Alda Merini, “il sogno di una prigioniera”, di Giovanni Caserta (seconda parte)

alda-merini5) La poetica

Alla stessa funzione e allo stesso ruolo di liberazione assolveva, contemporanea-mente, ma anche più e meglio, la poesia, che, a suo modo, è una sorta di psicanalisi. “Si è fatta troppa confusione – scrive la Merini – tra la mia poesia e la mia vita; anzi direi tra la poesia e la malattia. La poesia, semmai, è la liberazione dal male, come la preghiera è la liberazione dal peccato. Per questo, se può piacere ai critici aggiungere un che di perverso all’atto creativo puro, io ne dissento, perché mai come quando scrivo mi sento atta a vivere e a proliferare”. E altrove: “E’ così facile scrivere versi / per un uccello in gabbia da trent’anni / che continua a sospirare nel canto / un amore luminoso”.
La poesia, cioè, per Alda Merini, in più della psicanalasi, è anche un atto d’amore e di legame con il mondo e con gli altri. Perciò è anche religione. Merini è, perciò, cultrice della psicanalisi, poetessa e donna di fede. Ne deriva che, anche quando vuol essere pura espressione, e tale si confessa, la sua poesia è sempre, sia pure a livello inconscio, comunicazione, cioè bisogno o desiderio di legarsi a qualcosa e a qualcuno. Essa, infatti, si nutre dell’illusione di capire e farsi capire. Anzi, se mancasse questa illusione, Alda Merini, probabilmente, non scriverebbe più.
Queste cose ella sente innanzitutto d’istinto; ma le avverte anche a livello di coscienza e di riflessione. Esiste, infatti, una vera poetica di Alda Merini, rintracciabile, sia pure a fatica, nei suoi versi e nelle sue prose. Esiste in lei, vogliamo dire, un progetto di poesia, che è colloquio con gli altri o, almeno, confessione agli altri. Ciò può spiegare anche il fatto che, nei suoi quarant’anni di attività poetica, ella abbia fatto registrare una sovrabbondanza di produzione insieme con una complessiva tendenza verso il disteso endecasillabo, che, secondo Spagnoletti, è custodito in lei “come un amuleto, adoperato di continuo quale lingua espressiva, ma alla fine comunicativa. Le due funzioni si alternano e in qualche modo si sommano in una sorta di melopea ritmica, su un fondo confessionale. La Merini parla in versi”.
Una professione di poetica è, alla luce di queste considerazioni, la lirica Mi hanno detto: “Mi hanno detto che la mia poesia ha un centro / che è come un’incandescenza pura / e che alla fine non genera figura… / Ma io sono il Nilo che a volte straripa / straripando può mettere paura / ma dopo ti fa crescere la rosa / e l’indole dell’Egitto…”. Vuol dire che, come il Nilo, la sua poesia è una sorgente impetuosa che, destinata ad attraversare il deserto della vita, è capace di farvi crescere la rosa, simbolo dell’amore. Ovvero, in altre parole, essa, pur nascendo nel torbido della coscienza e della subcoscienza, e comunque da una sofferenza profonda e apparentemente senza motivazione, si distende nella quiete contemplativa dell’Egitto. Nel caso specifico, anzi, la sofferenza è un dolore lancinante, concreto e fisico, se è vero ciò che la Merini confessa in Sopravvivenza negata: “Le più belle poesie / si scrivono sopra le pietre / coi ginocchi piagati / e le menti aguzzate dal mistero. / Le più belle poesie si scrivono / davanti a un altare vuoto, / accerchiati da agenti / della divina follia.”
Ovviamente, quando la poesia nasce da una sofferenza così atroce, non può indulgere a preoccupazioni esterne, siano esse di fama, di successo o di guadagno. Tale è il senso della “satira” Vorrei: “Vorrei che tu facessi copia delle mie ecloghe / perché a me vengono tanto / e il denaro è duro a trovarsi / quando uno è poeta, / il denaro è molto pesante / dentro la mano che scrive, / tante volte, chissà perché, / lo scambi per trenta denari”. C’è, in altre parole, la condanna della poesia che si fa merce, cioè che si vende al migliore editore, alla rivista, all’organizzatore di un concorso, al migliore offerente. Il tradimento, in tal caso, è alto e degno di quello consumato da Giuda. Vendere la poesia è come vendere l’uomo, se non il divino che, secondo le convinzioni della Merini, è nell’uomo. La poesia vale per sé stessa; e solo da essa può nascere la felicità o l’attimo della felicità che, di tanto in tanto, all’uomo è concesso: “Ma io non giocherò mai / né tenterò mai la fortuna, / la mia fortuna sta dentro nei versi / e questo lei lo sa bene”.
La poesia, dunque, è tutto; in essa palpita tutto l’essere del poeta. E se egli non scrive, è come se la morte si fosse impadronito di lui anzi tempo: “Allora ho tremato a lungo / al pensiero di non scrivere più / e poi ho tremato ancora/ quando ho cominciato a scrivere.”Nella poesia, infatti, s’acquieta il magma che ribolle nel fondo dell’anima. E’ come se la poetessa scendesse e salisse dagli abissi infernali, come una sommozzatrice: “Non so chi mi detta le rime / non so e non me ne importa, / so solo che abito nel profondo / e poi ancora in superficie / e che questo entrare e uscire dall’acqua / mi fa sommozzatrice di sogni “.

