IL CANTO DI SAFFO – Musicalità e pensiero mitico dei lirici greci: La parola orfica, di Gabriella Cinti

mito-liraQuanto alla parola poetica, quella legata all’oralità-auralità, che induceva nell’ascolto un reale mutamento, un effetto globale, credo non sia superfluo soffermarsi ancora sul mito di Orfeo, mago, terapeuta, guida religiosa, musico, dispensatore di oracoli, teologo e teópompo, ( θεδπομπος), «inviato da un dio», cerniera tra mondo della natura, a cui sembra appartenere, per le sue capacità simbiotiche di comunicazione con gli elementi vegetali e animali, con l’umanità, fino agli alti livelli della musica e della poesia. Egli è definito soprattutto:

il poeta orale per eccellenza, il cui effetto sulla natura rappresenta l’estensione a tutto il mondo naturale della reazione emotiva che un uditorio illetterato sperimenta al cospetto del cantore aedico e del suo successore, il rapsodo. Il potere coattivo, incantatorio della voce cantante, il ritmico dondolio del corpo che essa suscita nel suo uditorio, umano e non umano, il magnetismo animale con cui tiene avvinti gli ascoltatori stregati, tutto ciò trova un’incarnazione mitica nella figura di Orfeo.

Si tratta di una poesia che coinvolge sensi e corpo, che dispensa piacere e voluttà, térpsis e he-done´, di così forte seduzione che vince il canto delle sirene e commuove le divinità infere. Non sembri una divagazione, ma se pensiamo all’etimo di “esaudire”, possiamo ritrovarvi il senso del compimento e della pienezza che vengono esattamente dall’ascoltare una domanda pronunciata per l’appunto nella voce, nell’audire, cui successivamente corrisponde la concessione di ciò che si richiede o si desidera. Quanto sono importanti la voce e l’ascolto per la nostra felicità! Come possiamo formulare il nostro stato se non con parole? Il confine tra i mondi apollineo e dionisiaco, si sfumano nella figura di Orfeo, anche per l’ambiguità che lo contraddistingue. Ciò che i due dèi raggiungono con riti iniziatici, per Orfeo è legato alla bellezza e al canto. La sua fama era così grande che fu deificato dai Greci e la tradizione, già riportata, vuole che la sua testa separata dal corpo, dispensasse oracoli a Lesbo e fosse portata fino al mare dalle donne di Tracia insieme alla sua lira, per essere infine sepolta dalle Muse, mutate nel loro nuovo stato e pentite del loro iniziale statuto di Ménadi. Prima, però, la sua lira fu appesa al tempio di Apollo, dove muoveva gli alberi e le foglie (come poeticamente ricorderà Quasimodo in Alle fronde dei salici), o, piuttosto, non era lo strumento a compiere il prodigio, bensì la residua presenza di Orfeo. Orfeo è dunque il cantore degli dèi e rinvia all’infanzia incontaminata dell’uomo. Tuttavia, la parte umana che è in lui, deve sostenere la catabasi, l’avvicinamento alla verità nella notte della coscienza infelice. La sua punizione da parte degli dèi, avverrà perché questi temono che possa rivelare il loro segreto, che la studiosa Li Vigni definisce «il vuoto silenzio della parola che non nomina, ma che è, che dà la vita, ma che pronunciata, conduce alla morte». Cosicché, nella complessità del suo mito, Orfeo è temuto da Dioniso, il dio dell’oscurità, che vede in lui colui che rinnega l’umano per ri-perdersi nell’armonia luminosa del divino (Apollo), tanto che ne decreta la morte straziante. La discesa nell’Ade porta Orfeo a rinnegare Dioniso per votarsi a Hélios, cioè Apollo e le Bessaridi, inviate da Dioniso, infuriato del tradimento, appunto, lo sbranano. Oltre ciò, è affascinante riflettere come Orfeo riveli segni delle lettere dopo averli appresi dalle Muse, come indica l’iscrizione sulla sua tomba, di cui parla W. Otto (riferito dalla sopraccitata Li Vigni). Su di Orfeo, inoltre, si accanisce la vendetta di Zeus, che lo considera doppiamente colpevole, da un lato di aver rubato, con il canto poetico, la fonte stessa dell’esistenza degli dèi, dall’altro, di aver insegnato agli uomini la Parola e di aver rivelato la forza vivente che è insita in essa, non soltanto estrinsecazione emotiva ma forma d’arte esaltata nella pronuncia orale. Egli cioè elabora una parola in quanto póiesis, un atto di creazione sacrilego perché rinnega la matrice divina, per divenire espressione di umana ricerca, pur non essendo lui né dio né uomo vero e proprio; è un’anima esiliata che, se può placare i mostri dell’Ade, non può sconfiggere i fantasmi della sua nuova coscienza. In realtà il suo mito è quello della genesi della poesia, che reca in sé questa perduta nostalgia del divino, di cui conserva la sua segreta essenza di preghiera, di poesia e di canto, insieme a un moto continuo di scissione e ricomposizione dell’Io, così come le sue membra dilaniate alludono ai laceramenti interni dell’artista.

