Cinque poesie di Sara D’Ippolito da “A luce accesa”, LietoColle

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Soliloquio

La malattia del patetico con se stessi
E quella del ridere ad ogni costo con gli altri
Macchiano le labbra e l’anima
E il volto si contorce sotto maschere di gesso
Troppo incrinate all’uso.
Sospesa a malapena sopra il mio tempo,
Mi chiudo a conversazioni sbiadite
E attendo solo
Il cielo le pietre le foglie
Dei mattutini di mezz’estate
Vergini di solitudini urbane
Arsure accennate d’un altro giorno vuoto d‟attesa
Su una panchina lasciata lì
Verde e polverosa, apposta per me.

E non è più il tempo della fede.

 

Ancora piove. Come al solito

Panciute risa di impiegati
In ritorno dal pranzo
Spezzano l’armonia liquida
Di un pomeriggio invernale
E quasi deragliano biciclette modeste
Per le barriere puntute di ombrelli
Che si rizzano come lance
Contro il grigio rovesciarsi
Del cielo sul manto stradale.

Nostalgia inquieta di gelati
Scompiglia l’armonia di verdi coppie
Ma il termometro sconsiglia
Aperte manifestazioni di tenerezza
Almeno fino all’inizio
Della prossima settimana.
Via di qui gabbiani ingrati!
Ci vedremo presto sui lidi dell’estate
Indifferenti ai nostri commiati.

 

Dell’oziare discreto

Quell’ectoplasma danzante
Che chiamo il mio essere
Sì è nascosto in un comodo spiraglio
Fra giaciglio e coperte
Nubi di parole mi offuscano gli occhi
– Della mente, di certo –
E resta solo il respiro
A osservare se stesso.

Mi lascio andare a una pausa del vivere
Quietati i poveri piedi
Nel loro rifugio di calzini lieti
Come adolescente che sogni
Concerti rock e fughe da casa.
Senza impegno e quasi senza conseguenze
Si dilapidano le energie oniriche
Viaggiando senza visto e passaporto
Sulle transiberiane dell’immaginazione.
Del resto oggi è troppo inverno
Per intraprendere qualcosa d’importante.

 

Ti dico ti amo perché questo è il mio lavoro

Ti dico “ti amo”
Perché questo è il mio lavoro
Rinnovare il cuore chiudendo gli occhi
Mentre attendo il momento di avanzare
Precisamente al centro del tuo petto
Sbaragliando implacabilmente
Il mio orgoglio e il tuo buon senso
Per ritrovarci nella camera alta
Del doloroso diletto
Dove fiorisce l’albero del desiderio
Di cui tasto le radici umide e nascoste
Con la fermezza di un orologiaio
Che sa che il segreto del tempo
È nascosto nelle lancette
E lucidamente ebbra
Taccio con parole inaudite
Alla ricerca di un unico suono
Che ti squarci il buio sotto le palpebre
Per arrivare
– Comunque –
Alla fine.

 

Il filo del tempo

E davvero ogni respiro ha valore
E invero ogni vita ha un senso
Nel gioco di mani che si sono strette,
Nei ricordi tramandati dai racconti delle mamme,
In una lettera ingiallita,
In un libro finalmente aperto,
Negli sguardi degli sconosciuti
Che si incontrano oltre i confini del tempo,
Nelle colline che ricordano ogni passo,
Nei tramonti che hanno udito un pianto sommesso,
In un anello perduto in un fosso,
Nel belare indifeso d’un agnello:
Davvero ogni cosa è legata
E ogni vita ha il suo rifrangersi
Nel respiro quasi infinito del tempo
Fino a che si compia il giorno
E si concluda l’anno
E termini la strada
Che ci riconduce infine all’eterno.

Sara D’Ippolito

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