“Abele” di Lucianna Argentino, letto da Francesco Aronne

abeleHo avuto già occasione di dire che, a volte, le ridotte dimensioni di un volume ingannano le aspettative del lettore sul reale contenuto delle pagine. È quello che accade lasciandosi trasportare dalle righe del capolavoro, poiché di un capolavoro si tratta, di Lucianna Argentino, Abele. Ci troviamo tra le mani un libro che mi gronda emozioni e traslandomi in una nuvola di rimembranze intense, mi porta, nell’evoluzione del leggere, ad illudermi di non vedere mai finire le sue pagine. Sento ancora vive le parole di mia madre che diceva al figlio, a me, suo figlio, che non c’è dolore più grande, per una madre, che vedere il proprio figlio esanime e senza vita. Non i dolori del parto che si distillano come dolori del dono, dolori in cui la sofferenza si annulla nella nuova vita che accede alla luce del mondo, nella gioia per il dono di una vita, di ogni vita, al futuro dell’universo. Laceranti invece le dolenze della perdita. Eppure non riesco a vedere questo come conseguenza della evoluzione della specie, ma piuttosto mi ritorna come riproposizione, nel momento del distacco, dei morsi nella carne da cui proveniamo e di cui non ho memoria cosciente, che non ho mai conosciuto e che né potrò mai conoscere. Un’eco vibrazionale sembra occuparmi ripetendomi ossessivamente dentro: partorirai con dolore! Lucianna Argentino nella sua duplice veste di figlia e di mamma, come ci ricorda la dedica alla madre ed ai figli, riavvolge il nastro del tempo con inossidabile pazienza e delicata grazia fino alle origini del destino del mondo. Ci fa risalire vorticosamente portandoci a lambire le radici dell’angoscia fino ad incrociare l’imperscrutabile sguardo di Eva, la madre di tutte le madri, la primordiale madre del mondo. Una madre avvinghiata dalle spire del male che annullano tuttora le sembianze femminili del suo volto oscurandone ogni ipotesi immaginativa, ben oltre l’affliggente e osante raffigurazione del Masaccio. La colpa ancestrale e atavica di quella che ci hanno raccontato come la cacciata dalla Valle dell’Eden, nella materializzazione del castigo divino per la disubbidienza, nei versi di Lucianna Argentino si tinge di nuovi risvolti interpretativi che avviluppano l’intero luogo e le nebbie che lo avvolsero in quel tempo antico di lacerazione e sofferenza in cui la felicità fu inghiottita da bagliori di incompresa e ammaliante libertà. Una sorta di estasi meditativa in cui la pesante atmosfera del luogo si ammanta delle tenui ed edulcoranti tinte di una visione materna. Com’era il pianeta giardino nei frangenti post caduta? L’autrice ci conduce in un’atmosfera pregna della recente perdita del rapporto con Dio attraverso le parole di Abele che incalzano Eva. Parole che vogliono interpretare, quasi rincuorare la madre, nello spiegarle quanto accaduto. Non lascia indifferenti il graffio di quel “l’amore ha bisogno di un tirocinio terreno”.
E dalle righe emerge una nuova visione del mito del Paradiso perduto, nel dolore di Eva l’immagine di un Dio che abbandona l’Eden, il giardino incantato, lasciandolo privo della sua luce. “Non vi cacciò madre, il Dio andando via portò con se il giardino, ci lasciò liberi di piantare il nostro…”.

