Un nuovo umanesimo nel tempo del disamore, di Giovanni Pistoia

leonardo_da_vinci_uomo_vitruvianoLa cultura umanistica è l’ultimo baluardo, perché l’uomo non si sconfigga definitivamente a tutto vantaggio di gruppi oligarchici, che vogliono costruire non uomini ma soggetti-oggetti utili consumatori, e nulla più. Un mondo senza Dio e senza Dei, ma anche, e soprattutto, senza Ragione e senza Pensiero, uomini senza Uomo, solo consumatori di merci, possessori di denaro, e nulla più.

Un uomo che non abbia possibilità economiche, che non sia capace di consumare, non conta più, non serve, può anche morire, essere abbandonato. Può anche suicidarsi.  Non serve, perché non più attrezzato, non più strumento per la causa dello sviluppo della società tecnocratica, che non può, per vivere, sopravvivere ed espandersi, avere valori, se non l’unico grande valore, quello del denaro, unica divinità e ragione. L’economia non al servizio dell’uomo, ma l’uomo, o quel che ne resta, al servizio di nuovi totalitarismi.

La cultura umanistica come ultima diga, perché il cervello resti cervello, e non pattumiera di scelte, desideri, comandi altrui. Bisogna abbattere, quindi, deprivare dal suo potenziale pericoloso, la cultura umanistica, costi quel che costi. Per la società che si vuole edificare basta un pensiero debole, debolissimo, superficiale, acritico; un non-pensiero.

L’attacco alla cultura umanistica ritorna puntuale e prepotente in ogni epoca, in ogni momento: bisogna inventarsi un vento perché scardini, una volta e per sempre, quest’ultima difesa dell’uomo per l’uomo.

L’Europa che si voleva costruire, quella che molti, alle origini del suo sviluppo storico, pensavano, era l’Europa delle culture e dei popoli, portatrice di valori antichi e che fosse, contemporaneamente, la culla del nuovo uomo per un nuovo futuro, un modello ricco di umanità e sensibilità da anteporre all’uomo mercificato, ridotto a suddito, cliente, schiavo. Un’Europa valorizzatrice delle risorse umane nel rispetto del principio dell’eguaglianza delle opportunità con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita degli uomini e delle donne.

L’Europa che abbiamo davanti è altra cosa. E proprio da questa Europa parte, o riparte, il tentativo di una risoluzione finale: assestare il colpo decisivo, perché la nuova barbarie non abbia più freni.

Del resto era, forse, una reazione inevitabile: piegare quell’idea di Europa era indispensabile, perché l’ideale dell’uomo senza pensieri, possessore e consumatore di merci e ambizioni altrui, trionfasse definitivamente. Emblematico, in questo contesto, è il ruolo della Grecia: una regione stremata (e non solo la Grecia). E un’Europa senza la Grecia, per quello che rappresenta simbolicamente per la storia della civiltà, è altra cosa rispetto a quell’Europa sognata dai primi europeisti e da quanti, giovani allora, per quell’ideale hanno lavorato.

Si voleva una Comunità non meramente economica; si voleva una economia al servizio dell’uomo, perché meglio affrontasse il futuro, le sfide di un mondo sempre più piccolo. Una Comunità forte, soprattutto delle culture e delle tradizioni dei singoli popoli, per costruire una comunità di popoli e di persone, per sviluppare ulteriormente valori ed elementi di civiltà ben sedimentati nel corso dei secoli. Non si auspicava, di certo, la costituzione di una ristretta oligarchia finanziaria e burocratica, bene annidata, tra l’altro, in strutture privilegiate che sono uno scandalo quotidiano dinanzi a popoli che vivono enormi disagi, e non solo di ordine economico e occupazionale.

L’attacco alla cultura umanistica ritorna puntuale, perché la strada della disumanità proceda più speditamente. È necessario e urgente porre, con forza e passione, all’attenzione di tutti che è indispensabile un cambio di rotta, pena lo sfascio di quel vecchio sogno. Un’Europa diversa è possibile solo se si capovolge tutta l’attuale filosofia, se si opera per un’Europa che consideri l’uomo un soggetto a pieno titolo.

