Il rapporto tra Alfonso Gatto e Roma, visto da Marco Onofrio

Alfonso GattoTra le città elettive del poeta di Morto ai paesi si annoverano Milano, Firenze, Venezia, Torino e – definitivo approdo – Roma. Il primo soggiorno romano risale al 1947. Gatto viene chiamato a dirigere «Pattuglia», quindicinale pensato dal PCI per un pubblico di giovani lettori. Il poeta salernitano alloggia nella foresteria che il partito gestisce a Via Nazionale. L’esperienza è breve e poco fortunata: Gatto viene sostituito da Gillo Pontecorvo. Il secondo soggiorno, dieci anni dopo, nasce dalla profonda inquietudine che lo spinge a rompere con «Epoca» e a lasciare l’amata Milano. Gatto dapprima alloggia all’Albergo d’Inghilterra, poi in Viale Tirreno e, dall’agosto 1957, in Via degli Artisti. L’anno successivo si trasferisce a Firenze. Quattro anni più tardi è di nuovo a Roma, dove alloggia ancora presso un albergo, per seguire le vicende cronachistiche del processo Fenaroli. È a partire dall’autunno del ’61 che si trasferisce definitivamente nella Città Eterna, prima in Viale delle Medaglie d’Oro, poi in Viale Carso. Scrive Bigiaretti che, a Roma, Gatto «vive, lavora, smania, si arrabbia, tace. Una Roma che non gli assomiglia, nel quartiere borghese di Piazza Mazzini, a due passi dalla casa dove abita Moravia. Ma dentro l’appartamento di Gatto troviamo ciò che gli assomiglia: i libri, i quadri degli amici pittori, i quadri freschi e rigorosi di Graziana Pentich, e i quadri di lui, Gatto, che ha sempre coltivato la pittura come qualche cosa di più di un hobby». Nel maggio ’69 trasloca in Via Flaminia, nei pressi di Ponte Milvio. Nei primi anni ’70 si sistema in uno studio di Via Margutta, dove passa gran parte delle giornate a dipingere.

Gatto si innamora di Roma, ci si sente subito “a casa”: e la vive perdutamente, come un prodigio rivelatore dello sguardo, un continente sepolto della coscienza, un arcano inesauribile. La città gli riserva anzitutto una tragedia (nell’agosto del ’62, al Policlinico, muore il figlioletto Teodoro, di un mese appena), ma anche parecchie gioie segrete, infuse nell’ascolto dei suoi silenzi, nella lettura attenta dei suoi anfratti, nella visione schizomorfica – e al contempo misteriosamente armonica – delle sue “scene” di esistenza quotidiana. Una Roma di analisi e sintesi, che procede per quadri staccati, pennellate aeree, raccordi fulminanti. Poesie che sembrano acquarelli: parole che vibrano atmosfere. Il modo che Gatto ha di vedere e interpretare Roma riflette per certi versi la strategia secondo cui la sua poesia chiede di essere letta: con uno sguardo trapassante e universale, capace però di agganciarsi – senza mai prescinderne – dalle “epifanie” del singolo dettaglio. Le sue numerose composizioni di pertinenza romana ci mostrano proprio questo: un uomo attento a ogni sussurro che la vita possa esprimere attraverso Roma; ovvero, in termini equivalenti, un poeta attento a ogni sussurro che Roma possa esprimere attraverso la vita. Difatti, sussiste una perfetta complementarità, ai limiti dell’identificazione, fra l’uomo che vive Roma e il poeta che ne scrive.

La visione o la percezione della città procede, in genere, soprattutto per il tramite fuggevole di uno “squarcio” del presente che si incunea come un gancio nella coscienza, depositandovi il suo portato di ricchezza simbolica, di rivelazione. Può essere, ad esempio, un crepuscolo fiammeggiante di riflessi, contemplato dalle altezze del Gianicolo (“Dal Gianicolo”), o il passaggio di una ragazza «che può dire d’essere il mondo» (“La ragazza di Roma”), o la mattina di un giorno qualunque attraverso lo schermo “sofisticato” del Caffè Greco, dove de Chirico «stira il suo panciotto» (“Mattina al Caffè Greco”), o la natura spontanea dei bambini che hanno l’inverno di Roma negli occhi (“Inverno a Roma”). E ancora, la città-finestra, davanzale del suo scenario nel ricordo, tradotta nella risultante simbolica di un odore che sboccia dall’interno la visione («a Trinità dei Monti con gli odori / d’aprile spunta l’erba delle capre» – “Per me stesso a Trinità dei Monti”), oppure colta nella sua componente liquida e oscura, torbida di nodi irrisolti (“Notturno sul Tevere”), o percepita come “scogliera del tempo”, scarnificante veicolo di meditazione sull’essere e la morte (“Vecchie tombe al Verano”). Nei suoi versi romani coesistono organicamente l’aerea e immateriale levità del tocco appena accennato, sublimato ai limiti dell’astrazione, della ricreazione analogica, della sinestesia, e la corposa pastosità della mano mediterranea, dell’uomo solare, gioioso, aperto agli orizzonti della vita. Così era, Alfonso Gatto: un uomo passionale, capace di concretezza ma anche, per intima natura, di stralunata astrazione; un uomo dolcissimo, un sognatore armato dei propri sguardi. E questi sguardi raccolgono suoni improvvisi, presenze, meteore, presagi, silenzi temporanei scavati nel mistero dell’eternità (Roma racchiude dentro attimi millenni): segni baluginanti che creano la veritiera evanescenza della rivelazione. Per cui Gatto, interpretando il “sempre” entro il “qui e ora” della città, non resiste alla tentazione di definirla: «Qui la grande scala notturna / vivida d’oscura gioia / e noi soli nel cielo vasto / della pioggia che verrà. / Parole presàghe, l’avvenimento, / questo è Roma, / una superbia che ogni volta impara» (“Ara Coeli”).

