“Ai bordi di un quadrato senza lati” di Marco Onofrio, Marco Saya Edizioni – 2015, letto da Delfina Ducci

copertina MARCO ONOFRIO

LA BESTIA

Le trombe spalancavano la luce
tagliando vasti cerchi di silenzio
il veleggiare ai falchi in alto fumo.
Formicolava l’aria degli scavi:
io scorsi in fondo al cielo le visioni
trascorrere nel vuoto universale
le ali remiganti, i folti stormi
passare ombre nere e poi cadere
tra gli ominosi gesti, i sortilegi
e il lembo sconfinato del sentore
non si lasciava intendere o afferrare
la preveggenza acuta e illuminante
indizi come più nefasti segni:
allora che più ardente la potenza
il palpitare ignoto della vita
la brace agli occhi accesi e roteanti
sputava dalla lingua biforcuta
apriva a forza varchi dentro muri
spallava monti, abbatteva ponti
seccava fumigando i gialli fiumi
e poi, scoccando le saette dai suoi archi
mieteva a frotte martiri innocenti
come le spighe verdi in mezzo ai campi:
e fece tenebra di notte a mezzogiorno
e il mondo più non vide cosa alcuna
e da se stesso ovunque il suo contorno
sparì nel lato opposto della luna.

Cercammo Dio: non c’era.
La bestia ci sorprese tutti quanti.
Di tante anime ritornò nessuna.

LA SCROFA

La morte ci tiene nel suo grembo
ci culla, madre della bocca
che usiamo per mangiare
baciare, parlare, vivere
del cielo che racchiude il nostro corpo:
la soglia da cui esce lo spirito, nel mondo
ed entra il vuoto dell’immensità
lungamente s’insinua, faticosamente
ovunque intorno a noi
è dentro noi. Soffia, mastica, grugnisce
ci impasta lentamente le budella.
È una scrofa che ci nutre
ci mangia, ci fotte, ci caca
ci semina, ci frutta, ci raccoglie.

Siamo i porci della morte:
rotoliamo nel fango
e mastichiamo i ruvidi diamanti
della sua beltà.
Ingrassiamo di dolore
per la baldoria guasta
di una festa grande
che verrà.

«Ascolta bene: è già con te, lì, qui.
Ti sta aspettando da una vita
oltre la porta del tuo ultimo respiro».

TUFFARSI

Basterebbe uno scatto di follia.
Una bestemmia di ribellione.
La forza di volerci come siamo
al di là di tutto.

Ogni accenno di ribellione
ci infervora a un dissenso
d’illusione, al fulgore inane
della vita, che cerchiamo vera.

Tuffarsi e via, lasciarsi andare
lungo il sottilissimo crinale
che separa l’ora dalla fine…

E il senso?

QUALE CENTRO

La verità? È una giostra di seggiole
che gira. Anche le seggiole possono
girare – magari in senso inverso,
contromano: così, poi,
vedi quello che tu lasci
andando avanti.
Alcune sono scomode e legnose;
altre ricoperte di velluto.
C’è qualche cavalluccio
dondolante. E si gira,
si gira tutto in tondo
per viaggiare – e il viaggio
è verso dove?
Non si esce da quel cerchio
a non finire.
E intorno a quale centro,
incontro a cosa?

CERTE LUCI

Che cosa c’è stasera nei tuoi occhi?

Hai lo sguardo strano, e acceso
delle bestie che annusano la morte.
Il battito ti ha, ormai, nella fiamma
terribile del tempo. Sei avvolta
dal futuro che ti fa carbone.
Niente ti potrà salvare.

«Certe luci» dicevi «sarebbe meglio
non spegnerle mai».

Ma tutto – ricordi? – era ancora possibile:
fino a ieri, non so perché è cambiato,
le cose si piegavano a qualunque
desiderio, in fluttuazioni
liquide, in carni tenere
come le onde che si sfasciano
nel mare. Poi, il culmine estatico
coi suoi picchi di magnificenza:
e lo splendore della tua presenza
ti ha portato via, nella fiamma
terribile del tempo. Cantava cantava
il giallo misterioso dei limoni
contro il cupo ardore delle arance
e intanto vedevi sorgere
da dentro, sotto il manto d’aria
il bianco incenerito sulle guance:
l’argento degli ulivi si spargeva
ovunque, diventavi lo sguardo
del vuoto. Ora lo senti il profumo
del tempo, il suono che dorme
sotto i grandi alberi? Brillano ancora
le strisce di sole nell’erba. La gioia
è tutta nel segreto dell’attimo
che accende l’ultimo fulgore
prima della tenebra finale.

