Fernanda Romagnoli: la cicala che disobbedì ai grilli del focolare, di Michele Rossitti

220px-Fernanda_RomagnoliConquistare il vero in anima e corpo è il commiato di Una stagione all’inferno. Il richiamo a Rimbaud sottrae alle convenzionalità lessicali di un conflitto irrisolto la sostanza di una voce drammatica. Al consueto dissidio tradotto nel dialogo fitto di ansiose domande si alterna la dolorosa concentrazione sul reale, quasi a rintracciarvi al di fuori una provvisoria unità. Sarà possibile scoprire in fondo allo stremo l’energia riposta per convertirla raggio di medicamento che umanizza la materia e fa degli animali persone viventi capaci di esprimersi sconfinando?

Bruco

Tagliato in due col suo frutto
il bruco si torce, precipita
nel piatto, ove un attimo orrendo
sopravvive al suo lutto.
Coperto di bucce, sepolto
fra le dolcezze e gli aromi
che amava in vita, gli accendo
sulla catasta l’incenso
della mia sigaretta.
Morte pulita- ed in fretta.
Ma che ne so della via
che il bruco ha percorso in quell’unico
istante d’agonia.

“Donna astorica”, Fernanda Romagnoli si straccia di dosso l’etichetta grazie alla segreta passione di scrivere come Emily Dickinson, per certi aspetti claustrali a lei affine. Il suo è un fuoco celato, la non condivisione dell’esistere giornaliero nel suo apparente condividerlo, nel non rassegnarsi ad alcun compromesso con l’ideale. Un percorso ora e subito cancellato di stella cadente che sfuoca millimetrica quando la maratona è agli sgoccioli.

L’appello

Guardammo in giù.
Stava tranquillo il mare
nella piccola baia senza nome,
né fruste di correnti, né incalzare
di centrifughi venti.
Percorreva fondali trasparenti
il tempo, con impronte
l’una all’altra vicine.
L’immensità si restringeva al fiato
della baia minuscola, all’atollo
in nessun De Agostini segnato.
Pure tutto era al colmo, e non mancava
un atomo all’appello.

Fernanda appare predestinata dalla sua condizione famigliare fatta di eventi modesti ed è esclusa da un mondo letterario che pure sente di doverle appartenere ma senza affermarlo nemmeno a se stessa per orgogliosa inadeguatezza. Arduo è offrire la vocazione specie per una casalinga nell’ambito della tradizione piccolo borghese, conformista e costrittiva. Di tale malessere cronico, nelle pieghe sepolte di una condizione dove un’insicurezza molto antica e discriminatoria si somma alla necessità di affermare il messianico diritto della parità sessuale fino al suo rigoroso compimento, Romagnoli ne è vittima quotidiana. I forti accenti verso l’habitat dell’anima custodito nella salute precaria e ivi insidiato le consentono di raggiungere la serena eternità da piccolo classico.

Ad ignoto

Ad ignoto
A te, che non sospetti ch’io esista-
A te, cui resterò sempre nascosta-
dalla mia ultima boa,
già immersa in freddi sorsi di campana,
aspettando il linciaggio
d’azzurri squali
a faccia in giù nell’onda-
invio di me quest’unico messaggio:
Con tutto il nulla t’amo
che intercorse tra noi- tutto l’immenso
che poteva intercorrere! Ma c’era
un universo a mezzo!
A te, sull’altra sponda
ignaro, approderà col fiato mozzo
questo tremante ramo
di me, scampato al viaggio.

Nella dissociazione quanto nello scarto si recupera le tradizioni per piegarle, con il genio improprio che ha segnato Baudelaire e illuminato le estasi dei mistici, ad appassionarsi versi d’ore e morte. Non breviari femminili ma navigatori etici dove la femminilità è intercettata fino al diapason più acuto del delirio fattosi debolezza di colpe e rimorsi, quasi punito nella teatralità violenta di opportunismo fatale eppur fatato.

L’inquilina

Ah, ragazzo: la vita, e come s’abita,
e chi ne dà la chiave… Domandarlo
proprio a me! L’inquilina irregolare
mezza matta, che vive su in soffitta,
discorrendo col passero e col tarlo;
che il portinaio vigila, una sera
non scenda come nulla per le scale,
canticchiando: ma in fuga la tradisce
la valigetta- e il fitto da saldare.

Così liriche della porta accanto vengono incluse nella narrazione e “imprestate” al vivere prima di richiudersi o riaprirsi, geroglifici di un tono interiore che tace senza accettare e attende al varco. Proprio perché la vita non è sogno, Fernanda rispecchia le accensioni spirituali di una moglie e madre coraggiosamente impegnata a leggere in sé la propria verità scandita con assalto ordinato, provocazione ritmata a tamburo incluso che restituisce un polso biografico battente domande, esclamativi o definizioni perentorie nei confronti della relazione genitoriale e dell’incrinarsi dei rapporti coniugali.

Figlia

La mia giovane figlia, se la vita
la spaura nell’anima – che un posto
cercandosi, in nessuno si fa quieta-,
si stringe chiusa, dura,
come nelle sue ciglia
la margherita sotto il temporale.

Ieri sera era triste: e col suo male
s’aggruppava nel sonno. Ma il mattino,
dritta come una pianta,
spensierata, m’è presso il capezzale,
che con l’aroma del caffè mi canta
“sveglia”, col carillon del cucchiaino.

Fernanda Romagnoli è deceduta al Sant’Eugenio di Roma nel 1986 per i postumi di un’epatite contratta durante la guerra. La stampa ignorò la notizia della sua scomparsa nonostante negli anni 1943-1980 avesse pubblicato le sillogi a lungo meditate Capriccio, Berretto rosso, Il tredicesimo invitato e per lodarne la maturità dei contenuti si fossero spesi Bellezza, Sereni e Bertolucci. Si auspica (vista l’Italia dei mangiatori di loto) che, durante l’anno venturo, se vi sarà almeno un simposio per il centenario della nascita (1916) e il trentennale della morte ciò non resti un amen rauco che privilegia la quantità degli scritti a scapito di una sutura lirico-emotiva rea di affiorare solo in sussurro. Fievole per troppi ma piacevolmente assordante per cuori gentili.

Morte per api
(da una notizia di cronaca)

Ma io, passando d’estate
nel materno respiro d’un tramonto
fuori città- l’anima spalancata
nella sacralità di quel raggiante
disfacimento… Potevo immaginare
che un prato più splendente della bracia
mi alzasse contro un nuvolo di fiele.
Cadendo, non mi dolse
tanto il morire, quanto la ferocia
dei distillatori di miele.

                                                                                                                                        Michele Rossitti

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2 commenti
  1. Grazie davvero per questo ricordo commovente di F. Romagnoli. Spero che si apra la possibilità di parlarne più diffusamente, di studiarla come merita. Una donna splendida “della porta accanto”
    Io.
    “Quella donna dal viso indifeso
    -un poco sfiorita-
    che passa nello specchio
    in una scolorita veste rossa,
    senza fruscio, di fretta,
    rialzando sul capo i capelli
    con mano distratta:
    quella donna dall’animo dimessa
    dicono che sia io.

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