Due poesie di Sabino Caronia e Mauro Pierno commentate da Gino Rago

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Orfeo

Un dio lo può, ma un uomo, dimmi, come
potrà seguirlo sulle sette corde,

potrà seguirlo sulla lira impari?
Non è ancora la morte questo vallo,

questa lugubre terra di nessuno,
ma non è più, no, non è più la vita.

Qui le strade non vanno in nessun dove,
qui non è canto, qui non è speranza,

e non c’è niente all’infuori di me.

Sabino Caronia

 

Oscillano tra un «non più» e un «non ancora» i versi che Sabino Caronia tesse intorno al mito di Orfeo, un mito rivisitato, ripassato nel fuoco suo personale, e impressionano le strade che non portano da nessuna parte… Qui forse siamo alla negazione del tempo e di conseguenza alla negazione del divenire. Siamo nella “ terra di nessuno”, uno spazio terragno che va oltre la terra desolata di Eliot perché in questa terra di nessuno si nega anche il canto e vi si celebra l’impossibilità umana di possedere il mistero della lira. Sabino Caronia con immagini strazianti sente d’essere al grado zero della poesia: il poeta in cuor suo pensa che oggi non è semplice per nessuno proteggere il linguaggio poetico dalla ‘ciarla’ perché tutto è de-centrato e i legami fra “tempo” e “nome” si sono rotti da un pezzo. Quale dunque il luogo dell’appuntamento con la lingua della poesia?Sabino Caronia non ci risponde. E fa bene perché si pone e ci pone la domanda, ma da poeta non è chiamato né tenuto a dare la risposta. E così torniamo a Gottfried Benn e ai Problemi della lirica…(è stato e rimane il compito supremo della poesia moderna, da Hölderlin a Celan, da Mandel’stam a Tranströmer, proteggere la lingua della poesia dalla afasia e dal logoramento: le parole sono spirito ma anche ambiguità e sostanzialità delle cose della natura ). Le parole toccano qualche cosa di più che ‘notizia’ e/o ‘contenuto’ e dunque in “Orfeo”, e per giunta in pochi versi, Sabino Caronia sembra dirci che occorre un altro orizzonte ontologico.

 

Le rose nei bicchieri

Li ho presi a bottega tutti adulti,
molto dotati nel limite estremo, che pace!

una forbice, un metro, qualche inchiostro e…
pennello, martello e rastrello. Adesso però ora

giace. La Gioconda sorride,
ha una veste sciantosa, un can can di quando

la smise. Non ride però alla curva e si sporge a guardare.
Solo olio, una macchia che passa.

Mauro Pierno

 

Più emotivo che analitico il mio modo di accostarmi ai versi proposti da Mauro Pierno, versi costellati da allusioni. L’autore ha un cuore da cantastorie e se anziché la parola poetica avesse scelto la macchina fotografica sarebbe stato un ottimo fotografo. Sono come tante rose nei bicchieri le parole che Mauro Pierno ci propone: adorna la tavola degli ospiti con una rosa fresca messa in un bicchiere per dire al lettore ” benvenuto “, gesto umile ma delicato, come quello dei nostri contadini che quasi mai disponevano di un vaso per riporvi i fiori freschi del benvenuto agli ospiti, ma anche in un bicchiere una rosa è sempre una rosa, un fiore è sempre un fiore: conta il gesto estetico nel vuoto. Ma conta anche la consapevolezza di tradurre la lingua delle cose (metro, forbice, martello, pennello, inchiostro, rastrello…) nella lingua degli uomini, per dirla con Walter Benjamin. Sviscerando i versi dei due poeti, Mauro Pierno e Sabino Caronia, per un istante tornano alla mente i due grandi sgomenti di Mallarmé, il Nulla e la morte. E in fondo forse fare poesia anche per questi due poeti significa vincere questi due grandi abissi.

Gino Rago

sabino-caronia-foto-1Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000) ed ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G. Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia 2009), la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura 2013) e La ferita del possibile (Rubbettino 2016).

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Mauro Pierno, nato a Bari nel 1962, vive a Ruvo di Puglia. Il suo lavoro a Bari gli permette di sfruttare il tempo vissuto in treno da pendolare per leggere e scrivere. Autore di diversi testi teatrali dei quali ha curato di alcuni anche la regia. Scrive poesia da diversi anni, vincitore della Terza Edizione del Premio di Poesia organizzata dalla A.I.C.S. ”G. Falcone” di Catino(Bari). E’ presente nell’antologia Il sole nella città (I Poeti La Vallisa), Besa editrice, Lecce 2006. Diverse sue liriche sono presenti in rete su diversi siti dedicati quali Poetarum Silva, Critica Impura, L’Ombra delle Parole, ecc. Il suo ultimo volume di poesie si intitola Ramon, Terre d’Ulivi Editore 2017 e sulla rivista Incroci, nel 2018, è uscita un poema di liriche dal titolo 37 Pedisseque Istruzioni sul tema del lavoro. Animatore culturale, in rete promuove il blog Ridondanze.

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3 commenti
  1. Ringrazio Luciano Nota e la Redazione di Erato per avere ospitato una sintesi, peraltro magnificamente confezionata e segnalata da Giorgio Linguaglossa, delle mie meditazioni su 2 poeti contemporanei di sicuro valore, Mauro Pierno e Sabino Caronia.

    Gino Rago

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