Alessandro Zaccuri, “Il signor figlio”, Mondadori, letto da Dante Maffia

signor_figlioSono sempre stato convinto che molta letteratura sia sempre nata dalla letteratura, ovviamente con l’apporto della esperienza personale degli autori che hanno saputo rimaneggiare i materiali e riportarli alla attualità del loro tempo. Chi storce il muso dinanzi alle ricostruzioni apocrife, chi fa lo scandalizzato quando affronta la lettura di un testo riguardante il passato, non dovrebbe nemmeno tenere in debita considerazione le biografie, perché comunque sono resoconto di vite, cioè  rivisitazioni di documenti. E Alessandro Zaccuri che cosa fa in questo intrigante romanzo se non darci il resoconto di una vita? Attinge a testi rari e spesso introvabili, manipola, ma non tanto, e rincorre un sogno, quello medesimo di Giacomo Leopardi al quale Recanati stava strettissima e che voleva abbandonare. S’imbarca a Napoli sull’Impavida ma il suo aspetto insospettisce… Insomma, una storia così bugiardamente vera da coinvolgere il lettore che resta attaccato alle pagine de Il signor figlio col fiato sospeso, curioso e fibrillante, fino alla conclusione. Evidente che un argomento così, come chiamarlo, elitario, non può interessare o affascinare i lettori di Liala o di Luciana Peverelli o di Moccia o Fabio Volo, Alessandro Zaccuri ci fa entrare in una dimensione culturale alta con costanti riferimenti a documenti che certificano la verisimiglianza degli eventi. Il Conte Rossi (Leopardi scegliendo un simile cognome per camuffarsi vuole simbolicamente cancellare tutto il peso del suo casato e soprattutto il peso di un padre padrone che lo ha asfissiato e forse reso gobbo e cieco per eccesso di studio) è raffigurato nella sua dimensione di erudito che riesce a creare attorno a sé un’aura misteriosa fin dall’inizio ed è per questo che ogni pagina del libro è calibrata come un gioco di scacchi o, se volete, come un incrociarsi di ipotesi  che alla fine danno il quadro di una civiltà e di una eredità culturale ed umana di immenso spessore. La penna di Zaccuri è affilata e seducente e proprio perché non trascura mai i particolari, non si distrae dall’assunto, non divaga rincorrendo gli effetti. Un solo passo per capire la pastosità del linguaggio: “Si fottessero i brogliacci medioevali, si strafottessero le memorie recanatesi da cui il signor padre maniacalmente spremeva dettagli inerti dell’inerte vita della provincia su cui i Leopardi dominavano, neanche quelle quattro case disposte ad arco sulla modesta altura del borgo potessero vantare la medesima nobiltà della rocca di Ilio. E imbecille pure lui, l’arcifottuto signor figlio, che a quei deliri aveva creduto fin da bambino. Anche se in effetti, a ripensarci ora, con il sole spento di Londra che tramontava sui tetti di Villiers Street…”. Zaccuri riesce a darci in poche righe il carattere di un borgo, quello di un padre, quello di un figlio, di una società arretrata, il senso di un sogno, la novità in cui è immerso Leopardi, lo strazio di un’utopia consumata maldestramente. Insomma, è narratore robusto, che sa perfino rendere narrativo l’enorme bagaglio della sua cultura, il vasto patrimonio di letture interminabili da cui estrae l’essenza e il ritmo romanzesco. Operazione per niente facile, riuscita a pochi, Carlo Cassola con Guttuso, Mario Tobino con Dante, Sebastiano Vassalli con Campana. Ma il libro di Alessandro Zaccuri è più spregiudicato e soprattutto più teso a cogliere non soltanto le veridicità poetica dei personaggi, che riescono a comunicare tra loro grazie a una miracolosa indagine delle generazioni a confronto. Zaccuri dimostra, tra l’altro, come  non basta l’impegno e lo “studio matto e disperato” a fare un poeta (vedi Monaldo) e come invece studio e impegno, uniti alla genialità, possano fare scaturire i versi eterni della Ginestra e delle Ricordanze. Un libro che non si dimentica, ricco, scritto con passione, con slancio, con la consapevolezza che la parola non è mai suono gratuito, ma sintesi di inquietudini, di storia e di sogno.

