Anna Maria Canopi, “… ancora cantando”, Morcelliana Edizioni-2016, letto da Roberto Taioli

0zn5ppchiigm_s4-mbAnna Maria Canopi è badessa benedettina dell’Abbazia “Mater Ecclesiae” sito sulla splendida isola di San Giulio sul Lago d’Orta. E’ da tempo una delle figure di spicco del monachesimo femminile italiano, anche per la sua attività letteraria oltre che guida spirituale. L’ultima sua opera … ancora cantando si presenta come un ricco repertorio delle tematiche che animano la scrittrice. Il tema della preghiera innanzitutto, che non è mai richiesta, ma assume la funzione unitiva, consente all’umile e fragile viandante di connettersi con la grandezza di Dio. E’ la via dell’assimilazione che già percorse Ildegarda di Bingen, poetessa e mistica tra le più care alla Canopi. La preghiera è la via obbligata per entrare nel tempio di Dio e la poesia, per la Canopi, non si discosta dalla preghiera. Non a caso all’inizio della letteratura italiana troviamo il Cantico delle creature di San Francesco. La poesia dilata il cuore, anche quando esso è afflitto dalla più profonda mestizia. Così l’esordio della raccolta:

Non si prosciughi,
Signore,
nel lungo cammino
la mia vena sorgiva.

C’hio venga a Te
ancora cantando
con cuore di fanciulla
e lacrime
esposte al tuo bacio,
o Sole divino.

Ch’io venga Te,
sposa di vergine Amore,
di Te,
perdutamente
beatamente
innamorata per sempre!

In Anna Maria Canopi il passo della poesia è la contemplazione, la visione dalle strette strade dell’umano riguardo all’ampiezza del divino. L’uomo disarmato da se stesso, dalla propria filiautìa, si trova nudo e spoglio di fronte alla solitudine che lo circonda. L’approdo non è il congelamento della solitudine ma il lasciarsi andare, trascinare senza freni verso il mistero:

Nessuna parola
passi
attraverso la valle
del pianto.
nell’indicibile
pena dell’assenza,
soltanto un sussurro
del memore cuore
verso il passato
e sussulto di gioia
nella speranza
del futuro incontro
in piena
luce. Amen!

Il silenzio, condizione assoluta della contemplazione e della poesia, è la carne della poesia della Canopi. Esso è geografico, spaziale ma anche intimo, essenziale, simile alla Kenosi, allo svuotamento che abbiamo compiuto del mondano. Il silenzio è la fonte e al contempo la stoffa della poesia e della preghiera. Temi questi che ritroviamo in San Giovanni della Croce e in David Maria Turoldo che fu ospite del monastero benedettino:

Silenzio:
vergine grembo
della Parola,
respiro profondo
dell’Amore.
Presenza
che parla al cuore
senza parole.
Silenzio:
ineffabile canto
all’eterna Bellezza,
a Te, o Dio
alla cui presenza
solo il silenzio
è musica soave,
altissima lode.

Una teologia della bellezza si fa strada a tratti nei versi della Canopi, non apertamente declinata e teorizzata, ma liminale, sempre sulla soglia del dire. Il dire è infatti sfida alla bellezza, mezzo spesso inadeguato per coglierla al di fuori della contemplazione, come se si volesse strapparla alla propria ontologica essenza e fissità e tradurla in forme umane:

In cielo azzurro
stormi d’uccelli neri,
in terra
candore di neve.
Silente attesa
d’un vespero
che subito
trapassi la notte
e si rivesta
d’aurora.

E fu sera
e fu matina…
altro giorno.
sempre Tu crei,
Signore!

Ma è un Dio docile quello che gli occhi della Canopi incontrano e che non si ritrae, si nasconde e riappare nel seme di sé nel mondo:

Mi bastava un fiore
per ritrovare la gioia,
un fiore appena sbocciato:
miracolo della vita.
Ora non più.
il dolore del mondo
tutta mi penetra
mi avvolge,
smorza i colori,
oscura le ore del giorno.
Al mattino è già sera.

Mi bastava una stella
per ritrovare la gioia,
ora miliardi
non mi fanno trasalire…

Perché, mio Signore,
s’è fatto così buio?
Risplendi o mia Luce
agli occhi del mio cuore!

Scritta in un Venerdì Santo, il tono della poesia dopo una prima parte ricca di semplice felicità per la bellezza delle piccole cose in cui si prefigura la missione salvifica di Cristo, di colpo si fa cupa e tragica. La morte sembra prevalere e il male vincere sulla vita. Ma il buio è destinato a diradarsi perché il pellegrino non si fa impaurire. Un’altra certezza, quella della Luce, si fa strada nel cuore. Lo stesso tono in un rapido e scabro componimento, scritto con un ritmo sincopato, quasi febbrile:

Il dolore,
tutto il dolore
del mondo
mi preme sul cuore.
E faccio naufragio
in un mare
di lacrime.
Pietà, Signore!

Questa cognizione del dolore è ricorrente nei versi della Canopi che non lo cancella con fragili miti consolatori ; duro come la pietra, esso pare governare il mondo, tenerlo in pugno. La fede e le buone opere lo possono scalfire e polverizzare. Ma ci vuole pazienza, attesa, dedizione perché l’opera di Dio si compia.

Roberto Taioli

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