Pier Paolo Pasolini, una rosa del nostro tempo

PasoliniPier Paolo Pasolini nasce a Bologna il 5 marzo del 1922 da Carlo Pasolini, tenente di fanteria, e da Susanna Colussi, insegnante di Casarsa della Delizia in Friuli. Scrive le sue prime poesie a Sacile, dove frequenta le elementari. La carriera militare del padre obbliga la famiglia a frequenti spostamenti. Nel 1942 si trasferiscono a Casarsa. In quest’anno il giovane Pasolini pubblica a proprie spese le Poesie a Casarsa in dialetto friulano. Alla fine della guerra si laurea in lettere a Bologna con una tesi sul Pascoli. Tra il 1945 e il 1949 insegna nelle scuole medie a Valvasone, paese vicino a Casarsa. Il 1945 è anche la data della fondazione da parte di Pasolini e di giovani universitari friulani dell’ Academiuta de lenga furlana, un centro di studi filologici sulla lingua e la cultura friulane. Nel 1948 un ragazzo confessa al parroco di aver avuto rapporti con Pasolini e la vita dello scrittore cambia radicalmente. Con la madre si trasferisce a Roma, e vive, all’inizio, anni difficilissimi. Riesce ad avere un impiego come insegnante a Ciampino, e più tardi, grazie a Bassani, lavora a qualche sceneggiatura cinematografica. Nel 1954 esce la raccolta delle sue poesie friulane, col titolo “La meglio gioventù”. Nel 1955, insieme a Roversi, Romano’, Fortini, Leonetti, lavora alla rivista”Officina”. Nello stesso anno pubblica il suo primo romanzo “Ragazzi di vita”. Nel 1957 esce la raccolta delle liriche “Le ceneri di Gramsci” premiata al  Viareggio. Pasolini si conferma grande poeta nel tracciare la strada a una nuova poesia di impegno civile. Nel 1961 “La religione del mio tempo”, nel 1964 “Poesia in forma di rosa”, nel 1971 “Trasumanar e organizzar”. Nel 1959 pubblica il romanzo “Una vita violenta”. Agli inizi degli anni sessanta Pasolini scopre il cinema, mezzo espressivo adatto al suo bisogno di comunicazione visiva. Nel 1961 esce Accattone, nel ’62 Mamma Roma, ’62-’63 La ricotta,’64 Il vangelo secondo Matteo, ’66 Uccellacci Uccellini, ’69 Porcile, ’70 Medea, ’71 “Il Decameron”, nel ’75 esce la sua pellicola più controversa “Salò o le 120 giornate di Sodoma” ispirata all’omonima opera del marchese De Sade. Collabora con vari quotidiani tra i quali “Il Mondo” e il “Corriere della Sera”. “Le lettere luterane” raccolgono articoli e scritti di Pasolini su tali giornali. Pubblichiamo le ” Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia” apparse sul Corriere della Sera il 18 ottobre del 1975. Due settimane prima della tragica morte.


Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo

I vari casi di criminalità che riempiono apocalitticamente la cronaca dei giornali e la nostra coscienza abbastanza atterrita, non sono casi: sono, evidentemente, casi estremi di un modo di essere criminale diffuso e profondo: di massa. Infatti i criminali non sono solo i neofascisti. Ultimamente un episodio (il massacro di una ragazza al Circeo) ha improvvisamente alleggerito tutte le coscienze e fatto tirare un grande respiro di sollievo: perché i colpevoli del massacro erano appunto dei pariolini fascisti. Dunque c’era da rallegrarsi per due ragioni: 1) per la conferma del fatto che sono solo e sempre fascisti la colpa di tutto; 2) per la conferma del fatto che la colpa è solo e sempre dei borghesi privilegiati e corrotti. La gioia di sentirsi confermati in questo antico sentimento populista – e nella solidità dell’annessa configurazione morale – non è esplosa solo nei giornali comunisti, ma in tutta la stampa (che dopo il 15 giugno ha una gran paura di essere a meno appunto dei comunisti). In realtà la stampa borghese è stata letteralmente felice di poter colpevolizzare i delinquenti dei Parioli, perché, colpevolizzandoli tanto drammaticamente, li privilegiava (solo i drammi borghesi hanno vero valore e interesse) e nel tempo stesso poteva crogiolarsi nella vecchia idea che dei delitti proletari e sottoproletari è inutile occuparsi più che tanto, dato che è aprioristicamente assodato che proletari e sottoproletari sono delinquenti. Io penso dunque che anche il massacro del Circeo abbia scatenato in Italia la solita offensiva ondata di stupidità giornalistica. Infatti, ripeto, i criminali non sono affatto solo i neofascisti, ma sono anche allo stesso modo e con la stessa coscienza, i proletari o i sottoproletari, che magari hanno votato comunista il 15 giugno. Si pensi al delitto dei fratelli Carlino di Torpignattara, o all’aggressione di Cinecittà (un ragazzo percosso brutalmente e chiuso dentro il baule della macchina e la ragazza violentata e seviziata da sette giovani della periferia romana). Questi delinquenti “popolari” – e per ora mi riferisco, con precisione documentata, ai soli fratelli Carlino – godevano della stessa identica libertà condizionale che i delinquenti dei Parioli; godevano cioè della stessa impunità. E’ assurdo dunque accusare i giudici che hanno mandato in giro “a piede libero” i neofascisti se non si accusano nello stesso tempo e con la stessa fermezza i giudici che hanno mandato in giro “a piede libero” i fratelli Carlino (e altre migliaia di giovani delinquenti delle borgate romane). La realtà è la seguente: i casi estremi di criminalità derivano da un ambiente criminaloide di massa. Occorrono migliaia di casi come quelli della festicciola sadica del Circeo o di aggressività brutale per ragioni di traffico, perché si realizzino casi come quelli dei sadici pariolini o dei sadici di Torpingnattara. Quanto a me, lo dico ormai da qualche anno che l’universo popolare romano è universo “odioso”. Lo dico con scandalo dei benpensanti; e soprattutto con scandalo dei benpensanti che non credono di esserlo. E ne ho anche indicato le ragioni (perdita da parte di giovani del popolo dei propri valori morali, cioè della propria cultura particolaristica, coi suoi schemi di comportamento eccetera). E a proposito, poi, di un universo criminaloide come quello popolare romano bisognerà dire che non valgono le consuete attenuanti populistiche: è necessario munirsi della stessa rigidità puritana e punitiva che siamo soliti sfoggiare contro le manifestazioni criminaloide dell’infima borghesia neofascista. Infatti i giovani proletari e sottoproletari romani appartengono ormai totalmente all’universo piccolo borghese: il modello piccolo borghese è stato loro definitivamente imposto, una volta per sempre. E i loro modelli concreti sono proprio quei piccoli borghesi idioti e feroci che essi, ai bei tempi, hanno tanto e così spiritosamente disprezzato come ridicole e ripugnanti nullità. Non per niente i seviziatori sottoproletari della ragazza di Cinecittà, usando di lei come di una “cosa”, le dicevano: “Bada che ti facciamo quello che hanno fatto a Rosaria Lopez”. La mia esperienza privata, quotidiana, esistenziale – che oppongo ancora una volta all’offensiva astrattezza e approssimazione dei giornalisti e dei politici che non vivono queste cose – m’insegna che non c’è più alcuna differenza vera nell’atteggiamento verso il reale e nel conseguente comportamento tra i borghesi dei Parioli e i sottoproletari delle borgate. La stessa enigmatica faccia sorridente e livida indica la loro imponderabilità morale (il loro essere sospesi tra la perdita di vecchi valori e la mancata acquisizione di nuovi: la totale mancanza di ogni opinione sulla propria “funzione”). Un’altra cosa che l’esperienza diretta m’insegna è che questo è un fenomeno totalmente italiano. Fa parte del conformismo, peraltro antiquato, dell’informazione italiana il consolarsi col fatto che anche negli altri Paesi esiste il problema della criminalità: esso esiste, è vero: ma si pone in un mondo dove le istituzioni borghesi restano solide ed efficienti, e continuano a offrire dunque una contropartita. Che cos’è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall’ansia economica di esserlo? Che