E ancora il Flora, magistrale interprete del mito di Orfeo:

Orfeo doma finanche il cuore dei morti, ma quando si volge a guardare come persona che torna a vita l’ombra di Euridice, la vede dileguare. Il legame tra la morte e la vita è nell’urna vocale del canto, nella parola che evoca il passato vitale di ciò che è morto, ma non può risuscitare la stessa vita, giacché tutto perennemente trascorre. Nella sua divina irrealtà, la parola serba quel tanto di spirituale che era nella vita di chi è morto, le immagini e i pensieri, poeticità e logicità che non sono fatti privati e nelle quali si svolge il logos, lo Spirito, il soffio di Dio, per innumerevoli vite. Il mito di Orfeo è il mito del canto, e cioè del limite esatto e infinito cui tende la parola nella sua germinale poeticità […] e “orfico” chiameremo il perenne accrescimento che la poeticità umana fa delle poesie passate rivivendole. La poesia di Omero è cresciuta nel mondo per quanti nuovi poeti l’abbiano letta.

0103_orfeoLa nascita della poesia da un contesto di magia arcaica si rivela inoltre, proprio nel ruolo di Orfeo come sciamano eroicizzato, che vive l’esperienza patologica della follia (intesa come dono divino) e padroneggia le tecniche oniriche ed estatiche. È per questi motivi, che ho voluto riservare uno spazio così ampio, in questo saggio, al tema della magia e del mito, presupposti ineludibili del discorso poetico, elementi di un mondo complesso, sotteso alla creazione dei versi, che risentono di questa segreta fascinazione, dell’humus misterioso in cui si forma la parola svincolata da finalità pratiche, legata a una dimensione oracolare, in cui le stesse metafore scaturiscono da una sorta di attitudine vaticinante, e scandiscono un autentico scarto dalla realtà, non solo di tipo verbale. Dunque, Orfeo è una figura assai complessa, capace di viaggiare in altre dimensioni e di altre incredibili prodezze, come la bilocazione e la telepatia, cioè la trasmissione del pensiero, ma, al contempo, e ciò mi pare l’aspetto più significativo, inerente alla mia tesi di fondo sulla ricchezza magica della lingua poetica ellenica, egli rappresenta il cantore e il custode delle tradizioni religiose del suo popolo, colui che fa della parola un arcano incantesimo che ancora risuona in greco, ma anche nella poesia tutta, in quanto tale, a riprova di come il vissuto mitologico permei la lingua stessa e possa essere restituito solo nella viva voce nella quale era nato. Sempre nell’ambito dell’orfismo, vediamo anche la figura di Lino, uno dei figli delle Muse, che si racconta fosse stato il primo tra tutti i poeti a ricevere l’arte del canto e forse l’avesse insegnata addirittura a Orfeo. Spesso, inoltre, lo si considera figlio di Apollo, una sua rinascita umanizzata, come spesso accade con gli dèi nel mondo ellenico. La sua morte tragica, dovuta ad Apollo, in punizione della superbia poetica del mitico cantore, origina canti di lamentazione noti già a Omero, ma probabilmente anche a molti altri popoli dell’area mediterranea, tra i quali i Fenici, i Ciprioti e gli Egiziani, come riferisce Erodoto (2, 9). Il suo canto diventa tutt’uno con il compianto, tanto che, come ci dice Otto, «il suo nome nella forma composta con áı (αι), «piangi!», áılinon (αιλινον), «canto lugubre», è divenuto un grido comunemente usato per esprimere l’insorgere doloroso di angosciose cure, che giungono fino allo strazio del lamento», specie nella tragedia. Molto suggestiva mi appare anche la diversa ipotesi di R.B Onians, secondo cui tale grido non sarebbe da riferire al compianto per l’uomo Lino, bensì potesse essere usato anche per uomini con