Eugenio Scalfari, “L’allegria, il pianto, la vita”, Einaudi – 2015, letto da Dante Maffia

allegria-pianto-vita-250x405Chissà perché, leggendo questo libro, vedevo un Eugenio Scalfari simile al mister Kien dell’Auto da fe’ di Elias Canetti. Probabilmente nessuna attinenza reale, ma sono convinto che le percezioni del lettore c’entrino in qualche maniera con le opere. Non è casuale a questo proposito che Scalfari scriva a pagina 75: “…la vita altro non è che interpretazione e l’interpretazione è tua e soltanto tua”. Scaffali ricolmi di libri, alcuni dimenticati o lasciati a riposare in attesa di un curioso, altri vivi e palpitanti, pronti a colloquiare, soprattutto quelli di poesia che non amano le platee e attendono i complici e gli innamorati. I versi di Jean de la Fontaine, in frontespizio, sintetizzano l’argomento e la necessità dell’opera. Come sempre, Scalfari è di una chiarezza e limpidezza espressiva che sa dare alla parola la perfetta simmetria del sentire e del vissuto fuori dagli schemi, soprattutto letterari, che spesso hanno messo un velo d’ombra tra la pagina, la realtà e il sogno. Lui non carica le tinte, non le abbellisce, non le trucca in modo che prendano altra consistenza da quel che erano e sono, fa coincidere il fatto con la parola e di conseguenza le confessioni, tali sono e viene anche dichiarato, non risultano ricordi o sfoghi del proprio io, ma ragioni universali che appartengono a tutti noi. Le pagine di autobiografia a volte illuminano lo spaccato di una vita e danno utili chiavi di lettura, queste sono invece vere e proprie gocce di saggezza scaturite da un rapporto franco con se stesso, da un desiderio di verità e di conoscenza che io trovo assolutamente folgorante. In alcuni momenti si ha l’impressione, nonostante che si tratti di un preciso diario con date e nomi, che Scalfari non ci sia nelle pagine, ma ci siano i poeti e i filosofi da lui citati, i musicisti, i politici, gli amici, i parenti, gli avvenimenti di una storia che si è fatta Storia. E il tono narrativo è pacato, perfino didascalico quando elenca vicende, si sofferma sulle mode, sulla musica jazz, per esempio, o quando ripassa in rassegna volti, gesti, circostanze che sono stati i suoi compagni di viaggio. Dico ripassa perché a volte pare che egli sillabi ogni cosa assaporandone  il miele, l’allegria, il pianto, il passo dell’intera vita. Leggendo L’uomo che non credeva in Dio, Per l’alto mare aperto e Scuote l’anima mia Eros avevo avvertito l’amore e l’interesse di Eugenio Scalfari per la poesia e non nascondo di avere pensato che la profumata e intensa leggerezza della sua scrittura venisse da questo rapporto privilegiato con i poeti. In questo libro ne ho avuto la conferma: egli confessa i suoi amori, li tira fuori dallo scaffale e ce li propone con naturalezza, come a dire che senza poesia, cioè senza arte, la vita sarebbe appena un imbuto, come diceva un vecchio pastore calabrese suonatore di organetto. L’impressione più forte ricevuta dal libro è l’essere entrati nella vita di Scalfari con una certa confidenza, l’essere diventato suo amico in un salotto ideale privilegiato e di poter assistere al film della sua vita senza che sia trascurato il minimo avvenimento. C’è la madre e c’è il padre, le due mogli, Pannunzio, Bettiza, Armstrong, Berlinguer, il cinema, il teatro, Gassman, Mastroianni, la politica, la religione, i suoi idoli, le delusioni, le esaltazioni, i libri di storia, Machiavelli e Guicciardini, ma soprattutto i poeti, Manzoni, Leopardi, Pessoa, Rilke, Villon, Lorca, Shakespeare. Un album lucidissimo, non fortuitamente predisposto nella sua successione; non immagini occasionali, ma pietre miliari di un percorso etico che non ha temuto di corrompersi a contatto con il mondo e con le sue cadute a picco nell’indifferenza e nella dimenticanza. Un ritratto di se stesso che riflette la realtà di decenni di storia italiana e universale, realizzato in punta di penna, sapido di sale greco, evitando di restare staccato, anzi commuovendosi e commuovendoci.
Libri così sono vasi di un miele raro e preziosissimo che sciami di api hanno provveduto a riempire con pazienza certosina, con amore, con delicatezza, con quella verità che è la chiave di un rapporto di Eugenio Scalfari con il lettore fin da quando ha cominciato a scrivere.

Dante Maffia

 

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