Questa interpretazione metafisica e metastorica (talvolta sepolcrale) di Roma prelude fatalmente, per Gatto, alla sua predestinazione di beffardo, ultimo approdo. Tornava a Roma quando, partendo da Grosseto, si mise in viaggio su un’utilitaria guidata dalla sua nuova compagna, la giovane Maria Minucci. Nei pressi della Torba di Capalbio l’auto, a causa di un guasto tecnico, finì fuori strada e Gatto, malconcio, venne portato d’urgenza all’Ospedale di Orbetello. Lì, viste le sue gravi condizioni, si decise di trasferirlo all’ospedale di Grosseto, ma spirò a bordo dell’autoambulanza. Erano le 16.10 dell’8 marzo 1976. Moriva improvvisamente, diretto alla “sua” Roma d’adozione, uno dei poeti più autentici del Novecento.

Dal Gianicolo

Il tuo gesto d’alzare la vita,
il tuo salire al crepuscolo
e Roma apparsa sparita
dalle sue chiese di fumo,
lo spazio maiuscolo
acceso da piccole ubbie
brulicanti, il gretto consumo
dei passi, le vie:
l’aperto di là, la piena
della memoria obliosa
ove la morte riposa.

Mi dici: è grande la storia
della nostra piccola vita,
è spazio la morte infinita.
Accenna il baleno dai vetri
fuggenti, ma restano i tetri
pensieri caduchi,
gli occhi che guardano ai buchi
di questa tela notturna
calante sul nostro vedere.

 

La ragazza di Roma

Ho visto la ragazza che può dire
d’essere il mondo.
Povera e sola si ripeterà
dirupando nel cielo
per la sfatta via d’inverno.
Il tempo ha la viola del suo scialle,
l’argento della luce sulle scarpe.

Sere spettrali come questa sera,
il violino aggrinzito dentro l’acqua.
Sgarra verde la musica del cielo.

Come a una rissa squallida
di lame che biancheggiano
appare e spare in fretta
la città che sventola.

Dirupa la ragazza che può dire
d’essere il mondo.
La rosa abbandonata nella pioggia
una striscia di luce per lei sola.

Beviamo il nero
forte della morte
che odora di grappa.

Piangiamo ad esser buoni
con la mano che s’aggrappa
al bicchiere.

Ma l’argento di luce sulle scarpe,
il violino nell’acqua
che zittisce il limone.

Dirupa la ragazza che può dire
parole oscene e limpide col tonfo
d’una pietra nell’acqua.

La morte è la rugiada
che s’incontra per strada.

 

Ara Coeli

Qui la grande scala notturna
vivida d’oscura gioia
e noi soli nel cielo vasto
della pioggia che verrà.
Parole presàghe, l’avvenimento,
questo è Roma,
una superbia che ogni volta impara.

La morte non è sepoltura,
la morte è un banco fiorito
d’occhi, di lumi, di fiere mansuete
addormentate nel grande perdono.
La morte è un capo fresco di rugiada
e lunghe le mani, finalmente.

O povertà che impari
a stringere nel nulla la tua gioia,
dura e ci vince e si rivolta in noi
il bisogno di rompere la madre
che ci sta dentro. È l’urlo, è la mansueta
fiera che s’addormenta nel perdono.

 

Per me stesso a Trinità dei Monti

Come per davanzale nel ricordo
delle cose che vedi – mai notizia
da strepito può rompere l’accordo
del tuo silenzio, forse la mestizia

del capellone a soffio delle gote
può distrarti, ma è solo un altro sogno –
come per davanzale strade note
e nuove pur che un brivido le sfiori…

… a Trinità dei Monti con gli odori
d’aprile spunta l’erba delle capre…

Potresti, con la mano che non s’apre
dal suo pugno geloso, farti buono
e docile, incontrarmi dove sono
ad aspettarti. La memoria vede,
tu sei speranza e chiudi gli occhi: al piede
della tua morte – e per i ricordo – i fiori.

 

Vecchie tombe al Verano

Tenere d’ocra e d’erbe vecchie tombe
− le dicono «a scogliera» − del Verano.
Il mare è il tempo, s’odono le rombe
dei treni, qualche fischio da lontano.

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1 commento
  1. Come non mai, si colgono in queste liriche di Gatto forse gli approdi più estremi delle impressioni di nature morte e corredi paesaggistici romani in cui egli arrota la lama delle melodie, capace di riproporre l’autobiografismo con una sintesi e coabitazione di strutture narrative e sovrapposizione di livelli per chiudere e controllare meglio i testi, senza la “vecchia” retorica, per esempio, delle opere giovanili.
    Qui sembra venir mostrata in assoluto, e per la prima volta, la distanza tra la tendenza a un intellettualismo tecnico e il dono poetico.

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