Eugenio Scalfari, “L’uomo che non credeva in Dio”, Einaudi, letto da Dante Maffia

978880619419MED«Se è stata una vita piena, se hai potuto realizzare te stesso al meglio delle tue capacità, se hai conosciuto amore e dolore, se hai accettato i tuoi limiti ma hai utilizzato tutte le valenze vitali delle quali disponevi, se non hai prevaricato, se infine non sei stato avaro di te stesso; questo vuol dire aver fatto i conti con la morte».

Raro, molto raro che un giornalista riesca a realizzare scrittura narrativa restando fedele alla chiarezza e all’essenzialità e tuttavia portandola a esiti lontani dalla cronaca forse perché vicinissimi e veri. Eugenio Scalfari ci riesce, e non è la prima volta. Ma qui c’è la confessione diretta, una sorta di diario intimo che si fa pubblico per via del ruolo avuto dal protagonista, qui c’è l’educazione sentimentale ed è talmente veritiera che mi sono perfino meravigliato che tra le letture amate non appaia Flaubert. Sanremo, Milano, Vibo, Roma sono alcune delle tappe in cui vediamo arrivare Eugenio ed è con mano felice che il sentimento caldo di queste città viene colto e offerto come un dono dello spirito e della scoperta. Mi piace la “normalità” narrativa con cui l’autore tratteggia se stesso ragazzo e poi giovanotto. Niente sprechi di parole o di immagini, ma segnali di una condizione umana, direbbe Malraux, che ci danno la misura di un percorso esemplare e non per giochi fatti, ma per quella umanità che trabocca in ogni pagina sia che si tratti di luoghi e sia che si tratti di persone. Senza creare un medaglione, per esempio, Scalfari disegna un Italo Calvino molto vero, un clima fascista senza eccessi o sensi di colpa, una Calabria luminosa che ha una luce diversa di quella del resto del mondo e soprattutto un meraviglioso ritratto di madre. Certo, si dirà, è la sua vita, la conosce e ce la fa conoscere scegliendo tra gli avvenimenti che l’hanno costellata. Ma la bellezza del libro consiste nel fatto che l’io scalfariano si tramuta automaticamente in un noi che si fa voce di un’epoca e di tensioni culturali e sociali. La capacità di Scalfari nel sintetizzare il pensiero dei filosofi è a dire poco straordinaria, e ce lo espone come se stesse in quel medesimo istante scoprendo l’essenza del loro ragionare. Dunque infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia raccontate attraverso avvenimenti emblematici che fanno di questa sorta di confessione un vero e proprio romanzo, non il solito romanzo affastellato di intrecci che si moltiplicano e presentano la realtà nel suo svolgersi contorto o standardizzato, ma un romanzo in cui contano le tensioni umane prima ancora di quelle ideali e politiche. Ne fanno fede, per esempio, le pagine sulla musica: hanno qualcosa di magico, direi, come se l’autore avesse preso le mosse del suo ragionare ogni volta dalle note sublimi dei grandi musicisti; e ne fa fede la passione giornalistica, che ha qualcosa di predestinato, comunque di decisivo che al giovane Scalfari fa guardare la realtà fuori dalle regole in cui è stato educato. E poi quelle note finali sul nipote e sulla morte sono una orchestrazione poetica rigorosa e sublime insieme. Viene voglia di citare interi brani a dimostrazione di una scrittura che ha qualcosa di “umano troppo umano”, per ricordare uno degli autori a cui si fa costante riferimento. Ma credo che l’essenza di tutto il libro sia affidata all’argomentazione sottile che Scalfari ha sparso un po’ ovunque e che riguarda il senso. Da giovani non si può approdare a conclusioni come quelle che escono dalla lettura di queste indimenticabili pagine, il progetto sta al senso come un leone pronto a sbranare chi si oppone alla riuscita e alla sua realizzazione. Poi ci si accorge, ecco la saggezza concreta e liberatoria, che a contare è il viaggio, al di là delle mete. E il viaggio ha l’incanto dell’inconsapevolezza e del divenire, del fare che punta a essere uomini al di là di qualsiasi certezza. In questa direzione L’uomo che non credeva in Dio può essere letto perfino come una continuazione dei Pensieri di Pascal o come un volume ulteriore di Karl Kraus. Conoscere se stesso ha permesso a Eugenio Scalfari di diventare tramite di una verità conquistata con l’osservazione attenta e con lo studio e questa verità ha saputo consegnarla a pagine assolutamente grondanti di quell’umore che nasce se si ha la capacità di considerare gli altri, se l’io, come ci ricorda discettando sui filosofi, diventa, sa diventare noi.

Dante Maffia

 

 

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