Una poesia di Primo Levi e intervista all’autore di Enzo Biagi

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Erano cento

Erano cento uomini in arme.
Quando il sole sorse nel cielo,
tutti fecero un passo avanti.
Ore passarono, senza suono:
le loro palpebre non battevano.
Quando suonarono le campane,
tutti si mossero un passo avanti.
Così passò il giorno, e fu sera,
ma quando fiorì in cielo la prima stella,
tutti insieme, fecero un passo avanti.
“Indietro, via di qui, fantasmi immondi:
Ritornate alla vostra vecchia notte”.
Ma nessuno rispose, e invece.
tutti in cerchio, fecero un passo avanti.

Primo Levi

biagi_enzo_giornalista_009_jpg_qivaNel 1963 Primo Levi con La tregua vince a Venezia la prima edizione del premio Campiello. Nel 1947 ha pubblicato Se questo è un uomo dove scrive della sua esperienza di deportato in un lager nazista e come è riuscito a sopravvivere. La tregua è il seguito, è il racconto del suo viaggio di ritorno da Auschwitz. Primo Levi, nato a Torino nel 1919, è stato partigiano nel Partito d’Azione con il quale ha operato in Val d’Aosta. Nel dicembre del ‘43, insieme a due compagni, viene preso dai fascisti. Prima lo deportano nel campo di concentramento di Fossoli a Carpi, poi, nel febbraio del ‘44, viene sbattuto dentro un vagone con destinazione Auschwitz. Qualche tempo dopo la vittoria al Campiello, era già uno scrittore di successo perché il suo primo libro Se questo è un uomo era stato ripubblicato, con grande successo, nel 1956 da Einaudi; lo incontrai e il suo racconto mi colpì molto.

«Levi, quando Mussolini entrò in guerra, lei come la prese?».

«Con un po’ di paura, ma senza rendermi conto, come del resto molti miei coetanei. Non avevamo una educazione politica. Il fascismo aveva funzionato soprattutto come anestetico, cioè privandoci della sensibilità. C’erano già le leggi razziali per noi ebrei, ma per me era cambiato abbastanza poco, perché gli ebrei che erano già iscritti all’università hanno avuto la possibilità di finire il corso. Così, nonostante le leggi razziali, ho potuto laurearmi. C’era la convinzione che la guerra l’Italia l’avrebbe vinta velocemente e in modo indolore. Ma quando abbiamo cominciato a vedere come erano messe le truppe che andavano al fronte occidentale, abbiamo capito che finiva male».

«Sapevate quello che stava accadendo allora in Germania?».

«Abbastanza poco, anche per la stupidità, che è intrinseca nell’uomo che è in pericolo. La maggior parte delle persone quando sono in pericolo, invece di provvedere, ignorano, chiudono gli occhi, come hanno fatto tanti ebrei italiani, nonostante certe notizie che arrivavano da studenti che erano profughi, che venivano dall’Ungheria, dalla Polonia, raccontavano cose spaventose. Era uscito allora un libro bianco, fatto dagli inglesi, girava clandestinamente, su cosa stava accadendo in Germania, sulle atrocità tedesche, lo tradussi io. Avevo vent’anni e pensavo che, quando si è in guerra, si è portati a ingigantire le atrocità dell’avversario. Ci siamo costruiti intorno una falsa difesa, abbiamo chiuso gli occhi e in tanti hanno pagato questo».

«Come ha vissuto quel tempo fino alla caduta del fascismo?».

«Abbastanza tranquillo, studiando, andando in montagna, avevo un vago presentimento che l’andare in montagna mi sarebbe servito. E stato un allenamento alla fatica, alla fame e al freddo».

«E quando è arrivato l’8 settembre?».

«Io stavo a Milano, lavoravo regolarmente per una ditta svizzera, ritornai a Torino e raggiunsi i miei che erano sfollati in collina per decidere il da farsi».

«Cosa fece?».

«Da sfollato diventai partigiano, poi fui arrestato».

«Lei è stato deportato perché era partigiano o perché era ebreo?».

«Mi hanno catturato perché ero partigiano, che fossi ebreo, stupidamente, l’ho detto io. Ma i fascisti che mi hanno catturato lo sospettavano già, perché qualcuno glielo aveva detto, nella valle ero abbastanza conosciuto. Mi hanno detto: “Se sei ebreo ti mandiamo a Carpi, se sei partigiano ti mettiamo al muro”. Decisi di dire che ero ebreo, comunque sarebbe venuto fuori lo stesso, avevo dei documenti falsi che erano mal fatti».

«Che cos’è un lager?».

«Lager in tedesco vuol dire almeno otto cose diverse, compresi i cuscinetti a sfera. Lager vuol dire giaciglio, vuol dire accampamento, vuol dire luogo in cui si riposa, vuol dire magazzino, ma nella terminologia attuale lager significa solo campo di concentramento, è il campo di distruzione».

«Lei ricorda il viaggio verso Auschwitz?».

«Lo ricordo come il momento peggiore. Ero in un vagone con cinquanta persone, c’erano anche bambini e un neonato che avrebbe dovuto prendere il latte, ma la madre non ne aveva più, perché non si poteva bere, non c’era acqua. Fu atroce. Abbiamo percepito la volontà precisa che volevano farci del male. Avrebbero potuto darci un po’ d’acqua, non gli costava niente. Questo non è accaduto per tutti i cinque giorni di viaggio. Era un atto persecutorio».

«Come ricorda la vita ad Auschwitz?».

