Il poeta e la farfalla di Dante Maffia (Lepisma, 2014), letto da Renato Fiorito

il-poeta-e-la-farfalla-copertinaLeggendo il libro appena uscito di Dante Maffia, Il poeta e la farfalla, ho capito che per lui l’amore è una sfida alla decadenza, alla morte, all’arrendersi alle ragioni del tempo. Del resto lo dice chiaramente nella poesia d’apertura: “E io che non volevo morire/ a poco a poco/ ma nel fulgido impatto/della dissolvenza,/ nel tremore che cancella/il diluviare dei nessi/ e porta al pari. E a un certo punto ti annunci, nasci in me e ti opponi all’inclemenza del disfarsi…” Fa qui irruzione la donna che dà alimento al suo poema, alla sua fame di vita, al desiderio di comunione e di carnalità che lo prende: “Fa che almeno per un attimo la tua bocca sia pane quotidiano”. Lo stupore del miracolo dell’amore si mischia così all’ansia del tempo e alla coscienza della fugacità della vita, rendendo più vivo e struggente l’incontro.

Anche qui, come nel Poema totale della dissolvenza, mille affluenti vanno a formare il grande fiume di parole e immagini di cui è denso il libro, mescolando le loro acque fino a formare qualcosa di nuovo e di tumultuoso che dà risposta al nostro bisogno di essere accolti, accettati, riconosciuti nella unicità e nobiltà segreta del cuore.

Quello che colpisce non è tanto la bellezza dei singoli versi, che pure straripa, ma la magnificenza del quadro d’insieme perché, come in un bosco, non è il singolo albero a fermare l’attenzione, ma l’immensità del verde, le sue sfumature, la varietà delle mille vite che vi si nascondono.

Maffia, da grande poeta qual è, si muove in questa orgia di parole, similitudini, metafore inaspettate, di cedimenti e di carnalità, senza temere i luoghi comuni, né sfuggendo l’imperfezione, quasi a voler dire che se l’amore è imperfetto, se imperfetta e contraddittoria è la vita, perché i versi dovrebbero discostarsene? Quello che, invece, fortissimamente vuole è che tutto sia detto e nessuna emozione vada persa affinché al grande affresco della vita nessuna pennellata manchi. Così anche il lettore finisce per abbandonarsi a questo flusso di emozioni e si perde nel bosco che il poeta ha disegnato, attraversa i suoi sentieri, assapora l’esaltazione visionaria, acuta, tenera, feroce di una stagione d’amore disperata e felice, scolpita nell’unicità dell’attimo. : “Un sogno di millenni/ ci appartiene,/ vastità senza limiti,/ luna che esce ed entra dalle albe/ sempre avidamente rosse. Avvicinati, dammi la bocca, la mia anima è tua/ la lingua ha le ali.”

Così ciclicità e unicità, febbrile esaltazione carnale e tenerezza di abbandoni si susseguono ininterrotti, andando a formare il pane sapido della passione. L’amore è quello tra due amanti di due età lontane. Essi si incrociano, si sfiorano per un breve momento, formando qualcosa di vivo, di intenso. Nasce il rimpianto folle per quello che poteva essere e che invece non è stato: “Oh se ti avessi conosciuta, ma tu stavi nascosta in una pancia di donna che ti voleva piccola, bella e obbediente, Eri di là da venire. E sei venuta poi, ma ormai concluso era l’assetto delle cose e il divenire un catalogo definito.”

Poi l’ora della fine avanza impietosa e si consuma velocemente il tempo della follia: “Troppi giorni separati, troppo chiusi nei misfatti d’un silenzio nero che ha aggrinzato le fioriture e disumanamente ha distolto la brace dal camino piegandolo alla cenere”. (pag. 417) E più avanti: “Intendiamoci, non ti do colpa di niente. Va sempre cosi, una ramaglia si mette di traverso e si ferma il motore.” Fino ad arrivare alla struggente, bellissima poesia finale: “Sarò sempre il viandante sventurato/ e berrò alla tua fonte/ sia per vivere/ e sia per morire. Sono stato dentro di te/ come il fulmine sta/ dentro le nuvole canterine./ Non le conosci? / Ecco allora in cammino con me/ sempre / senza voltarci indietro:/ gli orizzonti hanno mani e occhi,/ le tue mani sono orizzonti,/i tuoi occhi mi fanno vedere,/finalmente, /dove va la vita, / a cosa serve, /dove si trova l’infinita/ realtà del senso.”

Siamo dunque all’epilogo: storia di tutte le storie, amore di tutti gli amori che si ripetono all’infinito. Ci saranno certo altri amanti e altre parole, ma noi che abbiamo letto questa di storia ci sembra di aver trovato qui le parole, adatte al nostro dolore, che ci fanno riconciliare con i sogni, che a piene mani abbiamo sparso, e con le delusioni che ci hanno piegato ma non ucciso, e finanche con le lacrime che abbiamo tenuto segrete.

Grazie a Dante Maffia per questo suo confessarsi senza paure, senza falsi pudori, senza remore, per questo farsi pane per la nostra inappagata, eterna fame di tenerezza.

2 commenti
  1. Poesia terrestre quella di Maffia, priva di spocchia, reliquia di memoria. Incarna il terrore che tutto forse sia già stato detto in tutte le lingue in tutte le epoche. L’incubo della scrittura è l’approssimarsi del “tempo della tautologia”, l’approssimarsi di una nuova Alessandria in fiamme. Ma Dante Maffia sa che la poesia è di per sé fallacia di ogni tautologia, di ogni potere precostituito, ‘aringa rossa’ utile a sviare ogni censura dello spirito e del luogo comune.
    Bella la lettura di Renato Fiorito. Anche questa priva di spocchia: interpreta senza sovrainterpretare, fa brillare senza paura di tenerezza le parole del poeta calabrese.

  2. Maria Grazia Insinga è una studiosa di poesia colta e raffinata. E’ per questo che il suo bel commento mi gratifica molto e rende giustizia al poderoso lavoro di Dante Maffia.

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