“Le pouvoir du bureau” di Corrado Calabrò

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LE POUVOIR DU BUREAU

«Per me si va nella città indolente,
per me si va nell’eterno sopore,
per me si va tra la seduta gente».

Queste parole di colore oscuro
vid’io scolpite al sommo d’una porta
per cui mi dissi: Il senso lor m’è duro.

Pure mi pare che, se intendo il vero,
è questo il sito e questo è l’alto varco
per il quale s’accede a un Ministero!

A mio favore inclinava la sorte
ché a sorvegliare la porta socchiusa
sedeva un tale tra il sonno e la morte.

Entrai in silenzio in un oscuro androne
e lì rimasi guardandomi intorno
poiché non c’era alcuna indicazione.

Pure venia nell’aere senza stelle
come l’eco attutita d’un frastuono:
voci alte e fioche, e suon di man con elle.

Colà rivolsi i miei esitanti passi
e, dopo aver girato per due volte,
io vidi alcuni procedere lassi

e lentamente dirigersi a un loco
donde altri ci venivano all’incontro
col capo basso e sostando ogni poco.

Ed io ch’avea d’error la testa cinta
rimuginando mi chiedea: Che odo?
e che gent’é che par nel cor sì vinta?

Ma d’improvviso mi giunse un chiarore
e, in uno scoppio di voci in tumulto,
acciottolio di tazze ed un odore

di frittelle, prosciutto, cappuccino.
Come la rena quando il turbo spira
ognuno io vidi spingere il vicino

ed accalcarsi in folla ad un bancone
tutti vociando, in quell’orribil coro
di color che han smarrito la ragione.

Mi ritrassi da quella congestione
e, vagolando, diressi i miei passi
alla ventura in altra direzione.

Finalmente trovai un ascensore:
entrai e spinsi il pulsante più alto
perché, in genere, in alto è il direttore.

Il piano mi sembrò disabitato:
alcune stanze, aperte, erano vuote
sì che temetti d’avere sbagliato.

Ma in una stanza appartata ed oscura
scorsi una dattilografa attempata
che puliva un gran mazzo di verdura.

Nell’altra appresso c’era uno seduto
a uno scrittoio ricolmo di carte
per cui dapprima non l’ebbi veduto.

Rimasi in piedi, in grande soggezione,
così aspettando ch’alzasse lo sguardo
per esporgli, a mio modo, la questione.

Trascorse – credo – quasi una mezz’ora
pria che l’austero sollevasse il capo
e s’accorgesse ch’ero lì ancora.

Raccolto allora a due mani il coraggio
gli dissi, come seppi, il mio bisogno
ed attesi il responso di quel saggio.

Ed elli a me, come persona accorta:
«Anch’io, da giovane, vissi nel mondo,
ivi conobbi gente d’ogni sorta

ed ebbi l’alma d’ogni affanno ingombra;
ma da gran tempo mi son dipartito,
questa, che vedi, è solo la mia ombra.

Qui dell’esterno rumore non s’ode
ed il vostro giudizio non ci tange,
per cui viviam senza infamia né lode.

Noi trasformiamo il presente in passato
sì che ogni azione eternamente duri.
Se vuoi, pertanto, che venga vagliato,

come conviensi, a lume d’intelletto,
fuor della contingenza e dell’inganno,
il tuo proposito ch’ora m’hai detto,

questo modulo devi compilare
in ogni parte e con grande attenzione.
Poscia non avrai altro che aspettare

che, emergendo pian piano dal profundo,
la tua domanda giunga a decisione:
quod in actis non est, non est in mundo!».

Corrado Calabrò

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2 commenti
  1. Questo attualissimo Canto calabròdantesco è la prova provata che le più antiche e inflessibili leggi metrico-rimiche non solo non costituiscono un impedimento ma possono contribuire in modo assai efficace a generare ancora ottima e intensa poesia. Poesia. Sbaglierebbe infatti chi dovesse leggere questi versi solo come una mera espressione di parodia o di satira, pur entrambe ovviamente presenti. Complimenti vivissimi quindi al poeta Corrado Calabrò.
    P.S.
    L’unica cosa meno convincente in tanto splendore linguistico nazionale è il titolo in lingua transalpina: meglio sarebbe stato, a mio parere, usare un emblematico verso del Canto: “Poscia non avrai altro che aspettare”.

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