«L’ho descritta in Se questo è un uomo. La notte, sotto i fari, era qualcosa di irreale. Era uno sbarco in un mondo imprevisto in cui tutti urlavano. I tedeschi creavano il fracasso a scopo intimidatorio. Questo l’ho capito dopo, serviva a far soffrire, a spaventare per troncare l’eventuale resistenza, anche quella passiva. Siamo stati privati di tutto, dei bagagli prima, degli abiti poi, delle famiglie subito».

«Esistono lager tedeschi e russi. C’è qualche differenza?».

«Per mia fortuna non ho visto i lager russi, se non in condizioni molto diverse, cioè in transito durante il viaggio di ritorno, che ho raccontato nel libro La tregua. Non posso fare un confronto. Ma per quello che ho letto non si possono lodare quelli russi: hanno avuto un numero di vittime paragonabile a quelle dei lager tedeschi, ma per conto mio una differenza c’era, ed è fondamentale: in quelli tedeschi si cercava la morte, era lo scopo principale, erano stati costruiti per sterminare un popolo, quelli russi sterminavano ugualmente ma lo scopo era diverso, era quello di stroncare una resistenza politica, un avversario politico».

«Che cosa l’ha aiutata a resistere nel campo di concentramento?».

«Principalmente la fortuna, non c’era una regola precisa, visibile, che faceva sopravvivere il più colto o il più ignorante, il più religioso o il più incredulo. Prima di tutto la fortuna, poi a molta distanza la salute e proseguendo ancora, la mia curiosità verso il mondo intero, che mi ha permesso di non cadere nell’atrofia, nell’indifferenza. Perdere l’interesse per il mondo era mortale, voleva dire cadere, voleva dire rassegnarsi alla morte».

«Come ha vissuto ad Auschwitz?».

«Ero nel campo centrale, quello più grande, eravamo in 10-12 mila prigionieri. Il campo era incorporato nell’industria chimica, per me è stato provvidenziale perché io sono laureato in chimica. Ero non Primo Levi ma il chimico n. 4517, questo mi ha permesso di lavorare negli ultimi due mesi, quelli più freddi, dentro un laboratorio. Questo mi ha aiutato a sopravvivere. C’erano due allarmi al giorno: quando suonava la prima sirena, dovevo portare tutta l’apparecchiatura in cantina, poi, quando suonava quella di cessato allarme, dovevo riportare di nuovo tutto su».

«Lei ha scritto che sopravvivevano più facilmente quelli che avevano fede…».

«Si, questa è una constatazione che ho fatto e che molti mi hanno confermato. Qualunque fede, fede religiosa, cattolica, ebraica o protestante, fede politica. E il percepire se stessi non più come individui ma come membri di un gruppo: “anche se muoio io qualcosa sopravvive e la mia sofferenza non è vana”. Io, questo fattore di sopravvivenza non lo avevo».

«È vero che cadevano più facilmente i più robusti?»

«E vero. E anche spiegabile fisiologicamente: un uomo di 40-45 chili mangia la metà di un uomo di 90, ha bisogno di metà calorie e siccome le calorie erano sempre quelle, ed erano molto poche, un uomo robusto rischiava di più la vita. Quando sono entrato nel lager pesavo 49 chili, ero molto magro, non ero malato. Molti contadini ebrei ungheresi erano dei colossi morivano di fame in sei o sette giorni».

«Che cosa mancava di più: la facoltà di decidere…».

«In primo luogo il cibo. Questa era l’ossessione di tutti. Quando uno aveva mangiato un pezzo di pane allora venivano a galla le altre mancanze, il freddo, la mancanza di contatti umani, la lontananza da casa. … ».

«La nostalgia, pesava di più?».

«Pesava soltanto quando i bisogni elementari erano soddisfatti. La nostalgia è un dolore umano, un dolore al di sopra della cintola, diciamo, che riguarda l’essere pensante, che gli animali non conoscono. La vita del lager era animalesca e le sofferenze che prevalevano erano quelle delle bestie. Poi venivamo picchiati, quasi tutti i giorni, a qualsiasi ora. Anche un asino soffre per le botte, per la fame, per il gelo e quando, nei rari momenti in cui capitava che le sofferenze primarie – accadeva molto di rado – erano per un momento soddisfatte, allora affiorava la nostalgia della famiglia perduta. La paura della morte era relegata in secondo ordine. Ho raccontato nei miei libri la storia di un compagno di prigionia condannato alla camera a gas. Sapeva che per usanza, a chi stava per morire, davano una seconda razione di zuppa, siccome avevano dimenticato di dargliela, ha protestato: ”Ma signor Capo baracca, io vado nella camera a gas quindi devo avere un’altra porzione di minestra”».

«Poi arrivarono i russi e fu la libertà. Come ricorda quel giorno?».

«Il giorno della liberazione non è stato un giorno lieto perché per noi è avvenuto in mezzo ai cadaveri. Per nostra fortuna i tedeschi erano scappati senza mitragliarci, come hanno fatto in altri lager. I sani sono stati rideportati. Da noi sono rimasti solo gli ammalati e io ero ammalato. Siamo stati abbandonati, per dieci giorni, a noi stessi, al gelo, abbiamo mangiato solo quelle poche patate che trovavamo in giro. Eravamo in ottocento, in quei dieci giorni seicento sono morti di fame e freddo, quindi i russi mi hanno trovato vivo in mezzo a tanti morti».

Tratto da:  L’Italia del ‘900 di Enzo Biagi (in collaborazione con Loris Mazzetti), Rizzoli, 2007. pp. 186-189. Volume 1960-1963

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