostituito la bellezza / con una copia volgare dello stupendo / ingresso?» Il mondo consumistico/finanziario globalizzato prolifera di simboli posticci, simulacri inautentici del Mito. Le parole sono logore, insipide, vuote. Più dei poeti le rappresentano i pubblicitari, i cosiddetti “creativi”, che le plagiano a fini commerciali. È il regno della Mistificazione: «La scemenza / ha invaso l’etere / nel villaggio-mondo / dell’assenza». E ancora: «Il furore degli umani / è un vulcano / che vomita senza interruzione». Le guerre sono decise dai pochi che non le combattono, e le usano per arricchirsi, per estendere il potere a dismisura. «Il silenzio / dopo il rumore della guerra / inquieta perfino l’inferno». Con tanti orrori alla luce del sole «è forte il sospetto / che Dio non esista / non quello della giustizia». Di conseguenza l’Angelo, che appare a un certo punto del poema, si adegua allo scenario desolante. Non ha più ali, non è più custode: sceglie la terra per scendere nel gorgo insieme a noi, per condividere il dolore che ci spacca. Alla religione tradizionale Giuseppina Amodei preferisce una fede metafisica e conoscitiva, laica, mondana, terrestre, planetaria, grazie a cui arriverà il «tempo di / scandaglio / privo dell’apparenza», dove il pensiero sarà «l’unica vera cella di preghiera». E all’occhio invadente della TV «che spia / peti e bestemmie / di ragazzi ammalati di noia / chiusi in una Casa Artificiale» dovrà subentrare l’occhio-Gigante del poeta che accende la vista di ogni uomo, l’incanto della vita, la libertà del sogno. Immanuel Kant nel ‘700 aveva preconizzato un momento evolutivo della coscienza umana in cui la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra sarebbe stata avvertita come tale in tutti i punti. Le condizioni per arrivarci sono state indirettamente realizzate; spetta a ciascuno di noi, ora, metterle in pratica, inaugurando delle giuste sinergie. È questa la coscienza etica che Giuseppina Amodei rivendica e chiama tutti quanti a realizzare: da qui nasce il suo progetto di Manifesto, proposto a chiusa del poema. Luogomondo è un’opera importante e giustamente ambiziosa, di centratura delle energie evolutive entro cui si iscrive l’esperienza umana, attraversata dall’autrice nel plesso delle sue infinite direzioni, spogliata di ogni orpello e raggiunta nell’essenza della sua condizione fondamentale. È una risposta coraggiosa alle pulsioni nullificanti del Postmoderno, al relativismo dogmatico, al nichilismo imperante, al politeismo etico, al caos pornocratico e insipiente dei nostri tempi. Un atto di fede nell’uomo e nel futuro. Un viatico di fondazione per un’etica globale e planetaria. Il passaporto di una nuova consapevolezza. La premessa di una rivoluzione pacifica, solleticata dalla voce “inutile” (ma per questo autentica) della poesia. “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”, diceva Gandhi. I poeti sollevano domande, per indicare la strada: la risposta di vita spetta a ognuno di noi.

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