I viaggi in Italia di Rabindranàth Tagore, “letti” e raccontati da Marco Onofrio

rabindranath-tagore-1Fu il primo scrittore orientale a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, nel 1913. Poeta, educatore, filantropo, l’indiano Rabindranàth Tagore ebbe fin da giovane frequentissimi contatti con l’Europa: prima per studiarne e assimilarne le culture; poi, divenuto celebre, per tenervi conferenze e agevolare l’incontro, il dialogo e il reciproco fecondarsi tra Occidente (avamposto della modernità) e Oriente (baluardo del tradizionalismo). Tagore racchiude in sé e nella propria opera il contrasto e, nel contempo, le possibilità di sintesi positiva tra gli opposti e apparentemente inconciliabili versanti di quei mondi (che sono anche “modi” di guardare alle cose): da una parte il progresso, la ragione, la scienza, la tecnica, la produzione; dall’altra la conservazione, la fede, la spiritualità, il ritualismo, la stasi economica e sociale.

Il “bardo dell’India moderna” elaborò una religione universalistica di stampo panteistico, «fondata sul principio dell’amore e della reciproca comprensione fra tutti gli uomini della terra» (Jevolella). Gli ideali pedagogici di Tagore, votati al culto adorante della natura come teofania, e della bellezza come “mondo della divina libertà”, si concretarono nella scuola bengalese di Santiniketan, da lui creata nel folto di una foresta, dove centinaia di ragazzi studiavano con gioia all’aperto, in perfetto accordo con l’ambiente, e seguivano una dieta vegetariana. Nel dicembre 1922 la scuola, dato il successo ottenuto, venne trasformata nell’Università Internazionale “Vishva-Bharati”. Da quel momento, anche per far conoscere la “Vishva-Bharati” e raccogliere fondi utili al suo sviluppo, Tagore intensificò i propri viaggi in tutto il mondo. Dovunque andasse, egli cercava di divulgare – attraverso conferenze pubbliche e colloqui con personalità della cultura internazionale – gli ideali di rinnovamento spirituale e di cooperazione pacifica tra i popoli che erano alla base del suo “credo” di poeta e di uomo d’azione. Colpiva le platee con il suo palpabile misticismo, la sua figura alta ed austera, la sua lunga e candida barba, lo sguardo ieratico, dolce e severo al contempo, la voce armoniosa e decisa, la calma profonda e l’umiltà dell’anjali (il saluto indiano dove si congiungono le mani come per pregare). «Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo – scrive Francesco Boneschi – ha detto della bontà, dell’umanità, della comprensione che evaporavano da tutto il suo essere».

Tagore venne in Italia due volte: nel gennaio 1925 e nel maggio dell’anno successivo. La visita a Roma era prevista fin dal viaggio del 1925, su invito personale di Mussolini, che conosceva e apprezzava le sue opere tradotte in italiano, ma Tagore dovette rinunciarvi per un attacco d’influenza che lo costrinse a Milano, in albergo, per qualche giorno. Fin dal suo arrivo in Italia Tagore aveva sentito decantare Mussolini come uomo straordinario, fautore di una rivoluzione “quasi incruenta” auspicata dal popolo e legalizzata dal re, grazie a cui la legge e l’ordine erano stati ripristinati, e con essi la stabilità economica, il progresso sociale, la pace, la concordia e la giustizia. D’altro canto il duca Gallarati Scotti, che era antifascista, raggiunse Tagore in albergo, dove lo mise in guardia dal regime e gli aprì gli occhi sul valore politico e propagandistico che a suo parere avrebbe avuto l’incontro, almeno nelle intenzioni del duce. Nell’agosto 1925 pervenne in Italia, dalla “Vishva-Bharati”, la richiesta di una donazione di volumi d’arte, di estetica e di classici della letteratura. La richiesta venne raccolta dall’orientalista Carlo Formichi (docente di sanscrito all’Università di Roma e già accompagnatore del poeta indiano nel corso della prima visita) ed esaudita con generosità da Mussolini. Il duce colse l’occasione per rinnovare l’invito a Roma. Benché sconsigliato dal figlio e dalla nuora, stavolta Tagore decise di accettare: sia per gratitudine dei volumi ricevuti in dono, sia per dovere sacro di ospitalità, sia per le relazioni culturali di particolare cordialità avviate ormai con il nostro Paese.

Giunse a Roma il 30 maggio 1926 e venne alloggiato al Grand Hotel. L’indomani ebbe il primo incontro con Mussolini, che ringraziò personalmente della donazione di libri. Il duce gli destò viva impressione per l’energia che – così notò il poeta – sprigionava dal volto. Il 4 giugno incontrò l’ambasciatore inglese. Il 5 giugno fu ricevuto da Vittorio Emanuele III: Tagore rimase colpito dalla conoscenza che il sovrano dimostrò di avere dell’Asia, dal suo inglese perfetto, e dalle domande sinceramente interessate che gli rivolse sull’India. La mattina del 9 giugno visitò, invitato da S. E. Luigi Luzzatti, gli “Orti di Pace” al Gianicolo; nel pomeriggio tenne al Teatro Quirino una conferenza sul significato dell’arte, alla quale presenziò anche Mussolini. Di seguito venne ricevuto all’Università, dove il Rettore gli donò un sigillo in argento con dedica. Il 10 giugno il governatore di Roma, senatore Cremonesi, offrì in suo onore un concerto corale al Colosseo, cui assistettero trentamila persone. La sera del 12 giugno vide la rappresentazione del suo dramma Chitra presso il Teatro Argentina: grandi applausi. Il 13 giugno ebbe l’incontro di commiato con Mussolini. La mattina del 14 giugno fece appena in tempo a sfiorare in albergo Benedetto Croce, precipitosamente accompagnato a Roma dall’ufficiale dell’esercito Carmelo Rapicavoli. Tagore stesso aveva sollecitato l’incontro: non voleva lasciare l’Italia senza aver conosciuto di persona colui che, tra i pensatori contemporanei, riteneva vicino più di tutti alle speculazioni dei filosofi indiani. Tagore partì da Roma quel pomeriggio.

Che cosa si portò via dall’esperienza romana? Anzitutto il senso di maestosità della Città Eterna, con le sue vestigia e le sue umane testimonianze, tra le quali apprezzò particolarmente le tombe antiche della via Appia, e il fatto cioè che nel mondo latino, come in quello indiano, i morti continuassero a “vivere” in mezzo ai vivi. Poi un senso di gratitudine per la splendida accoglienza ricevuta. Inoltre, ancora, l’ammirazione per l’Italia, fulgido esempio di quella sintesi progresso-tradizione che egli auspicava per la nuova India e in cui credeva di intravedere la fonte della vera civiltà. Infine, la suggestione populistica di Mussolini, che «per un attimo, subito superato, gli apparve in una luce positiva e solare, tutta lirica e italiana, cristiana e addirittura francescana» (Jevolella).

Marco Onofrio

 

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