Quando Marco Onofrio ti consegna un suo libro di poesie, non si può aprirlo subito. Bisogna concentrarsi sulla copertina, anticamera del messaggio poetico. Mai concepita con il fine di rendere “gradevole” l’impatto visivo. Lì è la chiave di lettura del testo. Stavolta il titolo è: Ai bordi di un quadrato senza lati (Marco Saya Editore, Milano, 2015, pp. 80, Euro 10). Immagine di copertina: un quadrato, al centro un buco nero con un cerchio bianco da cui si irradiano linee bianche e nere. Una figura che non ha contorni, non delineata: stimola suggestioni e fantasie. La materia che non subisce regolarizzazioni esprime informità e caos. Il quadrato senza recinto, senza punti di riferimento, senza punti cardinali non è più il simbolo pitagorico della giustizia, della legge come normatività interiore. Il quadrato, immagine della terra, in opposizione al cielo, rappresentato dal cerchio, diventa in Marco Onofrio il simbolo dell’universo creato (del cielo e della terra). Dall’occhio nero inzia l’itinerario della comunicazione. Il processo comunicativo naviga verso rotte infinite. Non trova opposizione, non si arresta al terrestre, non stagna, non si solidifica. «L’immenso è troppo vasto / per farsi quietamente / una ragione». Dal centro nero, dall’occhio immobile, lo spirito si fa nomade, vaga oltre il limite, oltre l’idea stessa. Varca la soglia dello spazio sacro: «beati quelli che si accontentano / delle nuvole: io, per me, basto / alle stelle». Il termine bastare non è limite, è anelito dell’anima verso la luce, l’infinito. Le espressioni poetiche sono sempre intrise di sacro, anche quando la parola si sporca di fango. Entra ugualmente nel tempio. Brama la resurrezione: «Ecco l’aprile, che non allunga ponti / al tempo della dolce convulsione / e annoda i resoconti delle sere / sopra il viso: e la speranza / è disperazione». La speranza di superare la sua limitata umanità per entrare nell’immortalità diventa disperazione, se solo sfiorata dall’incertezza. Ritrovare se stesso succhiando nutrimento dal cordone ombelicale che lo collega all’universo, restare tenacemente attaccato al filo di lui bambino che lo unisce alla madre della vita, rimanda al burattino burlone tirato dai fili issati in cielo, che ingoia il suo Dio:

BURLA

«Portate il mimo dell’invisibile, subito:
che bruci ad ogni tuffo del suo cuore».

(Sussurro dalla tenebra infinita)
«… Se il mondo è una pupilla pitturata
l’occhio che lo vede, mio signore
è un battere di ciglia, un colpo, un velo.
Un buco che sfavilla e poi si chiude
all’orizzonte:
nell’azzurro».

«Chi parla?»

(Scalpiccio di passi approssimati)
«Eccomi, padrone. Sono qua.
Burattino ironico e sublime.
Buffo. A disposizione».

«Apre dai due lati il mio portone».

(Fattosi scoperto alla visione)
«La la la, lallalla…»

«Tu. Che cosa ti sostiene?»

«Mi arrangio. I miei fili
si perdono nel cielo…»

«Forza, dunque, fammi divertire».

«Ma certo, Sire!»

(…)

«Ebbene?»

(toltasi la maschera:
mostrato finalmente il volto fero)
«Vieni che ti mangio in un boccone»…

Onofrio insegue un simbolo antico di conciliazione con l’eternità:

MONTECRISTO

Ombrosa, isola isolata
incidi il tuo profilo nella luce
d’oro del crepuscolo tirreno
viola contro il fumo di laggiù
lontano, lontano, all’orizzonte
tricuspide, dentro il tuo mistero
impenetrato, chiusa Montecristo:
tu, fortezza di solitudine
immersa nel tuo tempo millenario
al di fuori del tempo
stai, protetta dalla Storia
nel silenzio dell’eternità.

Ma io ti ho visto, ti ho visto
un pomeriggio di cent’anni fa…

E ancora: «Volerai sul mare del sogno / verso il ciglio limpido di un’alba / che nasce dalla tenebra più nera (…) // Anima di fiamma salirai / di vuoto in vuoto, nell’eterno / essere increato / svanendo nel silenzio / finalmente libero / infinito». La libertà è approdo meritato per il povero ecceomo che attraversa i limiti della materia: «Riuscirò, un giorno / a volare in carne e ossa / senza ali? A tuffarmi / nell’immensità?» Solo agli spiriti eletti come Marco Onofrio è riservato il privilegio del “folle volo”, premio al suo coraggio di essere non “un” poeta ma “il” poeta in cerca della divinità. La fiducia che comunica Marco è la nostra grande speranza. Quest’opera non supera in importanza o in maturità versificatoria le sue precedenti sillogi, ma sicuramente è caratterizzata da una dolcezza nuova, per cui Achille tende a trasfigurarsi in Ulisse. Dalla collera e dal risentimento, al coraggio di essere creatura, coscienza. Lo sviluppo intellettuale di Onofrio si nutre di un persistente groviglio emotivo che conferisce a ciò che scrive quel suo tipico surplus d’urgenza e di energia. La sua originalità di espressione non sarà mai superata da mode improvvisate. La sua lirica è una finestra sul mondo. Vorrei rubare l’espressione di Nicola Crocetti, che di Pascoli disse “è un gigante!” Per girarla oggi a Marco Onofrio.

Delfina Ducci

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