Elena Loewenthal, , “La vita è una prova d’orchestra”, Einaudi, letto da Dante Maffia

978880620250GRAMeno male che non soffro di patofobia altrimenti leggendo questo libro mi sarei suicidato o comunque sarei caduto in una fossa senza la possibilità di riemergere. Non è una boutade, questo romanzo è contundente, carico di verità assolute, di quella realtà ineludibile che ci azzanna a volte nel corso della vita e ci pone dentro le situazioni più aberranti, più umilianti, e ci butta dentro un dolore senza remissione. La conoscenza che Elena Loewenthal mostra degli ospedali, delle pratiche che vi si svolgono, delle malattie è qualcosa di straordinario. Racconta tutto con una naturalezza sbalorditiva, con un ritmo che diventa incalzante senza farcene accorgere e alla fine il lettore è schiacciato, desidera fuggire lontano dalle pagine, nascondersi ai virus, alle infezioni, ai bacilli, ai camici bianchi o di qualsiasi altro colore. Ma, sensazioni a parte, percezioni personali a parte, La vita è una prova d’orchestra è un’opera di grandissimo rilievo per la maestria con cui è condotta, per la qualità del linguaggio, per la meticolosità delle informazioni scientifiche che non restano, nella penna della scrittrice, pura e semplice informazione, ma si fanno dato narrativo. Ciò è potuto accadere con questa semplicità e questa verità perché la scrittrice prima di porre mano al romanzo ha fatto esperienza, lo racconta lei stessa, in alcuni ospedali, come volontaria. Così ha potuto rendersi conto di come sono effettivamente le cose, di come si svolgono le giornate, di come il tempo assume altra dimensione. Leggendo il libro mi è venuto spontaneo sottolineare molte frasi che racchiudono il senso di vite che per anni e anni sono sbattute da un letto all’altro, da un’analisi all’altra, da una attesa all’altra. La bravura di Elena è quella di avere saputo immedesimarsi, di essere diventata di volta in volta “quell’ammalato”, “quell’ammalata”, “quella malattia” enumerandone le sintomatologie, i processi, le attese, le speranze, le guarigioni, le assuefazioni.  E’ la storia di un mondo da cui di solito si fugge lontano, che si nasconde e non ci si vuole avere a che fare durante la corsa sfrenata che il nostro tempo ci impone. Ma basta che la ruota si fermi, che s’incagli un piccolo bullone e tutto muta, tutto assume un colore acido. Ecco, Elena sta da questa parte e dall’altra ed è come se ci invitasse a fare altrettanto per renderci conto che la malattia fa parte della vita, non è un corpo estraneo e in fondo tocca tutti, prima o poi. Non è meglio prenderne atto? Ci sono dei capitolo addirittura letterariamente superbi, per fare un solo esempio, Ammalarsi di vecchiaie, in cui possiamo sentire il palpito del cuore della scrittrice, la sua umanità che tuttavia non si sfilaccia mai, ma resta attenta e partecipe, viva e palpitante e pronta a soccorrere. Questo libro è una grande lezione e andrebbe fatto conoscere a tutti, portato nelle scuole in modo che gli studenti, crescendo, qualche volta abbiano la possibilità, non dico la voglia, di restare affacciati a quella finestra d’ospedale da cui si possono vedere tante cose, e possano rendersi conto che le azioni quotidiane, quelle semplici, quelle usuali sono un dono meraviglioso da conservare e da difendere. Dimenticavo di dire che la Loewenthal non trascura neanche il mondo della burocrazia medica, degli uffici farraginosi, delle lungaggini delle pratiche. Insomma, un vademecum che ci porta dentro i segreti di una “inciviltà” che non viene ancora corretta e quindi non sarebbe male che oltre agli studenti il libro fosse letto anche dai politici. E’ facile da comprendere, la scrittrice non arzigogola, non se ne va per i campi e non è mai oscura o ornativa. Ogni cosa è detta con quella verità di accento che rende la parola densa e accattivante, nonostante il mondo di cui parla.

Dante Maffia

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