6) Angelismo e satanismo

C’è spesso, nella Merini, una sorta di masochismo. C’è, certamente, un clima da poeta maledetto; è c’è il gusto della macerazione e della sofferenza. Del manicomio, così spesso da lei richiamato quale esperienza sconvolgente e bruciante, e che assume per ciò stesso il carattere emblematico della vita, si dà spesso una orrida quanto compiaciuta descrizione: “Nei rigidi manicomi / la triste toeletta del mattino / corpi delusi e deludenti carni / attorniati al lavello e tutto intorno/ il nero puzzo delle cose infami / e questo tremolare di caduche/ oscene carni…”
Non so chi ha detto che bisogna conoscere l’Inferno per ritrovare il bisogno della purezza. Come dal verme nasce l’angelica farfalla, così dalla coscienza del male nasce il bisogno di volare in alto. E’ il buio che ti fa desiderare la luce. Tra satanismo e angelismo, il legame è molto stretto. Ciò è successo alla Merini che, tra le sofferenze e l’abiezione, ha sentito il bisogno di altra luce e di altra aria. I dannati del manicomio, aggrappati alle sbarre, inseguivano con lo sguardo il treno che correva verso la libertà. Sono contrasti e sentimenti di grande efficacia poetica e drammaticità: “Al cancello si aggrumano le vittime / volti nudi e perfetti / chiusi nella loro ignoranza, / paradossali mani / avvinghiate ad un ferro, / e fuori il treno che passa / assolato leggero, / uno schianto di luce propria / sopra il mio margine offeso.”
All’Inferno, insomma, si può trovare Dio, come Dante trovò Virgilio: “Laggiù dove morivano i dannati / nell’inferno decadente e folle / del manicomio infinito (…) / laggiù nel manicomio / facile era traslare / toccare il paradiso.” E altrove: “Da una stazione imbrattata di fango! / si può partire verso il cielo”.
Non sappiamo se Alda Merini abbia trovato la fede religiosa prima o dopo l’esperienza del manicomio. Certamente l’ha sempre cercata, perché ha sempre cercato l’amore e la vita. C’è, ricorrente nei suoi versi, l’immagine della Terra Promessa o Terra Santa, verso cui ella si affanna. E’ un bisogno di ordine e di pace che le fa sospirare il monte Sinai, da cui Mosé portò la legge di Dio agli ebrei fuggiaschi. Il monte Sinai si può ritrovare improvvisamente nel manicomio e dovunque ci sia il disordine: “Il manicomio è il monte Sinai / nuovo maledetto / sopra cui tu ricevi / le tavole di un legge / agli uomini sconosciuta”.
Il monte Sinai è la sicurezza che può dare il grembo materno, soprattutto quando si tratti di chi, come la Merini, non ha avuto un rapporto positivo con il padre, simbolo della violenza e della aggressività maschile: “Ebbene io verrò a cercarti / madre mia benedetta / su in cima alle colline/ sulle cime tempestose del Sinai, / perché tu eri la mia legge / tu eri la mia dottrina / tu sapevi aprire ogni parola / e trovarvi dentro il seme.” Dal monte Sinai possono partire slanci mistici di grande e intensa religiosità. Sono tali, per esempio, le preghiere a San Francesco d’Assisi, a Santa Teresa e a San Luigi Gonzaga.

7) La lingua

Tutto quanto detto si traduce in una serie di violente contrapposizioni, in cui termini ricorrenti sono il caos e la legge, il buio e la luce, il corpo e lo spirito, l’inferno e il paradiso, il vento e la palude. Il vento porta la vita e la libertà dove la palude ristagna. Al manicomio chiuso e soffocante si oppone l’azzurro: “Viene il mattino azzurro / nel nostro padiglione, / sulle panche di sole / e di caldissimo legno”. Amico dell’azzurro è il verde, che da sempre è il colore della speranza e della vita: “Oh la pianta verde avrà successo nell’aria, / si alzerà dalla terra / germoglierà canzoni e madrigali, / si alzerà dal suolo verde / e rombando verrà ai tuoi orecchi: / la pianta verde avrà successo nell’anima, /sarà il motore della metafisica”. Ove interessante è l’identificazione del verde con la poesia e con la metafisica. E’ la riconferma, insomma, che verde e speranza, religione e poesia sono la stessa cosa.
Di qui la difesa dei poeti e della poesia, che soli possono salvare l’umanità: “I poeti conclamano il vero / potrebbero essere dittatori / e forse anche profeti, / perché schiacciarli / contro un muro arroventato? / Eppure i poeti sono inermi / l’algebra dolce del nostro destino / hanno un corpo per tutti / e una universale memoria”. Solo l’erba impura va strappata, non i poeti. Allora, “perché dobbiamo estirparli?”. Bisogna che essi vivano, come unica salvezza dell’umanità: “Lasciamoli al loro linguaggio, l’esempio / del loro vivere ignudo / ci sosterrà fino alla fine del mondo / quando prenderanno le trombe / e suoneranno per noi”.
Il Paradiso, insomma, sarà il trionfo finale della poesia. La cetra di Orfeo è l’unico regalo che gli dèi fecero ai mortali, perché fosse loro tollerabile la vita e tollerabile la rendessero agli altri. Ma gli uomini, per i poeti, inventarono i manicomi.

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1 commento
  1. E’ difficile dire di certi mondi che ci vibrano dentro ma Alda Merini ha ripudiato questo silenzio a favore dello strumento di reazione, la poesia, scontando un esilio in terra umana e oltre alla componente autobiografica che la critica distratta ha sempre privilegiato, rimane un vigore espressivo e una forte tempra morale di continua ricerca nei suoi versi, sintesi di tutte le violenze e miserie, il senso di amarezza e condanna inteso come un eroico impegno contro il compromesso che talvolta anche le emozioni trasportate sulla carta purtroppo vivono perché giudicate da alcuni “gendarmi”, per lunghissimo tempo, come aborti di una “non-poesia”. Ciò e capitato anche a Alda Merini.

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