Un nuovo umanesimo? Certo, un nuovo umanesimo, indignazione e passione, sentimento e pensiero, perché l’uomo viva, e non diventi un soggetto solipsistico, un atomo di solitudine, un corpo senza’anima e senza dignità. Forse è necessario un nuovo linguaggio, un nuovo messaggio, forse sono essenziali nuovi strumenti, ma bisogna cercarli, provarci giorno dopo giorno, senza tentennamenti. I rischi, non bisogna mai stancarsi di ripeterlo, che i nostri cervelli vadano sempre più al macero, che siano sempre più ostaggio di input altrui, è reale e quotidiano. Si cerca di omologare tutto e tutti. E contro l’omologazione del pensiero, delle idee, delle coscienze, è necessario prestare la massima attenzione. Si vuole la fine del pensiero critico, imporre la teoria del non ascolto delle ragioni altrui, la morte del pensiero speculativo: per fare tutto ciò bisogna umiliare, denigrare, la cultura umanistica. La storia? Non serve. La Memoria? Non serve, anzi è dannosa. La storia dell’uomo attraverso l’Arte? Non è utile. La Letteratura? La Poesia? Cose del passato, per perditempi. La Filosofia? Quanto vale, in termini di utilità economica, un filosofo? Lasciamo perdere! Si dice che le ideologie siano morte, e in parte è vero, ma non è morta l’ideologia che vuole la scomparsa delle idee (lo so, è una contraddizione stridente, un paradosso, ma è così!). Impera l’ideologia tecnocratica fine a se stessa, un efficientismo avulso dall’uomo a vantaggio esclusivo di gruppi di potere. Si chiede all’uomo tutto, tranne che essere uomo. È come un progettista che studia la costruzione di una strada, ma non gli interessa sapere su quale terreno opererà. Il bagaglio culturale, educativo, civile di un uomo conta se funzionale a un disegno utilitaristico immediato; non è un caso che la Scuola è considerata un’Azienda, un’azienda che deve produrre uomini-merce, possibilmente nuovi analfabeti che non abbiano una mente autonoma. Una mente che possa riflettere, pensare, proporre, contrastare, dissentire. Necessitano, invece, uomini preparati per l’età della disumanizzazione, militanti acritici di altrui ideologie, pronti a nuovi massacri, se necessario, se essenziali per un nuovo ordine mondiale.

Eppure la cultura umanistica e quella tecnologica non sono, o non dovrebbero essere, in contrasto. “Solo una cattiva formazione umanistica ed una cattiva formazione scientifica sono in conflitto tra loro”, come scrive Bruno Snell, per il quale il rispetto dell’uomo è quel minimo di umanità che bisogna perseguire e per raggiungerlo non c’è bisogno di nessuna speciale attitudine, proprio perché insito nell’umanità dell’uomo (La scoperta dell’umanità, in La cultura greca e le origini del pensiero europeo, trad. it. Torino 1963). Eppure è proprio quel minimo di umanità, il rispetto dell’uomo, oggi è in serio pericolo.

Mi piace soffermarmi un attimo sul filologo tedesco, maestro del pensiero classico e fermo oppositore al nazismo. Nelle sue opere, scritte decenni fa, vi è tanto del dibattito odierno: peccato che la memoria è, ora, non tenuta in buona considerazione. Due testi scritti nel 1962, Gli antichi Greci e noi e Nove giorni di latino, sono un invito a considerare quanto sia necessario lo studio della cultura umanistica nel mondo moderno.

“Il decadimento dei valori -scrive la curatrice della traduzione italiana delle opere, Marilena Amerise- che è sempre più crescente ed evidente, e che produce un imbarbarimento della società, non è che una delle conseguenze del tracollo della cultura umanistica. Bruno Snell, da buon cultore dell’antico e promotore del rinnovamento, con giudizio equilibrato, richiama il valore espresso dalla cultura greco-romana su cui si fonda la civiltà occidentale e cristiana, un binomio storicamente stabile.

Ma non è pura retorica affermare che chi conosce la cultura classica conosce le radici dell’Europa e questo risulta in modo programmatico già nel titolo dell’opera, nel quale i due termini di riferimento sono “gli antichi Greci e “noi”. ( … ) Nelle opere qui presentate Snell pone ai lettori precise domande: la società odierna può rinunciare agli studia humanitas che promuovono la vita individuale e sociale? Può abdicare alle artes liberales che rendono gli uomini liberi? La scuola può ripudiare le proprie radici?”

Queste domande, poste oltre mezzo secolo fa, sono attualissime. La risposta che gli ideologi della tecnocrazia burocratica e finanziaria si danno è: sì, è possibile farne a meno. Bisogna farne a meno proprio perché su questi presupposti si regge l’uomo che cerca la libertà e vuole conservare e consolidare l’humanitas. La cultura umanistica permette il vizio della curiosità, l’ansia della ricerca della conoscenza di sé e del dialogo con altre culture e altre lingue, è ostacolo alla manipolazione culturale e intellettuale “e da forme di dominio sulle masse, in quanto cives pienamente consapevoli di se stessi”. E la storia insegna (ecco perché la storia è bene che non venga studiata!) che ogni volta che il pensiero è stato manipolato e l’umanità è venuta meno, le tragedie si sono abbattute copiose sulle popolazioni. Operare per il rilancio rinnovato della cultura umanistica significa anche e soprattutto avere come ideale una società futura che non sia dominata dalla feritas, dalla immanitas ma dalla concordia e dall’integritas.

