Una poesia di Lars Gustafsson , “Ibn Batutta” tradotta da Fulvio Ferrari, commento di Giorgio Linguaglossa

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Lars Gustaffson, Vasteras, 17 maggio 1936 – 3 aprile 2016

Propongo ai lettori di Erato questa poesia del poeta e scrittore svedese Lars Gustafsson. Si tratta di una potente parabola della vicenda dell’uomo sulla terra, sul suo destino. Ci sono i quattro elementi: acqua, terra, fuoco e aria e c’è il Geviert, la quadratura di tutti gli elementi; in più c’è l’altezza smisurata: il Nord, e la profondità degli uomini che abitano quella plaga: «il Paese della Tenebra», un popolo di sapienti che non vogliono commerciare con gli uomini del sud con i quali non condividono nulla se non le merci strettamente necessarie alla loro sussistenza. La poesia è stata pubblicata su l’Ombra delle Parole nel 2014 ma non sembra aver riscosso molto credito tra i lettori. Adesso la ripropongo nella speranza che i nuovi lettori sono più maturi, certo, sono consapevole che bisogna aver percorso un lungo cammino di avvicinamento al cuore di ciò che deve essere una poesia per apprezzare una poesia come questa. Si tratta di un sotto genere diverso, mai praticato dalla poesia italiana del secondo novecento: una poesia mitica, nel senso che tende al mito, un personaggio simbolico, Ibn Batutta, che si incarica di una impresa impossibile e disperata: raggiungere il punto più a nord del Nord, il luogo che accentra in sé la massima contraddittorietà e quindi è il luogo incontraddittorio per eccellenza, non una retropia né una utopia ma la ricerca di un luogo-senza-luogo, di un luogo ultroneo. Una gigantesca rappresentazione della avventura umana sul pianeta terra nell’epoca del capitalismo dispiegato.

[Ibn Batutta, viaggiatore arabo non giunse mai più a/ Nord di Bulgar./ Il racconto/ sulla Tenebra e i viaggi per raggiungerla lo affascinarono.]

Giorgio Linguaglossa

 

Ibn Batutta

Quando, Ibn Batutta, viaggiatore arabo, medico
e acuto osservatore del mondo,
nato nel Maghreb nel quattordicesimo secolo,
giunto alla città di Bulgar, venne a conoscenza della Tenebra.
La Tenebra era un paese a quaranta giorni di viaggio verso Nord.

Fu alla fine del mese di Ramadan,
e quand’egli ruppe il digiuno al calare del sole
ebbe appena il tempo di pronunciare la preghiera della notte
prima che il nuovo giorno albeggiasse. Le betulle s’ergevano bianche.
Ibn Batutta, viaggiatore arabo non giunse mai più a Nord
di Bulgar. Il racconto
sulla Tenebra e i viaggi per raggiungerla lo affascinarono.
Il viaggio venne intrapreso solo da ricchi mercanti.

Si spostano con centinaia di slitte
cariche di cibo, bevande e legna,
perché là il suolo è coperto di ghiaccio
e nessuno può camminarci sopra senza scivolare
tranne i cani, le cui unghie riescono a far presa
nel ghiaccio eterno. Non ci sono alberi né pietre,
e tanto meno case, per orientarsi durante il viaggio.
Le guide al Paese della Tenebra sono i vecchi cani
che già hanno fatto il viaggio molte volte.
Simili cani hanno un prezzo che può arrivare
a mille dinari o più, perché le loro conoscenze
sono insostituibili. Al momento di un pasto
si servono i cani prima degli uomini
perché altrimenti il capo della muta s’infuria
e se ne va, abbandonando il padrone al suo destino.

Nella grande tenebra. Dopo quaranta giorni di viaggio
i mercanti si fermano nella Tenebra. Dopo quaranta giorni di viaggio
i mercanti si fermano nella Tenebra. Depongono
a terra le merci e fanno ritorno al campo.
Il giorno successivo tornano e trovano
mucchi di zibellini, ermellini e scoiattoli
un po’ discosti dalle merci accatastate.
Se il mercante è soddisfatto dello scambio prende le pelli.
Altrimenti le lascia lì. Allora gli abitanti
della Tenebra aumentano la loro offerta con altre pelli
oppure si portano via tutto quello che avevano messo lì
e sdegnano le merci dello straniero.
È il loro modo di commerciare.

Ibn Batutta ritornò nel Maghreb
e morì in età avanzata. Ma quei cani
che, muti ma sapienti
privi di parola ma con cieca sicurezza
correvano sul ghiaccio levigato dal vento addentrandosi nella Tenebra.
ancora non ci danno pace.
Noi parliamo, e le parole sono più sapienti di noi.
Noi pensiamo, e il pensato ci precede
come se sapesse qualcosa
che noi ignoravamo. Messaggi corrono
attraverso la storia, un codice che si traveste da idee,
rivolgendosi ad altri e non a noi.
La storia delle idee non è una scienza della psiche.
e i cani, con passi rapidi e sicuri.
sempre più nella tenebra.

Lars Gustafsson

(da Pozzi artesiani sogni cartesiani, 1980, traduzione di Fulvio Ferrari)

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2 commenti
  1. “Noi parliamo, e le parole sono più sapienti di noi.
    Noi pensiamo, e il pensato ci precede
    come se sapesse qualcosa
    che noi ignoravamo. Messaggi corrono
    attraverso la storia, un codice che si traveste da idee,
    rivolgendosi ad altri e non a noi.”
    Una parabola sull’essenza dell’uomo e del suo destino nel nostro tempo.

  2. Questa ….. di Lars Gustafsson , “Ibn Batutta”, io non credo che si possa chiamare poesia. Un racconto sì, ma poesia?! Mancano tutti gli ingredienti perché si possa chiamare “poesia”. Non ne acquista nemmeno dal commento precedente, che non ha niente a che vedere con “ibn Batuttu”. Trattasi di un pezzo in prosa che sta tra la narrativa e la descrizione di costumi di terre lontane, senza che ne traspaia niente di ciò che traspare solitamente dalla poesia. Se la si chiama poesia si confondono le idee, più di quanto già siano confuse su questi argomenti.

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