“La signora dell’acqua” di Daniele Cavicchia, Passigli, letto da Maria Grazia Di Biagio

copLa signora dell’acqua è il terzo poema in prosa di quella che qui, in precedenza, definivo “la trilogia di Micol”. L’opera nasce dalle macerie di un “diluvio” personale storicizzato nella dimensione spazio-temporale, quale atto di dolore estremo: il dolore morale dell’uomo che sopravvive alla propria carne. Questo poemetto, in misura crescente rispetto ai due che lo precedono, è come un mare; ogni tentativo di definizione appare riduttivo al pari di un bicchiere che non potrebbe che contenerne una parte. D’altronde già nel titolo si avverte tale vastità: l’acqua è l’elemento primario della vita, il nutrimento necessario alla sua nascita e sopravvivenza, è simbolo sacro di purificazione, ma anche sostanza che separa, pur collegandole fra loro, due sponde. E’ una nuova Wanderung, quella che Daniele Cavicchia intraprende, e al contempo un Esodo dal luogo inospitale che ora la Terra è, pervasa di un’assenza, verso un altrove di luce che ospita l’essenza della figlia Micol, nella quale già Mario Luzi, nel primo poemetto “La malinconia delle balene”, ebbe ragione di ravvisare i tratti di una novella Beatrice. Ora Micol è custode della verità, “signora dell’acqua” , da figlia è diventata madre di coloro che l’hanno generata e parla di sé con altra voce. Una voce che già, seppure sommessamente, si era annunciata nel secondo poemetto “Dal libro di Micol”, quando rivelava: “-Non dello spazio lei è figlia/ma del tempo che non misura,/vuoto eppure pieno/vero o solo inganno.”
Il lettore viene immediatamente sedotto da questa voce e condotto nel viaggio tra realtà e visione, attraverso lo spazio e il tempo, in cerca del guado che conduce a ri-sentire e ri-conoscere Micol, non più creatura tangibile ma spirito ineffabile, essente in una dimensione altra . Il narrato fluisce con il ritmo salmodiante che è proprio della preghiera, si eleva in un canto a due voci di rara intensità lirica che zampilla sin dall’esergo da versi dalle sonorità cristalline:

“Lei dorme, mi dice la signora dell’acqua,
dorme tra fragole e mirtilli
nel bosco in germoglio,
dorme nella grazia che l’avvolge.
Ora conosce tutti i nomi
e la voce che governa l’universo;
segui il fiume verso Est,
fino all’ultimo castagno
e lì la troverai nella carezza dell’erba;
non destarla, non è solo un ricordo.
Ha un sorriso sulle labbra
che parla dell’infinito
e di un viaggio che non puoi indovinare
ascolta, è lei, anche se vedrai solo luce.”

Laddove è il padre ad avere voce, talvolta la parola poetica si fa supplica, tal altra mea culpa, disperazione, lamento umano inconsolabile:

“Io sono la cosa che lo spirito non ha visitato,
quello che la voce dell’universo non ha chiamato,
l’intruso che spia, colui che non progetta,
sono l’attesa che non verrà, il giorno già trascorso,
il figlio che nessuna madre rivendica.
Quello che non si può spiegare sarà sempre altrove,
sono il caso della storia che manca,
quello che aspetta non sapendo cosa,
la domanda non formulata,
colui che non scriverà mai qualcosa
che sopravviva al suo destino.”

Tanto umano dolore converge in un dettato poetico così sublime da indurre a un pianto di autentica compassione e condivisione di uno smarrimento nel quale ci riconosciamo con tutta la nostra fragilità e i nostri dubbi, in quanto, nel corso dell’esistenza

“si è sempre nel mezzo indecisi se credere o rinnegare,
e questo mentre l’alba si rinnova
e le maree ubbidiscono alla luna,
mentre sulla pelle si annunciano macchie scure
e i capelli ormai bianchi cadono sulle spalle.
Saremo rughe, vene, e inutili carezze.”

Nell’intimo dialogo tra padre e figlia i ruoli s’invertono, l’amore della figlia si riversa sul dolore paterno a consolarlo, lo redarguisce, lo rassicura che lei ora riposa nella grazia e che le sue ferite sono state guarite. Il lessico si sfronda per assumere i significati tanto limpidi quanto oscuri del linguaggio profetico:

“Nell’attesa del distacco,
in quella notte annunciata
quando la solitudine si faceva compagnia,
un singhiozzo aveva spezzato la roccia
nell’illusione di poter dividere il dolore,
una parte aveva deciso di essere lapide
l’altra di sfarinare tra le acque in subbuglio.

Lei è più grande della sua storia,
ammonisce la signora dell’acqua,
e dorme nella grazia che l’avvolge.
Il giorno che sarà svegliata
ti cercherà tra le rovine dell’inizio
e sarà di luce come un cielo spalancato.

Ma ormai la roccia era scomposta
e la voce incapace di ricomporla,
ciò che era stato apparteneva al passato
che nel suo gelido contenuto
custodisce la trama dei ricordi.
Di ciò che era rimane solo una domanda.

Tu sei oltre eppure prigioniero
lei è libera e dorme nella grazia che l’avvolge.
Eviti la perfezione dell’attesa
ingannando ciò che resta; stolto,
rinnega quello che alimenta il dolore
trattieni il dono del suo sguardo,
lei in te, in questa assenza che vi unisce.”

Ma l’umano è troppo umano per comprendere, per poter scindere l’amore dal dolore dell’assenza, non può, non è capace di obbedire, troppe sono le domande alle quali non trova risposta.

“In disparte l’imputato mescola
il colore delle foglie triturate
pensa di disegnare un mondo nuovo
che contenga più cielo.

L’imputato sa che non esiste
solitudine più grande
quando la foglia marcisce
e il miracolo viene a mancare.”

L’uomo resta confinato nel suo limite temporale. “La condizione”, come afferma Sergio Givone nella prefazione al volume, “è quella di chi si dispone ad ascoltare il silenzio. Ma senza la speranza di poterlo mai decifrare”. Non resta che l’attesa dell’altro Tempo, quello in cui tutto sarà finalmente luce.

Maria Grazia Di Biagio

Opere citate:
La malinconia delle balene – Passigli 2004
Dal libro di Micol – Passigli 2008

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