Fabrizio Bregoli, “Il senso della neve”, Puntoacapo, letto da Luigi Paraboschi

bregoli-212x300Scrivere attorno a questo lavoro di Fabrizio Bregoli rappresenta un impegno abbastanza serio vista sia la numerosa presenza di testi, che l’autore ha pensato bene di raggruppare in differenti capitoli (non so se sia lecito usare questa definizione), sia anche per l’alto livello linguistico che l’autore possiede e manifesta in pieno.

Partendo dal primo gruppo di poesie, che vanno sotto il nome di “Nel dirupo dei tempi “ ci si può rendere conto subito da questa titolazione che l’avvio contiene un giudizio.

Quel dirupo è il giudizio che la lingua dà agli avvenimenti della storia. E dai dirupi succede talvolta di precipitare, come talvolta accade alla lingua e, a posteriori, alla poesia che ne fa uso. Sintomatico a questo sentire è il giudizio negativo che egli assegna all’uso del linguaggio, come dice qui di seguito ove chiarisce un concetto che sembra elementare, e cioè che le cose non esistono se non si dà un nome ad ognuna di esse. Adamo, su incarico di Dio nella creazione agisce in questo modo: nomina ogni cosa che ha creato e lo fa in modo preciso, ma se l’uso che noi facciamo delle parole è in modo non corrispondente al vero creiamo un’alterazione al loro significato

E sai che non è ramo quel ramo se non lo nomino/………..come non è parola la parola che pronuncio/ma è la distonia di ogni altra parola/se non la credi vera./…..

Di conseguenza egli scrive che :

m’affido a quest’incauto sfogo d’inchiostro/” originando così un balbettare linguistico simile a “un tossico che sgronda grumi nelle vene”/ costretto ad affidarsi a “ un periodare scomposto/a tratti funebre, convintamente barocco/preda facile di scherno ai pochi/tristi reduci della poesia.”

In altra prosegue sconfortato :

Credimi quando dico quando ripeto non è verso./Credimi, quest’esiguo di voce non è rantolo, non musica/è nuda testimonianza.

La riflessione che Bregoli compie attorno alla lingua si completa nel testo dal titolo “ Lettera a Bellezza “ ove egli si rivolge al poeta in questo modo :

Questo non è il tuo tempo, un domani/prosciugato dal suo avido dissetarsi, scorza erosa/e idioma incomprensibile il tuo nome.

Un altro dirupo dal quale precipita la storia umana è dovuto alla mancata o scarsa riflessione sugli avvenimenti del passato, come appare in un testo dal titolo “Tempi moderni“, dove il poeta parte dall’incendio del Reichstag, al sorgere del nazismo, per passare attraverso le fosse di Katyn in Polonia, a testimonianza delle crudeltà del comunismo Staliniano.

Purtroppo :

e i nuovi tribuni calcano già le piazze,/cingono il collo di bandiere, serrano/nelle mani le forche, roteano anatemi/spenti dal primo tablet sottocosto,/dall’appendice scomoda d’un suicidio/insufflata nel telegiornale della notte/e qualche folle s’illude con una croce,/col moccolo spuntato d’una copiativa.

La conclusione perciò non può che generare quello sconforto che gli fa dire che la poesia non serve, ma può essere solamente testimonianza:

Credimi quando dico quando ripeto non è verso./Credimi, quest’esiguo di voce non è rantolo, non musica /è nuda testimonianza.

Nella seconda partitura, dal titolo “La congettura del canto “ appare prepotente la visione che Bregoli ha della poesia, come scelta senza cedimenti o astensioni morali, come possiamo dedurre da questo spezzone :

non vale trincerarsi nel silenzio/ come dizione esatta d’un pensiero/o rimediare al troppo dimidiato/in acrobazie da Chichibìo,/è salvacondotto d’ora in avanti/al netto imporre il gioco delle parti/e dunque scegliere, Garrone o Franti.