cos’è che ha trasformato le “masse” dei giovani in “masse” di criminaloidi? L’ho detto e ripetuto ormai decine di volte: una “seconda” rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la “prima”: il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo “reale”, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra male e bene. Donde l’ambiguità che caratterizza i criminali: e la loro ferocia, prodotta dall’assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c’è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c’è stata: la scelta dell’impietrimento, della mancanza di ogni pietà. Si lamenta in Italia la mancanza di una moderna efficienza poliziesca contro la delinquenza. Cioè che io soprattutto lamenterei è la mancanza di una coscienza informata di tutto questo, e la sopravvivenza di una retorica progressista che non ha più nulla a che fare con la realtà. Bisogna oggi essere progressisti in un altro mondo; inventare una nuova maniera di essere liberi, soprattutto nel giudicare, appunto, che ha scelto la fine della pietà. Bisogna ammettere una volta per sempre il fallimento della tolleranza. Che è stata, s’intende, una falsa tolleranza, ed è stata una delle cause più rilevanti nella degenerazione della masse dei giovani. Bisogna insomma comportarsi, nel giudicare, di conseguenza e non a priori (l’a priori progressista valido fino a una decina d’anni fa). Quali sono le mie due modeste proposte per eliminare la criminalità? Sono due proposte swiftiane, come la loro definizione umoristica non si cura minimamente di nascondere. 1) Abolire immediatamente la scuola media dell’obbligo. 2) Abolire immediatamente la televisione.Quanto agli insegnanti e agli impiegati della televisione possono anche non essere mangiati, come suggerirebbe Swift: ma semplicemente possono essere messi sotto cassa integrazione.  La scuola d’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori (cioè quando si invita adulatoriamente ad applicare la falsa democraticità dell’autogestione, del decentramento ecc.: tutto un imbroglio). Inoltre una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento: imparare un po’ di storia ha senso solo se si proietta nel futuro la possibilità di una reale cultura storica. Altrimenti, le nozioni marciscono: nascono morte, non avendo futuro, e la loro funzione dunque altro non è che creare, col loro insieme, un piccolo borghese schiavo al posto di un proletario o di un sottoproletario libero (cioè appartenente a un’altra cultura, che lo lascia vergine a capire eventualmente nuove cose reali, mentre è ben chiaro che chi ha fatto la scuola d’obbligo è prigioniero del proprio infimo cerchio di sapere, e si scandalizza di fronte ad ogni novità). Una buona quinta elementare basta oggi in Italia a un operaio e a suo figlio. Illuderlo di un avanzamento che è una degradazione è delittuoso: perché lo rende: primo, presuntuoso (a causa di quelle due miserabili cose che ha imparato); secondo (e spesso contemporaneamente), angosciamente frustrato, perché quelle due cose che ha imparato altro non gli procurano che la coscienza della propria ignoranza. Certo arrivare fino all’ottava classe anziché alla quinta, o meglio, arrivare alla quindicesima classe, sarebbe, per me, come per tutti, l’optimum, suppongo. Ma poiché oggi in Italia la scuola d’obbligo è esattamente come io l’ho descritta (e mi angoscia letteralmente l’idea che vi venga aggiunta una “educazione sessuale”, magari così come la intende lo stesso “Paese Sera”), è meglio abolirla in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo. (E’ questo il nodo della questione). Quanto alla televisione non voglio spendere ulteriori parole: cioè che ho detto a proposito della scuola d’obbligo va moltiplicato all’infinito, dato che si tratta non di un insegnamento, ma di un “esempio”: i “modelli” cioè, attraverso la televisione, non vengono parlati, ma rappresentati. E se i modelli son quelli, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? E’ stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo), concluso l’era della pietà, e iniziato l’era dell’edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore). Ora, ogni apertura a sinistra sia della scuola che della televisione non è servita a nulla: la scuola e il video sono autoritari perché statali, e lo Stato è la nuova produzione (produzione di umanità). Se dunque i progressisti hanno veramente a cuore la condizione antropologica di un popolo, si uniscano intrepidamente a pretendere l’immediata cessazione delle lezioni alla scuola d’obbligo e delle trasmissioni televisive. Non sarebbe nulla, ma sarebbe anche molto: un Quarticciolo senza abominevoli scuolette e abbandonato alle sue sere e alle sue notti, forse sarebbe aiutato a ritrovare un proprio modello di vita. Posteriore a quello di una volta, e anteriore rispetto a quello presente. Altrimenti tutto ciò che si dice sul decentramento è scioccamente aprioristico o in pura malafede. Quanto ai collegamenti informativi del Quarticciolo – come di qualsiasi altro “luogo culturale” – col resto del mondo, sarebbero sufficienti a garantirgli i giornali murali e “l’Unità”: e soprattutto il lavoro, che, in un simile contesto, assumerebbe naturalmente un altro senso, tenendo a unificare una buona volta, e per autodecisione, il tenore di vita con la vita.