La Argentino ridisegna la mappa della creazione con la dolcezza e lucidità dei suoi versi, in un contesto di sofferenza, filtrandoli nel dialogo tra la madre e il figlio nell’inconsapevolezza consapevole di un atroce condiviso destino. La percezione di Adamo è relegata nel libro alla sua perdurante assenza. L’unica sua traccia è reperibile nella forma plurale nel dialogo che Abele usa, a tratti, rivolgendosi alla madre. Caino e Abele figli dello stesso ventre, il primo; figli dello stesso seme, il primo, incontaminato da radiazioni ionizzanti di campi elettromagnetici artificiali, da diossine e altre sostanze venefiche e mutagene, quindi senza alibi alcuno. La continuità della specie che viene trasmutata, ceduta dal fango alla carne. È il divino e punitivo (o premiale) potere che ci fu dato impastato di amore, violenza o indifferenza che conducono allo stesso logos. Dell’uno che cresce nell’altra, fino alla sua separazione, espulsione, auspicata chiusura di un transitorio. Passaggio obbligato in un tunnel di carne e materia, avvolto nell’amore e nel dolore, che rappresenta il viaggio più lungo, nell’itinerario più breve, che ogni essere umano è chiamato a percorrere per essere ammesso a vedere la luce del mondo. L’ineludibile prezzo della vita. Un percorso irreversibile che proviamo ostinatamente a ripercorrere, nella nostra natura maschile, all’incontrario, in quel sogno di illusione e ancestrale tentativo di fuga da ogni presente che finisce, da millenni, col continuare a garantire il rito che genera vita attraverso le sue malie. In ogni nascita ritorna il mito della cacciata da un paradiso incantato nella protezione che offre, il passaggio nel dolore verso il dono della libertà, la consapevolezza della responsabilità della sua custodia. Enorme è il potere di generare vita dato da un Padre misericordioso, o crudele, ad un Adamo impastato con fango vitale, dalla cui costola è stata generata una indispensabile Eva. Opzione alleggerita dallo sporcarsi le mani con il fango vitale ma che lascia intatta la possibilità di sporcarsi il cuore nell’accecamento del desiderio. La vorticosa rotazione di una antica trottola che da millenni ci ha portato qui. La Argentino, nell’inversione del verso di questo moto rotatorio ci fa attraversare le barriere dello spazio tempo conducendoci proprio nell’Eden, non quello della cacciata, ma in quello del lascito, quello in cui ad abbondonare è il Creatore, perturbato dalla disobbedienza nella scelta, avvilito o deluso dal risultato della sua immagine nata imperfetta. L’Altissimo si sposta in un punto imprecisato del suo cosmo, nel ruolo di regista e osservatore. Tornerà dopo secoli di incomprensioni, castighi e diluvi, ostinato, per provare ancora a redimere l’umanità ribelle. Chiamerà ed immolerà suo Figlio, Lui che aveva fermato la mano di Abramo armata di coltello. Quel figlio ambasciatore di redenzione viene inviato nel covo delle belve, con sembianze terrene. Generato e non creato, della stessa sostanza del Padre, ma venuto e dato alla luce da una madre di questo mondo, Maria, figlia di Eva e portatrice della sua reiterata disperazione nella perdita del figlio, nel passaggio attraverso la cruna della immane afflizione, della sua lacerante pena. Il tempo ritorna nella sua spirale senza tempo. La chiave di lettura più probabile e originale dell’opera riguarda la poco esplorata visione del mondo attraverso gli occhi della vittima. Una voce che urla dal silenzio e nel silenzio, rotta in un pianto muto, soffocato dai clamori e dall’indifferenza dell’esistere, oggi incatenata dalla straripante tecnologia. Abele già nel suono del suo nome porta la chiave del suo destino, una sorta di vocazione al martirio che nulla ha a che vedere con l’aberrante significato attuale dato al termine in devastanti farneticazioni di aride teologie criminali. Assonanze con il verso dell’agnello, il belare, di quell’essere innocente il cui destino di vittima lo porta ad essere immolato da sempre sull’ara di un Dio vendicativo ed atavico la cui eco si rinnova tuttora, nella riproposizione di un tragico rito di sangue di cui abbiamo perso significato e memoria, per l’ingordigia di carnivori impenitenti. Sangue, sofferenza, dolore in un rapporto difficile tra l’uomo ed il suo Creatore di cui lo stesso Dio mostra pentimento ed intende affrancarsi con un gesto di misericordia che solo nel Divino può avere tanta forza. Mandando tra la più feroce delle sue creature l’agnello destinato alla sua redenzione, suo Figlio, in un passaggio che ancora una volta sarà contrassegnato dal sangue. Ed è ancora sangue dell’innocente o piuttosto non è il sangue sempre innocente? La parola data allo spasimo della vittima, mi apre davanti una voragine in cui sprofondo, quella del male che fa affogare nel dolore e nella sofferenza il mondo. Una impenetrabile e asfissiante nube venefica che resta tuttora un impervio bastione che impedisce di trovarne l’essenza, il bandolo. L’inaccessibile natura del male che può portare a smarrire, in questo contesto di incomprensione, la visione dello stesso Dio, altrove misericordioso. Un potente buco nero che arriva ad inghiottire ogni luce. Forse proprio qui la chiave di quel miseri figli di Eva che risuona nel vuoto di una difficile accettazione. Eva che è madre e donna ma anche figlia dolente di un Dio ormai lontano. Adamo amorfo ed etereo padre, come uno spettatore non protagonista vegeta distratto ed assente, ammaliato dai caleidoscopici bagliori delle spire del serpente, nel grigiore della rarefazione della luce. Caino ambasciatore del male, per molti figlio del serpente, che si consegna all’eternità in ogni manifestazione dell’esistere. Lui agricoltore che vede i suoi frutti rifiutati dall’Onnipotente che preferisce le bestie offerte in sacrificio da suo fratello Abele, incapace di dominare l’affiorare del male.

