Angelo Zinna ” Un altro bicchiere di arak – In Iran attraverso la Via della Seta”, Villaggio Maori Edizioni

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Mi sono chiesto spesso come sarebbe l’Iran oggi, se non fosse la religione a gestire la politica. Quanta più libertà avrebbero gli iraniani? Quanta meno libertà avrebbero gli iraniani? Come sceglierebbero di mostrarsi le donne? Quante più persone sarebbero qui, con me, a visitare questo paese? Senza risposte, mi guardo intorno pensando a cosa è cambiato dalla rivoluzione, a qualefosse la situazione al tempo in cui lo Shah aveva lanciato il processo per “la grande civilizzazione”, il tentativo di far progredire l’Iran fino a competere con le potenze europee, per ricchezza, per innovazione, per qualità della vita, chiedendomi se avvicinare culturalmente l’Iran ai paesi occidentali sia veramente la soluzione. Certo, è la risposta ovvia: non appena vediamo uno stato che è rimasto indietro — in fatto di diritti umani, di situazione economica, di tecnologia — rispetto a noi, viene spontaneo indicare la nostra direzione come quella che, se non giusta, è almeno la migliore delle opzioni. Basta però girare le spalle nel tentativo di capire la storia, per  accorgersi che in Iran un’era generosa per il popolo non è ancora arrivata, con o senza Repubblica Islamica. L’Islam, rispetto alle altre grandi religioni del nostro tempo, è tra le più giovani. La sua diffusione è cominciata seicento anni dopo il cristianesimo e seppur da subito abbia fatto il suo ingresso in Persia, ha dovuto sovrapporsi a credo ben più radicati. È stato difficile per gli arabi del califfo Umar, uno dei più influenti dopo la morte di Maometto, trasmettere il verbo in Iran, che, nonostante fosse tutt’altro che unito, non sembrava avere alcuna intenzione di sottomettersi agli stranieri. Ciò che mancava in Iran era forse proprio quel senso di unità che l’Islam aveva donato agli arabi, quel collante che gli aveva dato la forza di credere di poter sconfiggere un impero potente come quello dei Sasanidi in Persia. In Iran la situazione a inizio Seicento non era ideale: l’impero dei Sasanidi, degli ariani (da cui deriva la parola stessa “Iran”), era riuscito nei quattro secoli di governo a espandersi e conquistare tutti i territori confinanti. Della “Nuova Persia” facevano parte Afghanistan, Turkmenistan, parti del Pakistan e perfino regioni della Turchia, oltre a Siria, Azerbaigian, Armenia e Georgia, tanto da essere considerato uno degli imperi più influenti del tempo in Asia Centrale, al pari dei Bizantini. Il confronto con i Bizantini era però durato più di un secolo, con i continui attacchi dall’una o dall’altra parte, alternati a promesse di pace che regolarmente venivano infrante, fino a quando, dopo un tentativo fallito dell’imperatore persiano Khosrau di abbattere i confini europei sul Bosforo, il contrattacco bizantino non poté essere più opposto. Era il 628 quando il nuovo imperatore  Sasanide, Kavadh II, figlio e assassino di Khosrau, firmò un armistizio accettando la propria impotenza e abbandonando le regioni occupate dell’ovest. La guerra civile, la perdita di territori, il governo instabile (nei quattro anni successivi salirono al trono cinque diversi re), aggiunti a un pesante sistema tassativo, avevano reso l’Iran un territorio debole, oltre che moralmente stremato. Al momento dell’invasione dei sunniti, lo Zoroastrismo era ancora il culto prevalente, ma buona parte dell’Oriente si era convertito al buddhismo e in altre zone comunità cristiane e ebraiche stavano crescendo. L’ingresso da parte degli arabi fu violento, complicato e sicuramente non ben voluto, ma al contempo non poteva esservi una situazione più favorevole perché questo accadesse, con un paese in cerca di cambiamento, una popolazione dubbiosa sulla propria identità e dagli ideali frammentati. I primi a convertirsi furono i nobili. L’aristocrazia persiana, a costo di non perdere la propria posizione, accettò la nuova fede come unica e sola, contribuendo così alla diffusione del credo. Le classi più basse della società, però, ebbero bisogno di secoli prima di essere convinte. Perché il Corano fosse tradotto in farsi furono necessari duecento anni, ma anche dopo questa operazione, volta a invitare tutti i cittadini in moschea, i musulmani non raggiungevano ancora la metà della popolazione. Il motivo era semplice: il carattere dei persiani, devoto alla resistenza, orgoglioso delle proprie origini, fiero della propria terra, non riusciva ad accettare di essere invaso, e quindi governato, da un gruppo di stranieri. L’Islam stava crescendo e i suoi concetti, vicini in molti aspetti a quelli di Zoroastro, stavano cominciando a essere capiti, ma questo non bastava a piegare i persiani, che in un governante cercavano un’identità. La prima grande conversione avvenne nei due secoli successivi, quando la prima dinastia sia indigena che musulmana prese il potere, da metà Ottocento in poi. Bernard Lewis, storico americano, ha detto al riguardo che «L’Iran è stato islamizzato, ma mai arabizzato». Con l’arrivo dell’undicesimo secolo, la quasi totalità della popolazione si era convertita. In Iran il movimento sciita non era mai riuscito a farsi valere fino al Sedicesimo secolo. Pur rappresentando una grande fetta della società fin dal primo periodo islamico, non era mai riuscito a scavalcare l’influenza sunnita degli arabi, rimanendo un credo popolare, una religione per gli oppressi. Non è stato però nessun episodio romantico, nessuna presa di posizione dal basso, a trasformare l’Iran nello stato sciita che è ancora oggi. Anche in questo caso, in questa seconda conversione, è stata necessaria la forza e la violenza per ottenere un cambiamento. Nel 1500 salì al trono lo Shah Ismail I, che dopo varie lotte interne aveva conquistato il potere, consegnando, di conseguenza, il trono alla dinastia dei Safavidi. Ismail era partito dall’odierno Azerbaigian, con la missione di conquistare l’intero territorio e sconfiggere le altre dinastie che cercavano di allargare la loro influenza. Partendo da una vittoria a Tabriz, continuò a spostarsi e battere i nuovi avversari, al punto di dichiarare sua la Persia e spaventare perfino l’impero Ottomano costretto a rivalutare l’entità della forza dei persiani. Ismail era un idealista, fedele al credo sciita e convinto di essere un discendente diretto di Maometto. Mentre parte della popolazione, in particolare i militanti sciiti Qizilbash delle regioni curde, vedeva in Ismail e nel suo impero la possibilità di affermare finalmente un’ideologia nativa, o quasi, del proprio paese e quindi recuperare l’orgoglio, la realtà è che per diffondere la nuova versione della religione lo Shah fu spietato, sopprimendo nel sangue ogni opposizione sunnita e obbligando l’intera nazione alla conversione. Ismail era arrivato lontano e si sentiva invincibile, al punto da convincere i suoi seguaci di possedere un grado di divinità e riuscire a unificare l’intera Persia placando leiniziative di riscatto delle aree tribali. […]

Angelo Zinna

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