Dante Maffia

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1 commento
  1. Leggerò il libro, la presentazione di Dante Maffia mi ha stregato: “una storia così bugiardamente vera da coinvolgere il lettore che resta attaccato alle pagine de Il signor figlio col fiato sospeso, curioso e fibrillante, fino alla conclusione. .. lo strazio di un’utopia consumata maldestramente..”
    Ho rivisto ciò che Giacomo L. diceva(lettera al Giordani, del marzo 1817):
    “Di Recanati non mi parli. M’è tanto cara che mi somministrerebbe le belle idee per un trattato dell’Odio della patria, per la quale se Codro non fu timidus mori, io sarei timidissimus vivere.”..
    “La terra è piena di meraviglie, ed io in questa caverna vivrò e morrò dove sono nato?..L’unico divertimento in Recanati è lo studio: unico divertimento è quello che m’ammazza; tutto il resto è noia”. Come pure ne Le Ricordanze.
    Ma anche le parole di Monaldo sono fantastiche (Autobiografia di Monaldo Leopardi)
    “Negli anni della rivoluzione, quando i legami dell’ordine sociale erano tutti spezzati, e la plebe e i poveri sedotti dai nomi di libertà e di uguaglianza insorgevano contro i nobili e contro i ricchi, io ragazzo tutt’ora di vent’anni, mi cacciavo in mezzo al popolo sollevato, e gli levavo le armi, e gli imponevo di ritirarsi tranquillo ai suoi focolari …
    Il carattere è imperioso: “..La natura o l’abitudine di sovrastare mi è sempre rimasta, e mi adatto malissimo anzi non mi adatto in modo veruno alle seconde parti…Voglio essere docile, ma in sostanza tutto quello che mi ha avvicinato ha fatto sempre a modo mio, e quello che non si è fatto a modo mio mi è sembrato malfatto… L’esperienza di tutta la mia vita mi ha dimostrato sempre vero il detto, credo di Seneca, che non si dà ingegno grande senza la sua dose di pazzia e mi ha sorpreso il vedere che in qualche angoluccio delle menti più elevate si nascondevano incredibili puerilità….Sincero il desiderio di apprendere e studiare”
    “ Io nutrivo brama ardentissima di sapere…in verità sapevo niente ed anzi neppure come dovessi studiare per farmi dotto. ..Ho aperta infinità di libri, ho studiata infinità di cose… Quanto apparisce in me non è dottrina e letteratura, ma prudenza ed esperienza, buon senso, con qualche tintura apparente di scienze, perché alla fine a forza di leggere qualche cosa mi sarà rimasta nella mente.”
    “Sul cominciare del 1801 eressi in casa mia una Accademia Poetica, con buona grazia di quei molti i quali deridono questa sorte di istituzioni credo che io facessi una cosa molto utile alla nostra società. Queste accademie sono un piccolo Teatro in cui si può fare una qualche pompa di ingegno comodamente, e senza bisogno di grandi capitali scientifici, eccitano alcun principio di emulazione, accendono qualche desiderio di gloria, impongono l’amore per lo studio o per lo meno la necessità di simularlo, riuniscono la società, civilizzano i costumi, rendono familiari le frasi buone e le eleganze della lingua, e servono anche non di rado alla religione…insomma se le accademie non servono come scuola di ben poetare, mi pare che servano come scuola di ben vivere…La nuova accademia in pochi giorni trasse dalle ceneri la antichissima accademia dei Diseguali sorta nel 1400 ..e fiorì per tre o quattro anni, finchè ebbe sede in casa mia e io ne sostenni le spese e ne ebbi cura paterna.”

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