Verso un nuovo umanesimo, dunque, certamente plurale, che salvaguardi le identità di ognuno, che rispetti e dia spessore al vissuto di popoli e tradizioni, che includa pensieri e culture diverse, che miri alla convergenza di valori per consolidare e accrescere la dignità e la civiltà delle donne, ancora vittime di una vergognosa subcultura maschilista, di bambini e uomini. Un nuovo umanesimo che trovi stimoli, pertanto, nella valorizzazione dell’essere umano e nel netto rifiuto di ogni forma di violenza psicologica, fisica, o comunque mascherata. Verso un nuovo umanesimo che sia forte nel sostenere l’uguaglianza di tutti gli esseri umani (sono molto forti i venti razzisti per le contrade dei continenti e della stessa Europa), che lotti per sconfiggere l’emarginazione sociale, che rigetti ogni forma di discriminazione, che ripudi e combatti ogni forma di schiavismo, sempre presente sotto varie forme, che operi per una vera, concreta e non ipocrita giustizia economica, senza la quale non può esservi dignità, libertà e pace duratura. Verso un nuovo umanesimo che faccia del rispetto della legalità, non una ipocrita sovrastruttura a difesa del potere costituito, la tutela dei deboli e degli onesti, contro ogni forma di illegalità criminale o istituzionale. Vi sono, pertanto, solide ragioni perché gli uomini di cultura, gli uomini sensibili, le parti più sane dei popoli del mondo e, in particolare dell’Europa, si impegnino perché un mondo diverso sia ancora possibile. Vi sono innumerevoli motivi perché la rassegnazione prenda il sopravvento (perché, è bene ribadirlo, l’Europa dei nostri giorni va in direzione opposta ai principi appena espressi) ma è proprio per questo che bisogna tenere viva la fiaccola della speranza che, comunque, deve avere gambe e idee per avanzare.

A conclusione di questo contributo mi pongo, e pongo, una domanda: può la poesia, oggi, rappresentare una voce forte per smuovere coscienze e dare anima ed emozioni a quanto di più bello ancora è nel cuore di uomini e donne? Può ancora interpretare la voce e l’ansia di chi, in Europa e nel Mondo, è sconfitto, umiliato, perdente, invisibile? Può essere valido strumento per la causa? Può essere utile alla società di oggi e di domani?

Per l’ideologia tecnocratica e falsamente moderna la risposta è facile: no. La poesia non è utile. Cosa ci guadagna l’uomo? Nulla. Questa riposta chiarisce che la poesia è, dunque, utile. Se la poesia non ha utilità sul piano economico-finanziario, se non risponde a criteri di efficienza utilitaristica e non è un dato statistico, una voce di bilancio, ebbene vuol dire che è utile per dare voce e urlo a sensibilità, emozioni, questioni esistenziali; è utile per tradurre in versi la sofferenza e indicare un cammino, un viaggio. Perché altrimenti uccidere i poeti? Perché aver paura della letteratura?

Perché i poeti nel tempo della povertà? Si domandava Hölderlin, così ripeteva Heidegger. Perché i poeti, oggi, in quest’epoca di crisi economica, di valori, di speranze? Perché proprio nelle epoche più difficili la poesia può far urlare i tanti silenzi. La poesia non è un toccasana, una medicina salvifica ma può essere, nella sua fragilità e inutilità, il canto robusto del silenzio degli inutili, di quanti resistono alla massificazione programmata, di quanti vogliono essere uomini, soggetti portatori di cultura, dignità, valori, idee, opinioni e, soprattutto, umanità e sensibilità, senza le quali l’uomo è altro, altra cosa. Una cosa, appunto.

Il poeta, che sa guardare oltre l’invisibile, non tace davanti al visibile, e la sua voce potrà essere inadeguata, fragile, votata alla sconfitta ma presenza viva, necessaria, perché la poesia appartiene all’uomo come l’uomo alla poesia e la poesia non si rassegnerà al disamore e alla disumanità: la poesia non abbandonerà mai l’uomo. Il giorno che avverrà vuol dire che l’uomo è morto, ormai prodotto, merce tra le merci sul bancone del mercato.

Giovanni Pistoia

Il testo compare in:

Il gatto di Schrödinger sonnecchia in Europa, a cura di Anna Manna Clementi, Aracne, Roma, maggio 2014

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1 commento
  1. Grazie, grazie di cuore. E forse c’è bisogno di esercitare una forma particolare di “eresia”: la gratuità; per esempio: studiare il greco antico perché è un atto gratuito, forse non utile e che fa “perdere tempo”, ma capace di dare accesso a universi di bellezza. So di apparire un ingenuo fuori tempo massimo, ma non me ne frega niente: la poesia deve percorrere anche questi sentieri di gratuità e di resistenza, di consapevole contrapposizione ad un’immagine dell’esistere assoggettato all’utile e al guadagno. Non era un poeta colui che si faceva beffe delle “magnifiche sorti e progressive”? Quanta felicità e liberazione ci stanno dando quelle stesse magnifiche sorti e progressive?

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