ANTON NIKE BERISHA, Il fulgore della bellezza – Riflessioni poetiche sull’arte della parola, Luigi Pellegrini Editore – 2014, letto da Dante Maffia

copertina-berisha-rIl problema della parola, inteso nella sue variazioni più straordinarie e più ambigue (parlo di ambiguità come somma di molte accensioni e di infiniti modi d’essere e di esistere),  mi ha sempre affascinato, tanto che durante le mie folli letture sono subito andato a caccia di testi, filosofici e poetici, che ne discutono, a cominciare da Aristotele e a finire a Quasimodo e ad Antonia Pozzi, la cui unica raccolta di versi s’intitola proprio Parole. Mi ero illuso, inizialmente, di poter capire in maniera definitiva il senso primo e ultimo della parola, la sua funzione fuori dalla quotidianità, il suo saper essere sintesi di meraviglie e di mondi spesso sommersi… Ahimé, le migliaia di pagine lette e conservate mi dicono soltanto che la parola è un’ombra dei mondi che si agitano nell’animo del poeta, specialmente se si tratta di un poeta come Anton Nike Berisha che, prima sfiorato dalla tentazione di teorizzarne la “funzione” e poi acceso dal canto, ci pone dentro “il fulgore della bellezza”, un poema scandito in quattordici tempi, più una postilla, in cui avviene una sorta di potente agnizione della parola da parte di un innamorato senza via d’uscita, da parte di un poeta che ha compreso la portata violenta e totalizzante dei segni che hanno cercato di dare al mondo la possibilità di crescere e di comprendere ciò che accadeva e accade. La reiterazione del riconoscimento della parola con l’insistenza dei “sei”, ripetuto circa cento cinquanta volte, mette il lettore nella condizione di seguire le metafore a cui il poeta ricorre per tentare di definire l’indefinibile. Così avviene uno scintillare di paragoni che però non esaudiscono l’idea e dunque si moltiplicano, s’intersecano, s’illuminano tra di loro incessantemente. Del resto, se si tratta di “fulgore” non può essere imbrigliato in nessun limite e può soltanto mandare segnali le cui percezioni sono possibili a patto che chi le riceve sappia entrare nel pulviscolo di una sensibilità acuta e priva di pregiudizi e di sovrastrutture. E Anton Nike Berisha ha sensibilità acuta ed è privo di pregiudizi e di sovrastrutture e perciò può, con canto pieno e con lirismo che prende le mosse dal mondo classico e dai maestri addirittura del sufismo, entrare nella tessitura di una orchestrazione vasta che porta a fermare almeno alcune delle tante nature della parola. Il poema è talmente denso, talmente acceso e ricco di indicazioni e approdi, anche se provvisori per loro natura, che verrebbe voglia di infittire di citazioni questa nota. Ma forse è meglio invitare il lettore a leggere interamente gli oltre cinquecento versi offerti con fermezza assoluta, scanditi come una sinfonia alta e solenne che non ammette la fuga, che “costringe” a fermarsi per meditare e godere, a svelarsi a se stessi. Infatti quando si legge, per fare soltanto pochi esempi, “Sei il disfacimento e il ripristino della realtà”, “Sei la prova dell’esistenza del silenzio”, “Sei la ricerca assidua della perfezione”, “Sei la fonte da cui scaturiscono le incognite”, ci rendiamo conto che Berisha affida la sua filosofia della vita all’avventura della parola e non per scaricarsi di responsabilità etica, ma per ripristinare, invece, una dialettica che certe finte avanguardie hanno distrutto con corti circuiti gratuiti, con sperimentazioni che hanno tolto alla parola il suo ruolo. Non serve scomodare la Bibbia, né la dialettica di Sartre, che all’argomento ha dedicato un intero volume, per convenire con il Poeta che perfino la ricostruzione del mondo, nei suoi principi e nei suoi fini, è affidata alla parola. Berisha avrebbe potuto benissimo dare mano a un trattatello filosofico e storico per dire e ribadire le medesime cose. Invece si serve della poesia. La ragione è evidente, egli non vuole imporre idee, né teorizzare, altrimenti sarebbe in contraddizione quando afferma ”Sei l’anima mistica di ogni creazione”. Libro con una tempra forte, con una sua identità marcata e scritto con l’immacolatezza di chi conosce il peso specifico d’ogni sillaba. Insomma, lo studioso, il narratore e il traduttore eccellente è anche poeta di valore capace di suscitare nel lettore sensazioni violente, attenzione sui valori eterni e sulla funzione della poesia. Questa consapevolezza di mezzi gli dà la possibilità di cogliere la filigrana dei processi che la parola dipana secolo dopo secolo e porge una lezione di stile davvero indimenticabile, si fa “luce accesa nel corso degli anni”, “linfa interminabile della sete”. Impeccabile la traduzione di Albana Alia.

Dante Maffia

 

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