Cinque poesie di Carlo Giacobbi da “Oltre il visibile”, Arcipelago itaca Edizioni – 2019, nota di Alessio Alessandrini

9788899429768Oltre il visibile è un percorso poetico accidentato e arduo che vuole risalire al cuore delle cose, lo fa in una doppia modalità che poi è quella che differenzia la prima parte dell’opera dalle successive. Ovvero, se le liriche della sezione OLTRE IL VISIBILE si muovono intorno alla luce della “consacrazione” e sono apparentabili ad un lirismo mistico in continuità con la precedente raccolta Veramente quest’uomo (Arcipelago Itaca 2018), le successive si giocano sulla “dissacrazione” dove il prefisso disgiuntivo non ha tanto il valore oppositivo – se c’è del sacro nella visione lo si rintraccia proprio dove pare impossibile agguantarlo – quanto con valore distanziatore, di, appunto: lontananza da. Eppure, come si sosteneva poc’anzi, la visione non viene mai meno e l’attenzione dello sguardo, se si può, si fa ancora più complessa e meticolosa. Così ad essere sondata non è più la francesca-na bellezza dell’Infinito che ci è intorno (la bellezza della natura, dell’amore coniugale, della città in cui si vive), ma quella di un quotidiano, per così dire, più umile (dove umile sta per terreno) e nascosto (sulla grande tradizione petrarchesca dei Fragmenta o quella pascoliana delle Myricae) della vita di tutti i giorni, nei dettagli apparentemente lontani dalla rivelazione (si leggano le liriche della sezione intitolata: CONFIDENZE ED ALTRI VERSI). Lo sguardo quindi si fa molteplice e si apre all’altro e all’altrove, per trovare massima espressione nelle liriche meta-poetiche della sezione ESORTAZIONI, nucleo centrale, e non a caso, della raccolta.

Alessio Alessandrini

 

Oltre il visibile

Sui rami
che neri segnano la luna
è silenzio.
Che c’è
oltre la bianca radura
e le rose di macchia
e i querceti
e più in là, sui greppi chiari
dove al cielo
si torcono uliveti –
che c’è?
Di che presenza è
quest’attesa, che le viscere
rimesta e innamora?
Io vedo, non vedo –
eppure di qualcosa
dovrà pur essere essenza
questa fascinazione
che insieme addolcisce
e spaventa, facendomi muto.

 

Tutto qui

È tutto qui – dicono –
nelle misure di spazio e durata.
Che oltre vuoi – mi rimproverano –
a questo compimento?
Tu rimandi la pienezza a dopo il buio –
alla luce escogitata
per inettitudine d’essere qui, ora.
Sii grato, piuttosto – incalzano –
a quanto natura concede, non è poco –
tu ingordo di senso e infinito
uccello matto alla cerca di più alto
luminoso nido: nessun altrove invita
al ritorno, vano è sperarsi in esilio.

 

L’indugio

Indugiamo troppo
a dirci ti amo, ad umiliarci nel pianto
e nell’abbraccio, troppo, troppo esitiamo
a scambiarci parole di senso –
e il filo poi viene reciso, la carne
strappata dalla carne, la voce tolta alla voce
il viso negato al viso –
per questo, amore, stringimi, tienimi la mano –
prima che dell’uno o dell’altro
peni l’olio alla lucerna e lo stoppino
perda la fiamma –
prima che dell’uno o dell’altro ascendano
volute di fumo
e trascorra un fiato freddo nella stanza.

 

Almeno voi, voi che non foste ancora

Almeno voi, voi che non foste ancora
affrettatevi ad implorare per gli avi
settanta volte sette perdono.
Li avrete pensati certo i più cari padri o nonni
nell’atto di rimboccarvi le coperte o la fronte
baciarvi, in quel gute nacht und süße träume
dopo la favola senza l’orco che furono.
Certo vi avranno risparmiato la pagina nera
del crudo eviscerare alle smembrate destinazioni
rubri fiotti, purulenze, noma a svisare la rosa
ancora in boccia del candore, pelle tesa
a vestimento delle malcerte
impalcature ossee – dissolvenze
il magnetismo del filo, casuali rappezzamenti
le fisime del Dott. Coniglio
il nemico mi perseguita, calpesta a terra la mia vita
mi ha relegato nelle tenebre come i morti da gran tempo
cloroformio, fenolo, Zyklon b, disperanza
non nascondermi il tuo volto
perché non sia come chi scende nella fossa
e dalle diuturne fauci
a quadrupla muffola foggiate agro miasma.

 

Un tocco, qualche vetrino sparso

È bastato un tocco, qualche
vetrino sparso a tenere sospesi i piani.
Il contatto di due muta il corso di tutti.
Quelli che tutto gli torna o così credono
non ci stanno a vedersi determinare.
Aprono le braccia quasi invocando
le piombano sulle gambe bofonchiando
improperi. Per quanto ci si sporga
a cercare una via di fuga o si scenda
per stimare i tempi, alla fine sempre
ci si ritrova seduti sul guardrail
con la sigaretta in bocca. E ci si accorge
del cielo, delle pecore intorno
nell’abbandono di chi ha tutto il tempo
tutto il tempo del mondo.

Carlo Giacobbi

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