Pier Paolo Pasolini

Corriere della Sera, 18 ottobre 1975

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3 commenti
  1. Ma non vi pare esagerato designare Pasolini come “rosa del nostro tempo”? Se con essa si vuole alludere al suo essere, per esempio, super partes e al suo giudicare persone e avvenimenti solo sulla base di criteri morali e civili, al di là di ideologie politiche e schieramenti partitici, ciò non era una sua qualità personale e inderogabile, ma la assumeva solo in casi specifici, senza farsi nessuno scrupolo di essere, in altri casi, tutto ciecamente internato in quella che era la sua ideologia inderogabile e prediletta, cioè quella della sinistra marxistica. La condotta moderata che assumeva in certi casi, non era tale da assumere un profumo di rosa così intenso da vincere quelli di tutte le rose possibili nel mondo: era una condotta non così diversa da quella di tanti altri individui di vita modesta, tra i quali oso inserirmi io stesso, che cerco di resistere – non so con quanto successo ogni volta – ad ogni tentazione di assolutismo ideologico che ottenebri la vista e cangi il nero in bianco e il bianco in nero; e non per questo che io, e chiunque altro come me, aspiri a far figura di rosa profumata sì da render l’aria deliziosa a papille olfattive, pur refrattarie e inattingibili che siano. E perché non nasca idea che lo scrivente dica ciò in quanto mosso da politica insofferenza o da istintuale antipatia verso il poeta di Casarsa, mi si consenta di metter qui una poesia, una fra tante altre che ha composto in sua lode, in occasione di giornate pasoliniane organizzate ogni anno dall’amica, poeta finissima lei stessa, Francesca Farina, che onoro e saluto.
    Ecco la poesia:

    IL CHIODO DIVELTO
    Ode a Pier Paolo Pasolini.

    Una sera piena di barlumi
    la vita con un Narciso spento
    da campane a martello e
    pioggia sui confini dei focolari.
    Là bisognava recarsi
    nascendo dall’odore di prati
    v’erano già alzate croci
    prima della preghiera a Cristo
    prima del riso del diavolo
    da portarne giovani corpi
    come un vento che muore
    in dolce volo per il piano
    dicendo signore siamo soli
    con questo dono, chiodo
    divelto dalla tua croce.
    Con l’acqua mossa nello specchio
    nessuno sa la sua faccia
    e va solo nei veleni
    mentre sua madre dorme
    fra le braccia del diavolo.
    Intanto erano lì a seccarsi
    come gramigna che non ricresce.
    Proviamo a farci Cristo, disse
    offrendosi al bambino tremante
    dalla faccia di bandito.

    Domenico Alvino
    Roma, 4 – 11 – 2003

    Apparsa su «Almanacco del Parnaso», 2006, 2, p. 19.

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