Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, ( Lettera settima 1-6)

220px-Seneca-CordobaLa produzione filosofico-scientifica di Seneca fu particolarmente copiosa negli anni che lo videro lontano dagli affari pubblici: dal 62 al 65 d.C. egli compose il De beneficiis in sette libri, le Naturales quaestiones, anch’esse in sette libri, e le 124 Epistulae ad Lucilium. Già col De otio e con il De beneficiis si era osservato un significativo riavvicinamento di Seneca alla morale nobiliare tradizionale ed un progressivo abbandono del suo programma di educazione del principe. Nell’ultima opera senechiana (le Epistulae ad Lucilium, indirizzate al fedele allievo ed amico), questo processo appare compiuto: l’etica stoica non è più usata come base per un progetto di collaborazione con l’imperatore, ma come giustificazione per il ritiro della vita attiva e, in ultima analisi, per l’opposizione al dispotismo assoluto di Nerone. Non è un caso che nelle lettere compaia Catone, il prototipo dell’uomo integerrimo, il campione della libertas, esaltato anche per il nobile letum nella lotta contro Cesare. Il tema della morte coraggiosa per opporsi al tiranno ritorna spesso nelle Epistulae e non solo a proposito di Catone: Scipione, suocero di Pompeo e personaggio certo di non grande rilievo nella storia dell’ultima repubblica, è altamente elogiato proprio per la sua coraggiosa decisione di uccidersi quando tutto era perduto. Le Epistulae ad Lucilium sono generalmente considerate uno dei massimi testi della sapienza antica: si fa notare che in esse la filosofia stoica porta l’autore su posizioni molto vicine al pensiero cristiano ed a quello moderno. A riprova di ciò si portano le pagine, giustamente famose, in cui Seneca consiglia la moderazione e l’umanità nel trattamento degli schiavi, considerati persone e non cose, o quelle in cui lui esprime disgusto per i sanguinari spettacoli del circo, che pur attiravano tanto concorso di folla. Leggiamone una pagina.

Lettera settima 1-6

Quid tibi vitandum praecipue existimes quaeris? turbam. Nondum illi tuto committeris. Ego certe confitebor imbecillitatem meam: numquam mores quos extuli refero; aliquid ex eo quod composui turbatur, aliquid ex iis quae fugavi redit. Quod aegris evenit quos longa imbecillitas usque eo affecit ut nusquam sine offensa proferantur, hoc accidit nobis quorum animi ex longo morbo reficiuntur. Inimica est multorum conversatio: nemo non aliquod nobis vitium aut commendat aut imprimit aut nescientibus allinit. Utique quo maior est populus cui miscemur, hoc periculi plus est. Nihil vero tam damnosum bonis moribus quam in aliquo spectaculo desidere; tunc enim per voluptatem facilius vitia subrepunt. Quid me existimas dicere? avarior redeo, ambitiosior, luxuriosior? immo vero crudelior et inhumanior, quia inter homines fui. Casu in meridianum spectaculum incidi, lusus exspectans et sales et aliquid laxamenti quo hominum oculi ab humano cruore acquiescant. Contra est: quidquid ante pugnatum est misericordia fuit; nunc omissis nugis mera homicidia sunt. Nihil habent quo tegantur; ad ictum totis corporibus ex positi numquam frustra manum mittunt. Hoc plerique ordinariis paribus et postulaticiis praeferunt. Quidni praeferant? non galea, non scuto repellitur ferrum. Quo munimenta? quo artes? omnia ista mortis morae sunt. Mane leonibus et ursis homines, meridie spectatoribus suis obiciuntur. Interfectores interfecturis iubent obici et victorem in aliam detinent caedem; exitus pugnantium mors est. Ferro et igne res geritur. Haec fiunt dum vacat harena. ‘Sed latrocinium fecit aliquis, occidit hominem.’ Quid ergo? quia occidit, ille meruit ut hoc pateretur: tu quid meruisti miser ut hoc spectes? ‘Occide, verbera, ure! Quare tam timide incurrit in ferrum? quare parum audacter occidit? quare parum libenter moritur? Plagis agatur in vulnera, mutuos ictus nudis et obviis pectoribus excipiant.’ Intermissum est spectaculum: ‘interim iugulentur homines, ne nihil agatur’. Age, ne hoc quidem intellegitis, mala exempla in eos redundare qui faciunt? Agite dis immortalibus gratias quod eum docetis esse crudelem qui non potest discere.