Ma per realizzare al meglio la propria scelta di campo :

Serve un torsolo minimo di voce/senza ravvedimenti, mediazione/stanar l’arpeggio nello sciabordio/ delle stoviglie, frugare le pieghe/remote della polvere.

Non ci può nascondere dietro fraseggi di convenienza, stilemi di una scrittura del passato, abbandonarsi ad imitazioni di passi poetici fin troppo declamati :

e reggere al tranello del già detto/all’esile lusinga del cantabile:/donzelletta passero assiolo, questa/bella d’ erbe famiglia e d’animali/nonna Speranza e ogni caro poetico/vecchiume di lune e favole belle/il pio bove, i cipressi del Carducci.

E’ un privata rivoluzione quella che l’autore compie ad ogni risveglio, :

scoprire/la chiave del durare in ciò che è breve/ lo spazio dove resta illeso il bianco/allo svanire certo della neve.”

Una rivoluzione dettata dal cercare di raggiungere il significato più vero di quel SENSO DELLA NEVE che dà il titolo al suo lavoro, precisando meglio il concetto e ancora meglio affermando che lo spazio bianco deve essere perfetto e tale da resistere anche all’usura del tempo (lo svanire certo della neve) quando egli scrive riferendosi “del nitore, del bianco di stoviglia/a modello prendendo e inarrivabile/la più solerte delle filippine/energica compatta inossidabile.

E di seguito elenca una serie di metafore casalinghe per illustrare e spiegare meglio il suo intendere come debba essere la sua visione del poetare:

È privata domestica faccenda/questo scrivere oppressi dall’urgenza./Così rifaccio i letti ogni mattino/riordino cantina e sgabuzzino/raspo scovo nei canti più reconditi/gomitoli di briciole, di polveri/arieggio tuguri, batto tappeti/sturo bottiglie, ramazzo mondezze/lucido piastrelle, stendo e candeggio/raschio ad arte o dileggio, pianto chiodi/sugli ultimi superstiti dell’ovvio.

ma sembra che per ottenere quel nitore, quel bianco di stoviglia sia necessario fare come è detto nei seguenti:

e pare che non resti alternativa/allo smembrare scindere recidere/alla necessità del frazionabile/ lo sminuzzare fine la pietanza/per renderla boccone digeribile/un chimo, razionarne la fragranza.

La terza parte si intitola “Peregrinazioni (e altri smarrimenti)“ e già di per sé questo sostantivo ci potrebbe condurre alla visione di un viaggio che, per l’uso frequente dell’endecasillabo fustigatorio alla maniera Dantesca che l’autore compie, appare come un attraversamento della vita e più specificatamente di un viaggio attraverso le persone incontrate e i luoghi.

Scrive acutamente il poeta Ivan Fedeli nella sua prefazione :

Parlare di compassione in poesia è cosa alta. La valenza etimologica del termine implica un moto comune di appartenenza che, oltre le banalità del quotidiano, emerge e porta alla condivisione dello stato umano in ogni sua forma esplicita o implicita di rappresentazione. Non è da tutti, insomma, trascrivere “per verba” ciò che la natura dell’essere sperimenta nell’atto vissuto e uscirne integri, eticamente responsabili.

Mi sento di concordare con Fedeli quando scrive nella prefazione che “Parlare di compassione in poesia è cosa alta” perché la compassione nel senso etimologico della parola dovrebbe essere passione comune tra chi scrive e chi è descritto e io non posso dire, leggendo Bregoli che vi sia nel suo lavoro questo sentimento. Prendiamo ad esempio questa poesia che riporto:

Passeggiare per il corso a occhi bassi/dove Milano gocciola dai tetti / scansato tra vetrine appariscenti / che abbracciano agli sguardi dei distratti / chi s’affatica nelle scarpe nuove/ e accorcia ad arte l’orlo ai pantaloni/ per mostrare le calze colorate / chi naviga, timone un cellulare / schivando le scogliere dei passanti/ chi affretta il trotto al primo viso scuro /temendo la sorpresa imprevedibile /d’essere foglie sullo stesso ramo.

