“Luce del tempo”: l’ossigeno della parola nella poesia di Marco Onofrio. Lettura di Luciano Nota

Luce del tempo di Marco Onofrio, pubblicata nel 2024 da Passigli Editori, è un’opera di straordinaria densità metafisica e vibrante vitalità, capace di coniugare la profondità della riflessione filosofica con un lirismo di immediata e profonda leggibilità. Come suggerisce Gianni Turchetta nella prefazione, il titolo stesso funge da “cellula germinale” che condensa i due assi portanti dell’intera scrittura di Onofrio: la luce e il tempo. L’opera è permeata da quella che può essere definita una “teologia positiva”. In questo universo poetico, il divino non è un’entità nascosta (Deus absconditus), ma si manifesta concretamente nella presenza stessa delle cose e dei viventi. La luce rappresenta l’atto primordiale dell’esserci, il risveglio della coscienza che squarcia il buio dell’inesistenza, mentre il tempo è la “sostanza fragile” e fluida entro cui questa presenza si dispiega. Questa visione emerge con forza sin dalla poesia di apertura, L’odore dei fulmini, dove il “fonosimbolismo” di ascendenza pascoliana evoca un mondo in cui, oltre la notte del futuro, resta la traccia sensoriale di un evento cosmico.

La struttura della silloge si dipana attraverso una musicalità libera e moderna, che rifiuta gli schemi fissi per assecondare il battito del pensiero. Marco Onofrio maneggia il verso con una “concentrata discorsività”: la sua è una parola che respira, che si frammenta e si ricompone seguendo l’urgenza dell’emozione. Lo stile oscilla tra la folgorazione aforistica e la distesa narrazione lirica, creando un ritmo naturale che mima il respiro stesso del poeta. La sua è una “musica ragionativa”, dove il controllo formale e l’uso sobrio della rima impediscono al suono di prevalere sul significato, mantenendo una tensione costante verso un’intuizione orfica dell’esistenza. Ne è un esempio la poesia Voragine, dove la struttura metrica sembra quasi seguire visivamente il senso del vuoto e della vertigine. E’ una poesia di presenze: il mondo di Onofrio è abitato da un bestiario vitale – lucertole, gatti, formiche – e da una natura che non è mai fondale inerte, ma interlocutrice attiva, come nelle vibranti descrizioni delle Dolomiti Lucane o dei tramonti marini.

Un elemento centrale della raccolta è il superamento della finitudine umana attraverso una “consolazione cosmica” e la “letizia del vivente”. Onofrio invita il lettore a cogliere la sacralità del presente, come espresso nel componimento Ora abito, dove l’unico precetto da osservare diventa quello di “gioire della gioia”. Lo spazio affettivo occupa uno spazio altrettanto rilevante, in particolare nel dialogo struggente con la figura paterna. In poesie come Ti aspetto a casa o Accanto a te, il confine tra la vita e la morte si fa sottile: la morte non è la fine, ma un passaggio verso un “abisso di splendore”, e il padre continua a vivere come una presenza percepibile nel respiro e nei gesti quotidiani.

Non manca, infine, un’esaltazione gioiosa e a tratti carnale della bellezza femminile, vista come un’altra via d’accesso al mistero dell’universo. In Le cosce delle donne e Bocca verticale, la femminiltà è celebrata come “chiave universale del mistero” e “cerniera d’asola cosmica” capace di tenere lontana la morte e i mali attraverso il godimento e l’amore. In Quando una donna, la perdita dell’amata raggela il cielo e annera la bellezza, ma l’incontro con un nuovo amore permette di “rifiorire” e rinascere dalle ceneri del sogno. Luce del tempo è un libro necessario perché si pone come argine alla deriva del nichilismo contemporaneo. Marco Onofrio ci consegna una bussola per orientarci tra le “fantasmagorie” del quotidiano, ricordandoci che la poesia ha ancora il potere – e forse il dovere – di essere una rivelazione che ci tiene in piedi, controvento, a godere della splendida e terribile avventura della vita. Una lettura che lascia addosso un senso di pulizia e di grata appartenenza al mondo. Come sintetizzato nei versi di Il diametro dell’eternità, l’essere umano è il punto di contatto tra il tempo che scorre e l’eterno, “un ponte che si regge senza arcate” capace di irradiare dolcezza sopra il sale del mondo.

Luciano Nota

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