 

Mi chiedi che cosa tu debba specialmente evitare. Rispondo: la folla. Non puoi ancora affidarti ad essa senza pericolo. Ti confesserò questa mia debolezza: non torno mai a casa quale ero uscito; qualcosa si turba di quell’ordine che avevo posto nel mio spirito, e riappare qualche difetto di cui mi ero liberato. Ciò che capita a coloro che, per essere stati a lungo ammalati, sono così deboli da non potersi più muovere senza danno, capita anche al mio spirito, che si sta rimettendo dopo una lunga malattia. La compagnia della moltitudine è dannosa: c’è sempre qualcuno che ci rende gradevole un vizio o, senza che ce ne accorgiamo, ce lo trasmette in tutto o in parte. Più sono le persone con cui viviamo, maggiore è il pericolo. Nulla è tanto nocivo ai buoni costumi quanto assistere oziosi a certi spettacoli. Allora, infatti, mediante le attrattive del piacere, i vizi si insinuano più facilmente. Comprendi ciò che voglio dire? Ritorno più avaro, più ambizioso, più lascivo? Addirittura più crudele e più inumano, proprio perchè sono stato in mezzo agli uomini. Capitai per caso ad uno spettacolo sul mezzogiorno, aspettandomi qualche scenetta comica che potesse distrarre la mente e far riposare gli occhi dalla vista del sangue umano. E’ avvenuto proprio il contrario: le lotte precedenti erano state atti di bontà in confronto, ora non più finti combattimenti, ma veri e propri omocidi. Non hanno armi di difesa: esposti in tutto il corpo ai colpi, non ne allungano mai uno invano. E la maggior parte degli spettacoli preferisce queste scene alle coppie ordinarie di gladiatori e a quelle straordinarie, concesse a richiesta del pubblico. E perchè non dovrebbero preferirle? Contro i colpi di spada non c’è nè elmo nè scudo. A che le difese? A che le schermaglie? Servono solo a ritardare la morte. Al mattino gli uomini sono dati in pasto ai leoni e agli orsi, dopo il mezzogiorno ai loro spettatori. Coloro che hanno già ucciso devono affrontare altri che li uccideranno e il vincitore viene serbato per essere ucciso a sua volta. La morte è la tragica conclusione a cui i combattimenti vengono spinti col ferro e col fuoco. E tutto ciò avviene nell’intervallo del mezzogiorno! “Ma” si dirà “costui è un brigante, un assassino”. E che perciò? Perchè ha ucciso?, egli ha meritato questa pena; tu, o sciagurato, quale delitto hai commesso per dover assistere a un simile spettacolo? “Uccidi, flagella, brucia! Perchè quello va incontro alle armi con tanta paura? Perchè non ha il coraggio di uccidere? Perchè non è disposto a morire volentieri? Lo si spinga al combattimento a nerbate; l’uno e l’altro espongono i petti nudi ai reciproci colpi”. Lo spettacolo è sospeso. ” Intanto non si stia senza far niente, si sgozzi qualcuno!” Ma non capite che i cattivi esempi ricadono su coloro che li danno? Ringraziate gli dei immortali, se quello a cui insegnate la crudeltà non impara. 

(Traduzione di Giuseppe Monti

senecaLucius Annaeus Seneca, filosofo latino (4 a.C. – 65 d.C.), figlio di Seneca il Vecchio. Oratore brillante, coinvolto sotto Claudio, nel processo contro Giulia Livilla, nel 41 fu esiliato in Corsica dove rimase otto anni. In questo periodo maturò la sua adesione allo Stoicismo e scrisse il De ira, il De providentia e due Consolationes. Ritornato a Roma, fu precettore e maestro di Nerone e diresse la politica imperiale cercando, insieme al prefetto del pretorio Afranio Burro, di sottrarre l’imperatore all’influenza della madre Agrippina. Non riuscendo a controllare la piega sempre più dispotica della politica imperiale, morto Burro nel 62, si appartò dalla vita pubblica attendendo alla stesura delle sue opere e allo studio. Coinvolto nel 65 nella congiura dei Pisoni, condannato a morte, si uccise tagliandosi le vene, morendo serenamente secondo gli ideali stoici. Assieme a Epitteto e a Marco Aurelio, Seneca è uno dei massimi esponenti dell’ultimo stoicismo, di cui accentuò il carattere esoterico e religioso. De constantia sapientis, De vita beata, de Otio, De tranquillitate animi, Naturales quaestiones, Epistulae morales (dedicate a Lucilio).

Luciano Nota

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1 commento
  1. Il messaggio di Seneca segna l’attualità attraversando il passato per ribadire le ingiustizie e le violazioni del diritto umano ancor oggi vicino e lontano da noi, un messaggio contro l’applicazione della pena di morte e lo sfruttamento di ogni genere, la discriminazione che aggioga chi non ha voce perché ancora molti amano stare nella “folla”.

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