I versi dell’Argentino cercano, trovano ed offrono la chiave con cui aprire il mistero dell’Eden, dell’origine, implicito quello della fine che è un nuovo inizio. Si dà voce ad un’anima ondivaga ed errante in un Eden monco, appassito, mutilato dell’Altissimo irritato e allontanato dalla disubbidienza familiare, permaloso e stanco nella constatazione della imperfezione delle sue creature, non proprio rispondenti alla desiderata sua immagine e somiglianza. Fallace realizzazione di un sublime intento o nostra incapacità a decrittare il suo insondabile disegno? Consegna ad una madre del pesante fardello di un evento che la vede perdere in un unico tremendo istante i suoi due figli, la vittima e il suo carnefice?
Ed il superstite interrogato dal Signore fu contrassegnato da quel marchio che ricorderà a tutti quello che gli disse: «Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!».
E alla stirpe dei cainiti fu affidata la lavorazione dei metalli che, oltre che aratri, furono nei secoli taglienti lame, canne di fucili, ogive di bombe con cui nei secoli si è vergato col sangue l’alfabeto del male. Nelle parole di Abele la visione dell’abisso, la constatazione della recisione inattesa ed incompresa del legame fraterno: “Dov’è tuo fratello? La risposta di Caino – fu quella che mi uccise.”. Il lamento del dolore nel perché dell’assenza divina, con la carne lacerata dagli artigli del peccato figlio unigenito dell’infrazione delle leggi dell’Onnipotente trova stupefacente espressione nei versi di Lucianna Argentino. “Piangi madre dei viventi, piangi i tuoi figli, piangi il colpevole e piangi l’innocente”. Il soffio di Abele che si manifesta in ognuna delle cose e situazioni del mondo, invita la madre schiacciata dall’inconfessato rimorso, a ritrovarlo in ogni manifestazione del creato. Parole dell’autrice che si pongono in cristalli di uno struggente testamento.

Ora comprendo madre,
attraverso l’oscura chiarità della morte vedo
che all’origine è il dono, l’amore, non il peccato.
Il peccato è la disattenzione, l’indifferenza;
è perdere l’immagine e la somiglianza.
Il male è lo schianto tra il nome e la cosa.

Grazie all’autrice per averci accompagnato in questo fitto roveto di spine acuminate con la dolcezza dei suoi versi che risuonano come un lenente balsamo per le inevitabili iridescenti lacerazioni del pensiero e del cuore. Grazie a Lucianna per avermi condotto ad incontrare di nuovo mia madre in questa sua dimensione di assente presenza, a riviverne il vuoto carico dell’intriso memento, a percepire ancora intatta la sua rassicurante custodia, a vibrare ancora nell’avvolgente eco del suo timbro di voce. E mi ritrovo sulla sponda del tempo a nutrire, consapevole, l’umidità delle lacrime in uno struggente ricordo che mi arde in un fuoco vivo. E nella ricerca di un nuovo incontro brucio l’attesa nella sua assenza, alimentando una fiamma che mi accompagna a fare delle parole di Abele le mie…

Stammi accanto madre, stringimi le mani, raccontami ancora
Di quando è bello il mondo, di quanto bene è gravido
Dell’amore che lo fa degno, di noi – verità che impara a camminare-
Parlami madre che quando lo fai nei tuoi occhi guizzano i pesci,
ardono i fuochi del deserto, zampilla l’acqua delle sorgenti…

Francesco Aronne

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