Il minus habens e l’inutilità previdenziale nelle opere di Michail Bulgakov e Thomas Bernhard, di Michele Rossitti

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Piero Della Francesca, Flagellazione, 1453

La Flagellazione di Piero Della Francesca distingue nel pavimento a riquadri l’unicità del punto di fuga, cioè la proiezione del punto di vista sul quadro prospettico. È l’unica verità a conciliare gli studiosi che, altrimenti, nelle monografie intavolano accesi dibattiti sull’identità dei personaggi. Tre figuranti stanno fermi e congelati in disparte come le architetture che li ospitano. Fissare lo sguardo alla maniera di Pilato senza interferire la tortura e i silenzi gestuali dei convenuti, fonde dietro le quinte il teatro delle geometrie con la prosa di Michail Bulgakov e Thomas Bernhard.

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Michail Bulgakov, Kiev, 15 maggio 1891 – Mosca, 10 marzo 1940

Se Margherita e il Maestro raggiungono la pace, non vale invece per Pilato che il Maestro, da incompreso, mette in angoscia per l’impossibilità di proseguire il colloquio con Yešua perché “non ha detto tutto, quella volta”. Woland porta il Maestro di fronte a Pilato e gli concede di concludere “con una sola frase” il romanzo e di emancipare il suo Ponzio dalle turbe. Il Maestro pronuncia “Libero! libero! Egli ti aspetta!” e una comparsa imprecisabile sembra riscattarlo, così come il Maestro ha appena dimesso il protagonista frutto del suo ingegno.

Creatore e creatura penetrano dunque in un contesto di indefinibilità, sottratta alla contingenza del mondo artistico. L’identikit di Bulgakov scheda Yešua agnostico, un ebreo a caso della Palestina dominata. Pilato è ingegno sottile, avverte la dimensione mutualistica delle tesi del predicatore girovago che ha di fronte. Il procuratore esercita la carica e mantiene il comando per non sminuire la sua dipesa dalle insegne di Roma. Il consenso, pur sofferto, alla pena capitale nei confronti di un incensurato è la sua condanna, segno di vile prevaricazione. La peste degli scranni semina il dispiegamento e coltiva l’oppressione del potere. Il contrasto tra giudice e imputato su leggi immutabili è la taglia che la giurisprudenza impone ma lunare è pure l’utopia del regno cooperante senza lobby né magnati di Yešua. Si inserisce poi l’internamento del Maestro e la sintesi del manicomio, società a responsabilità limitata organica alle istituzioni. Il penitenziario, camuffamento per l’espiazione, è l’incubatore del “pianoforte di Bernhard”.

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Thomas Bernhard, Heerlen, 9 febbraio 1931 – Gmunden, 12 febbraio 1989

Nei paragrafi di Bulgakov, davanti al caos sociale, il reparto psichiatrico è il solo centro dove vige l’ordine e si ripara il capitolante che, staffetta di variante religiosa, associativa o politica impazzisce e sblocca la conformità dittatoriale, paladina di peculati e coercizioni. Ivan, poeta dissidente, nel lavaggio rieducativo disprezza le bugie e la sterilità dei suoi testi. Nella tastiera, Wertheimer di Der Untergeher o “Il soccombente” scopre un talento debole e sclera le velleità con derive dementi.
Le abiure estorte denunciano le livelle del pensiero unico scese dall’occhio indiscreto dello spionaggio, le agevolano strumenti subdoli e permettono di insediarle declinazioni elettive e plebiscitarie anche nell’istruzione. A tema, dai polsi extra continentali di Gould, le Variazioni Goldberg sono inni di conquista che armano le loro vettrici per schiavizzare Wertheimer e il compagno. L’olimpiade melodica è il fallimento di un fertile scambio fra colti, in potenza consensuali, che potrebbero parlarsi solo sulle arie musicali ma, nella performance, lo sciame delle note rompe il limite psicofisico dell’orecchio subsonico. Nel pianoforte, Bach esplode raptus tra la bravura del superdotato e l’intrappolamento che autonomo si annienta per continuare aspirazioni indolori all’insuccesso o per aver sentito il sapore nativo della sconfitta in casa. Nelle crisi, Wertheimer si imparenta all’indio di Mission quando spezza l’oboe del gesuita perché, pur sensibile alla monodia, sa quali insidie l’ancia nasconde. Se l’ipocrisia dell’erudito cede l’ultimo rigo al Maestro, l’esclamazione denuda il professor Woland cassiere di mazzette e congelatore logopedistico. Per Bernhard, lo studio si aliena modulazione a innesto perfetto nel precariato umano di Gould e fa intendere che i trampoli della follia van divelti e allungano radici troppo invasive per essere filosofeggiati in un libro. Il Maestro, Pilato, Yešua e in sintonia Glenn, Wertheimer, più l’ex concertista voce narrante sono i vandali del loro patrimonio sull’orlo di volerlo salvare; la postura scomoda, a processo concluso o vita archiviata, li incorona. La doppia triade dei campioni slogati e perturbanti nega Masoch al di sopra di violenze e estenuazioni. È una partita legittima anche contro sé stessi che non si restringe frustrazione o padronanza tecnica ma sotterra l’esistere nella lotta diseguale contro le sopraffazioni. Le sei costole di Bulgakov e Bernhard, straniere in patria, restano soliste dell’inadeguatezza su scala internazionale. Senza imputare il suicidio a improvvisi sconforti, la sovversione sismica di Bernhard sull’esistenza iscrive tre giovani pianisti a un corso di perfezionamento tenuto da Horowitz a Salisburgo. Due sono professionisti, i migliori al conservatorio, il terzo è Glenn Gould, solista canadese ritenuto dagli accademici il massimo interprete della disciplina. L’incontro con Glenn per loro è un macello: Wertheimer si suicida, il secondo lascia la musica e consegna il suo Steinway a una ragazzina svogliata, figlia di un insegnante mediocre.
Il dramma della genialità, sia per chi la detiene, sia per chi ne abusa serve a Bernhard a diluire la sua ossessione del monologo. La consapevolezza della distanza da Gould di entrambi i pianisti è monitorata da effetti collaterali, fino a sprofondarsi nella vacuità di un Alzheimer vitale, sedato invano da brevi convalescenze a base di Brahms o Mahler. Il pentimento abbuona le rivalità e giunge, abbastanza sereno, a sancire il bullismo del club ristretto, dove man forte spreme buccia. Dinanzi alla morte spontanea e precoce di Glenn, Bernhard alleggerisce la scena con garbo liberatorio: “Io Wertheimer l’ho sempre soltanto danneggiato, pensai e per tutta la vita non potrò togliermi dalla mente questo rimprovero che rivolgo a me stesso, pensai. Wertheimer era incapace di reggersi sulle proprie gambe, pensai. Pur essendo in molte cose più fine e sensibile di me, finiva sempre per armarsi, fu questo il suo errore più grande, di sentimenti sbagliati, insomma era un vero soccombente, pensai”.

Michele Rossitti

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