Cesare Viviani, Non date le parole ai porci, (Genova, Il Melangolo, 2014), letto da Dante Maffia

vivianiIl sottotitolo detta: “Prove di libertà di pensiero su cose della mente e cose del mondo”, una perfetta sintesi del contenuto del libro che non saprei bene come altrimenti chiamare o definire essendo variegato, fitto di motti, di sentenze, di giudizi, di aforismi, di massime, di lampi filosofici, di sfumature di senso.

Non date le parole ai porci fa pensare immediatamente a La Rochefoucauld sia per lo stile chiaro e sia per le analisi acute e vivide che interpretano le azioni umane con estrema finezza e con appropriata sensibilità.

Ovviamente si tratta di epoche diversissime tra loro e di personaggi lontani tra loro, ma lo spirito sarcastico, la verve ironica ed etica avvertono di una condizione umana odierna che tende sempre più ad approssimarsi a certo buio del passato.

E Cesare Viviani ne fotografa la deriva con stilettate che diventano stille di saggezza e che indubbiamente sono frutto del vissuto, delle tante letture e delle meditazioni che partono dai classici (La Bibbia, Orazio, Lucrezio, Seneca, Montaigne, Pascal, Cioran) e svelano percorsi che hanno sempre interessato il poeta.

Si aprano a caso alcuni suoi testi precedenti, anche di poesia, e si avranno riscontri certi sulla densità e sui grumi che sempre si sono veicolati nelle sue pagine. Tanto è vero che si parla anche di poesia e di critica della poesia:

“La poesia non s’identifica in un contenuto, e nemmeno in una forma.

L’essenza della poesia è l’indefinibile, ovvero il limite del definibile, del comprensibile, dell’interpretabile, del leggibile. Dunque si tratta di non negare il vuoto, l’assenza, il nulla. E’ la presenza che non può fare a meno dell’assenza, il pieno che non può fare a meno del vuoto, ogni cosa che non può fare a meno del nulla.

Ma la forma e il contenuto devono essere tali da essere accompagnatori capaci di condurre, prima l’autore e poi il lettore, fino al limite del comprensibile, del definibile, del dicibile. Comunque, se l’essenza della poesia è l’indefinibile, si può dire che il fondamento della poesia è il nulla”.

Concetti complicati che Viviani affronta con serenità conducendo per mano il lettore anche là dove il pensiero si fa scabroso o diventa boutade:
“La peggiore invenzione umana è stata l’infinito. Gli uomini avrebbero dovuto limitarsi al finito”.

Quando dice che “La critica della poesia vive nella relatività: non ci sono punti fermi, riferimenti stabili, qualcosa di obiettivo, valori stabiliti e obiettivati su cui misurare la qualità del testo poetico” avvertiamo subito che Viviani fa un richiamo esplicito alla “responsabilità umana” e che invita a entrare “nel gioco consueto degli incontri e degli inviti”, cioè nella vita, come dice Costantino Kavafis, cercando di renderci conto delle nostre azioni, per esserci effettivamente, per essere presenti nella sostanza più intima del fare. Cioè vuole spingerci a uscire dalle regole stabilite, dalle abitudini, dalle consuetudini, dai luoghi comuni e di guardare il mondo con occhi nuovi e diversi, con una prensilità che esula dall’educazione ricevuta.

In fondo sono indicazioni che sottilmente e con insistenza, seppure con altro linguaggio e altro tono, Viviani ha dato nella sua poesia che ha sempre sotto le sillabe un qualcosa di misterioso, un tuffo e un flusso semantico frastagliato e irriverente.

 

 

1 commento
  1. Leggere le opere di Cesare Viviani rappresenta sempre un arricchimento per il lettore. Il suo eclettismo culturale, pur filtrato dall’occhio dello psichiatra, si manifesta nella poesia così come nella filosofia o nella teosofia sempre con estrema sensibilità e raffinatezza, alla ricerca, non tanto di una comprensione o interpretazione della realtà – come osserva giustamente Dante Maffia in questa nota critica – bensì di una fertile esplorazione dell’essere e dell’esistere.
    Monica Martinelli

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