Carlo Alianello, a cura di Giovanni Caserta

140px-Carlo_AlianelloNato a Roma il 20 marzo 1901 da famiglia lucana, originaria di Missanello, Carlo Alianello, professore di Liceo, poi ispettore presso il ministero della Pubblica istruzione, rivisita la Lucania-Basilicata attraverso i ricordi e la storia dei suoi avi: attraverso suo padre, ma, ancor di più, attraverso suo nonno, che fu ufficiale borbonico, quando il “legittimo” re Francesco II fu cacciato dalle truppe garibaldine delle Camicie Rosse, che tutto potevano dirsi fuor che un esercito regolare e legittimato. Non mancò, infatti, chi le giudicò bande di ladroni (che, certamente, non mancavano). Il nonno di Carlo Alianello, ufficiale fedele al suo Re borbonico, non volle mai arrendersi e sconfessare la sua fede e il giuramento di soldato. La storia, però, lo collocò dalla parte dei vinti e, quindi, secondo il pensiero di Carlo Alianello, dalla parte di coloro che hanno torto. Non contano, infatti, quando si è dalla parte dei vinti, gli ideali dell’onore, della coerenza e della fedeltà alla propria causa, ché, come per Dante, la colpa segue sempre “la parte offensa”. L’obiettivo storico-culturale-narrativo di Carlo Alianello, pertanto, spinto com’era da una motivazione tutta etica e morale, fu quello di condurre una coraggiosa e persino dissacrante rivisitazione della storia del Risorgimento che, per il Sud, significò, non la liberazione, come la retorica dei vincitori ha sempre proclamato, ma la tragica occupazione di un paese libero da parte di una potenza straniera. La tesi, molto discutibile, mentre anticipava, soprattutto con L’Alfiere (Torino, Einaudi, 1943, poi Osanna, Venosa, 2000), le note posizioni che sarebbero state del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, induceva, in modo affatto naturale, a posizioni strenuamente polemiche e a volte incautamente forzate. Ciò accadeva soprattutto nel saggio La conquista del Sud, (Milano, Rusconi, 1972), “summa” del pensiero storico-politico di Alianello, che, scritto negli ultimi anni, portava tutti i segni del risentimento e del rancore, tipico di chi, convinto di aver predicato la verità per tutta la vita, si sente relegato tra gli esclusi e gli emarginati, cioè, ancora una volta, tra i vinti. In quel saggio Alianello non era conservatore, ma arrabbiato reazionario, impegnato in una impossibile difesa totale, e quindi acritica, del borbonismo e, naturalmente, del brigantaggio. Per altro verso, però, essendo egli un cattolico, mentre dalla fede era indotto a concepire la letteratura come uno strumento di educazione, d’altra parte assumeva il distacco necessario a comprehendere, in un abbraccio “pietoso”, vincitori e vinti, in nome di un’umanità comune agli uni e agli altri, anche se, per ovvie ragioni, la sua simpatia era rivolta soprattutto a coloro che dalla storia, dalle armi e dai potenti, e quindi anche dalla storiografia ufficiale, ebbero torto. La fede religiosa, dunque, toglieva ad Alianello il sorriso distruttivo e nichilista che fu di Tomasi di Lampedusa, per il quale non esistevano vinti e vincitori, né esistevano ideali e idealisti, sognatori e utopisti. Carlo Alianello, in virtù della sua fede, si consolava pensando che per i vinti, condannati dalla giustizia umana, ci sarebbe stata, un giorno, una giustizia nell’altro mondo. Non per nulla i suoi “eroi” spesso chiudono la vita nella preghiera. In tal senso, egli sentì molto la lezione del Manzoni, che ebbe a modello di scrittore. Anche lui, infatti, a proprio genere letterario scelse il romanzo storico, sempre ampio, sempre documentato e sempre organizzato con puntigliosa cohaerentia in tutte le sue parti. Come Manzoni, cioè, anche Alianello fu un buon architetto della scrittura, spesso un po’ freddo, talvolta prolisso e sottile ragionatore. Quando però scese nel cuore dei suoi personaggi, a scandagliarne l’umanità, toccò momenti di alta intensità lirica. Lo si rileva in Soldati del Re (Milano, Mondatori, 1952, poi Osanna, Venosa, 1989), nel citato Alfiere, ma soprattutto nella Eredità della priora (Milano, Feltrinelli, 1963, poi Osanna, Venosa, 1993, con prefazione di Giovanni Caserta), tra i migliori che il Novecento abbia prodotto. Completamente deludente è invece L’inghippo (Milano, Rusconi, 1973), infelice fin nel titolo, perché vi trionfano un moralismo artefatto e la pregiudiziale politico-ideologica antirisorgimentale e antiliberale di cui si è detto. Altre opere degne di ricordo, in cui prevalente è il motivo religioso, sono: Maria e i fratelli (1955), Nascita di Eva (1966), Lo scrittore e la solitudine (1970). Alianello morì a Roma il 1° aprile 1981.

Giovanni Caserta

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