Vi avverto il giudizio negativo ma non venato di com-passione su questa società come traspare da questi versi finali della stessa poesia:

C’è stato un tempo altro, forse un varco/l’attesa nel silenzio della madia/d’un pugno striminzito di farina/che lievita nel buio, si fa pane.

E in un’altra poesia nella quale viene ritratto un personaggio pieno di sé, orgogliosamente vanitoso del proprio successo, l’autore chiude con questi versi che a me sembrano alquanto tranchant:

Per una volta sola, ed è un consiglio/imbavaglia quel tuo freudiano raglio/raffrena e scendi dalla giostra, apprendi/la casta fioritura d’un silenzio.

Forse un poco di empatia la si può scorgere nei due versi di chiusura di questa dedicata alla tecnologia applicata ai distributori di benzina ove ormai la presenza del tipico “umett“ che gestisce la pompa è stata abolita:

ed io qui con la matita spuntata/un bagaglio troppo leggero d’anni/perché poesia si possa dire questo mio spigolare l’inventario/dello svanire, ché la vita costa/lo spazio del superfluo, anch’io complice/nelle mie scarpe nuove, parka blu/collo di lupo grigio, il pieno assolto/con ottanta centesimi in più in tasca/mentre una bava di perla strattona/il viola cupo d’orizzonte, un corvo forse un falco, stordisce tra le nuvole/e già scoppietta la fucileria.//Trangugio un altro groppo di saliva avanza l’autunno, un’altra ora passa.

Bregoli non si può definire un autore di facile lettura, occorrono due o tre passaggi sopra i suoi testi per rendersi conto della ricchezza e delle numerose sfumature di un linguaggio che non trova facili paragoni nel panorama di poesia che mi è dato conoscere.
E’ un linguaggio direi sofisticato, alto, decisamente fuori dall’ordinario, capace di nobilitare la quotidianità parlando della quotidianità stessa, ricorrendo ad un vocabolario ricco di sfumature espressive e ad un’aggettivazione ampia e infrequente. In una poesia di pagina 70, per portare un esempio, ho riscontrato una serie che riporto a testimonianza di quanto asserisco :
politi – silenti- rachidi- subbie- sagace- stocco- diafani- cheliceri, ed in una a pag. 68 rilevo l’eleganza di questi versi:
Balenai rapido tra panchine/e l’obliqua trave d’officina/di brivido sulfureo strofinò la rètina.

Non posso però ignorare che l’uso accurato che egli fa dei versi sempre attenti alla musicalità che producono i settenari e gli endecasillabi che si riscontrano, crea sì un suono rotolante nella lettura ma conferisce talvolta – unitamente al linguaggio cui facevo riferimento poc’anzi- un vago tono barocco che a prima vista stordisce il lettore, il quale poi – se abituato alla scrittura con verso libero- sarà costretto però a ricredersi di fronte alla bellezza della complessità della struttura.

La parte intitolata “Compendio di fisica applicata” a mio parere tradisce un po’ della formazione culturale e professionale di Bregoli. Nelle poesie di questa tranche si rivela la mente di poeta racchiusa dentro una laurea in ingegneria elettronica, un master in marketing, ed un lavoro nelle telecomunicazioni, e credo che egli non riesca a prescindere in questi pezzi da questo substrato. Esemplifico con una sola poesia:

Oggi che la superba razza italica/spedisce la sua venere fra gli astri,/della stagione nostra tecnologica/dama che signoreggia alla scacchiera/d’ un’era che resiste all’astrologica/sentenza degli oroscopi a maniera/d’un tempo che asseconda la sua attesa,/non stupirà che resti un asteroide/riottoso ad incanalarsi in quest’orbita/pulviscolo sfrattato da una stella/che intoni la sua voce antagonistica/sfrontato ottone audace di favella/nell’antica confessione ellenistica/che crede l’uomo al centro del suo nulla/immobile al trambusto che gli vortica/sul capo come un volo di rapace,/non stupirà questo mio disconoscere/copernicana la rivoluzione/che arresta nel suo correre il procedere/secondo la cadenza del riflettere,/per fretta di sfrecciare sulla pista/scalciare alla rinfusa alla partenza/senza la mappa utile alla rotta/senza il coraggio della desistenza.