nomi diversi e proverrebbe dal semitico oy lanu, «miseri noi!». Il grido greco già presente in età omerica sarebbe línon (li¿non) con il significato iniziale di «il filo!», «ahimè, il filo!» come invocazione del fato, dello stame sul fuso delle Moire che segnano il destino umano. Una conferma di questo verrebbe, secondo Onians, dalla sua osservazione che questa invocazione caratterizza il canto dei filatori. E siamo sempre nella centralità della voce che sconfina oltre la scrittura e la traduzione! Tutte le figure di personaggi “magici” di cui si parla in questo saggio sono state citate appositamente per rafforzare i nessi tra la dimensione poetica, che nei Greci era particolarmente legata al mistero, e l’irrazionale, il prodigioso. Con Orfeo, va menzionato anche Museo, di Eleusi o trace, indicato come suo discepolo, che, se non era figlio di una Musa, sicuramente ne era un seguace, per giunta prediletto, in grado di comporre poesie oracolari, della cui autenticità però si dubita. Sarebbe stato lui a istituire i misteri Eleusini, o suo figlio Eumolpo, e su di lui circolava la leggenda che volasse nell’aria come taumaturgo, allo stesso modo di Abari. Senza dubbio, mi pare che tutte queste incursioni magiche siano state assorbite con naturalezza dal mondo ellenico, aperto a una visione della realtà complessa e anche contraddittoria, ma sicuramente profonda, e in perpetua ricerca delle enigmatiche radici dell’uomo. Una conseguenza è la penetrazione di tale substrato misterioso nel linguaggio poetico, che potenzia la suggestione del suo incanto. Orfeo rappresenta, nell’immaginario greco, il momento della sintesi tra i due mondi contrapposti e complementari di Apollo, il dio che possiede tutte le cose nel suo sguardo assoluto e Dioniso, che sente tutta la vita dentro di sé, ma pre-sente il destino, cioè la sua morte. Forse, proprio per questo, la follia misterica, consapevole di questa malinconica certezza, tende alla beatitudine compensativa, in un distacco però dalla vita, mentre la follia profetica apollinea porta all’esaltazione della mistica della conoscenza. In realtà, Orfeo usa l’espressione, le apparenze musicali e la parola di Apollo per esprimere la passione e il mistero di Dioniso. Tutto è alquanto ambiguo e multiforme anche in Apollo, se pensiamo all’arco come strumento di morte e alla lira come simbolo di resistenza vitale. Come sostiene Paolo Aldo Rossi, cui faccio, in parte, riferimento per le considerazioni precedenti, «il pensiero greco ha intuito che l’armonia si genera dalla lotta, l’ordine dal disordine». Con la cetra, Orfeo compone poesie che ammaliano uomo e animali, ma sono frutto di una pazzia indotta dal flauto di Dioniso, e diffonde per il cosmo, la ho-mónoia (w¸mo/noia), «il sapere insieme», grazie all’empatia di tutti gli elementi e il suo canto rappresenta l’intensificazione del linguaggio.

Gabriella Cinti

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2 commenti
  1. … infatti “il dilaniamento di Orfeo allude a questa duplicità interiore, all’anima del poeta, del sapiente, posseduta e straziata da due dèi. E come nel mito cretese (Teseo ed Arianna), anche qui Dioniso prevale su Apollo: la benignità musicale di Dioniso cede alla sua crudeltà di fondo… e in entrambi i casi la fine è tragica, per la donna e per il cantore…. la parola è il tramite: essa viene dall’esaltazione e dalla follia, è il punto in cui la misteriosa e distaccata sfera divina entra in comunicazione con quella umana, si manifesta nell’udibilità, in una condizione sensibile…”. Giorgio Galli, La nascita della filosofia

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