LA SETTIMANA DELL’AMORE (sesto giorno): poesie di Sergio Corazzini, Angela Greco, Michele Rossitti, Luigi Paraboschi, Roberto Taioli

Segantini_Amore_Fonte_Vita_blog

Giovanni Segantini, L’amore alla fonte della vita, 1896

 

UN BACIO

Oh, un bacio, un bacio lieve
su la tua bocca rossa,
un bacio breve, breve
piccolo, senza scossa.

Senza che il core possa
tremar… no, non lo deve
non vo’ che tu per l’ossa
senta un brivido lieve…

che faccia il volto esangue…
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Oh un bacio di morente
sulla bocca, permetti?

Su quella bocca ardente
che pare un fior di sangue
trionfante fra i mughetti!

Sergio Corazzini

 

AVREMO UN TEMPO DA CONDIVIDERE

avremo un tempo da condividere
preciso sul rigo di siepe odorosa di bianco
dove posare il gomito al primo caffè
che albeggia tra le nostre case senza chiavi
sparse di sole in questo campo di oggi
raccoglieremo sorrisi alla rosa lasciando spine
più lontano sul dito rosso ad indicarci presente
quella goccia di noi sussurra rugiada
che a percorrerci stelo ci chiama giardino
– sì, lo siamo –
arati di solchi dove scoprirci terra
bruna di silenzi in attesa di maggio
soltanto allora germoglierai battito
al centro di un ritorno
e nessuna attinenza con tutto il resto da qui
ma forse è proprio così l’amore ed io
volevo soltanto farti un regalo in inverno

Angela Greco

 

ALGORITMO

Levàti sciarpa e giubbotto per metter fifa a San Valentino
una spinta sloga bugie sdraiate sull’ozio.
Al primo terrapieno del secondo steccato
sei ribaltata sull’erba, tremi alla mia carotide
e all’alito di cacao che annaspa tirannosauro
stai immobile mentre lenti assilli
ti liquefano le meningi, mi tieni il mento
sopra la clavicola per non guardare.
Smalti nutella bicolore sulle cornee stralunate: l’Orsa
gingilla dai rami brulli dell’ippocastano, nuvole
la imburrano di glassa nivea finché fecale
il dubbio ti smerda addosso quando, prossima a spasmi,
sei rapita dal diverbio dei ciuffi, mai vorrò resisterti.
La tua paffuta pur elastica schiena si torce e molla sazia. Vinci!
Diavola sputi il glande strappandomi dalla tetta mezza scoperta,
a momenti lo sperma saetta impermeabile nel fango, kamikaze di lattice.
L’Orsa si converte, voyeur eunuco ci eguagliava quadrupede, ora
saffica lolita divorzia dall’harem celeste, sballa oltre l’ippocastano
un’ipnosi che l’ha vellicata di gala pasticcera. È la brezza del cantiere,
il muto coito nato dall’asma del silenzio.
Mite per sorpresa, la tua paura m’intasca il membro nel riassetto dei jeans.
Senti presto la zip disfarsi di te, nutri nella foga che scoraggia nutella
in palio la verità del teorema, se complici calpestiamo ghiaie di bastia.
La salvietta biodegradabile stipula tresche per itinerari, zigrinata
dai rami satellitari affina astinenze, le lieviterà abusarsi d’organi.
Il faro selvatico ti lapida le spalle, subito le fomenti nuraghi di pensieri,
intanto ammaini bandiera sindacale: “Come si chiama la morosa?”
e non creduto tartaglio sommesso, “Letteria” , scandendo
le sillabe l’una dall’altra, per gioco a fare il monello,
un dito medio di voce eretto al litio della volante.

Michele Rossitti

 

IL MIO MELOGRANO

Non è stato un furto
l’accettare con prudenza
quel melograno troppo maturo
che la tarda stagione ti offriva
con ammirata devozione

Da troppo tempo era in attesa
di una mano dentro cui stare
e forse ora non gusterai
il sapore dei suoi acini succosi
un tempo, ma è stata cosa buona
non lasciarlo intirizzire e dissiparsi
sopra la pianta ove la natura
l’aveva posto, perciò non c’è stato
furto da parte tua, dovevi dissetare
in qualche modo il sapore
delle tue giornate amare
quando vivevi reclinata su te stessa

e l’hai raccolto e poi accolto
dentro lo spazio largo della tua casa
l’hai adagiato sopra il comodino
come portafortuna, ed ora vigila
ogni notte sopra il tuo riposo,
sa che non potrai gustare
il sapore acidulo dei suoi grani
e si accontenta rassegnato, silenzioso
custode delle tue attenzioni
e d’ogni tua ora, quando lo sfiori
con la stessa tenerezza che riservi
ai frutti della tua carne

perché sa che il tempo non scalfirà
la sua corteccia, ma solamente tu
potrai decidere se aprirlo e consumare
anche se un po’ avvizzite
le sue meraviglie rosse, oppure
conservarle vive nel ricordo
di un incontro prezioso ma sfortunato.

Luigi Paraboschi

 

LELLA

Dai tanti lustri che ti conosco
non so quale estrarre dal mazzo
delle carte per dirti : è meglio.
Le lunghe ondate del tempo
tutto hanno lavato ma il sedimento
tenace si è imperlato nella tua carne
nei passi nella voce che sfiora il battito
delle ali le tue gambe
il tuo odore nel mio non si consuma.
Oh ancora così per altro tempo
forse ti rivedo nel locus amoenus
dell’estate su e giù per i rovelli dei monti
o attenta ad altre scale dove il mare di sotto
rumina il canto che ti piace..
Se è questo il segno che ci spinge
oltre procella e il vento
fa sì che sia il tuo nel mio
e il mio nel tuo il nodo di giorni
che ci stringe

Roberto Taioli

 

 

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