ed anche in questa ove la scienza sconfina nel dubbio metafisico:

Mulina attesa nel laboratorio/ l’energia del fascio s’ ha d’accrescere/ disgregare scindere collidere / sempre più minuti più esili più/pargoli tasselli d’ elementari e/più primordiali esotici pulviscoli/in più sottili opalescenti lamine/esponenziale vertice del nulla.// Gluoni bosoni /neutrini tachioni/barioni fermioni/quark ora pro nobis. /Neutrino muonico/protone barionico/leptone elettronico/miserere nobis.//Così l’ottavo giorno/l’uomo scomodò Dio/in surroga d’incrollabile scienza./ Amen.

Giungiamo così alla parte finale dal titolo “Canti del crepuscolo“ , quella forse più intimista nella quale il poeta riflette attorno alla sera e lo fa invitando se stesso ad una sorta di intimismo vagamente crepuscolare:

Cogli l’ultimo svolio di foglie/il rincasare quieto delle chiocciole/il gocciolare arreso delle nuvole resisti al logorarsi delle vertebre/al frangersi del sole contro i vetri/alla sua luce esatta/per questo per null’altro/il compimento del nulla che siamo/che saremo/e detto l’ho perché doler ti debbia.

In una successiva egli considera l’esistenza che chi è semplicemente affaccendato nel vortice delle mansioni di lavoro :

ipnotica la lenta litania si sbroglia:/trasmissione aggiornamento distribuzione/accesso consolidamento unificazione/sconto cambio margine divinazione/adornando anglicismi i visi triti/contriti nell’urgenza degli scismi/d’intento e azione, prezzi moduli sofismi/nel rantolo stridulo di stampanti/nel ronzio di ventole, d’ intrepide cifranti.

e chiude con un riflessione finale molto amara :

colpevole consunto si sciorina il tempo/sia tale sia presunto, sulla stele del profitto/se affisso nel ventre, nel cranio confitto/ti recluta il mercato al provvido consumo/e lo sciogliere nei versi il denso grumo/beffa fuor d’ora, se mai ora è più vera/non è breve, troppo breve per durare/la sera?

Lo scorrere del tempo, gli anni che ogni compleanno fa pesare ad ognuno di noi vengono evidenziati con sottile ma consapevole tristezza in questa poesia, una delle ultime ove egli constata

oggi che è tempo di somme programmi,/dubbi su dubbi, vezzi ansie cavilli,/raccolto da vizzi filari,/cesti colmi di festuche, certezze/non mai certe, ora ammesse connivenze,/scambio di fattori a invarianza di/risultati, oggi, oggi che rincasare/è perdersi altrove, spazio senz’ anni/a filo dell’età. /E auguri comunque/comunque auguri, ed a voi pure/come-se avrei-fatto pagherò, eccetera.

E chiudo questo mio viaggio attraverso IL SENSO DELLA NEVE riportando per intero quella che io sento molto affine al mio sentire, una poesia – questa sì – nella quale l’autore manifesta la sua com-passione, ed è rivolta a sé stesso. Sono versi che mi hanno rimandato qualcosa di Attilio Bertolucci per l’ambientazione , e a un famoso quadro di Paul Cezanne per quei giocatori di carte che appaiono di sfuggita

Precipita sul cielo l’equinozio/Strazia le foglie vento scrosci d’acqua/Chi più avveduto sfodera l’ombrello/È tempo di bilanci. Fare il conto.//All’orizzonte sfuma un vecchio borgo/Trame di rami stoppie una carcassa/s’assottiglia, si leviga in asfalto/Eco alle ruote, rapido sussulto.//Avvinazzate guance sfibrate mani,/Scrollano pipe svuotano bicchieri/Svaniscono dal tavolo le carte./Si chiude la partita. Il resto mancia.

Luigi Paraboschi

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