“Tra cielo e volto” di Luciano Nota, letto da Marco Onofrio

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PRINCIPIO

Sono Adamo.
Non ho ombra che mi veli.
Non t’intralci la mia naturalezza.
Accomodati.

Così comincia, e non per caso, la silloge poetica Tra cielo e volto (Edizioni del Leone, 2012, pp. 80, € 10), di Luciano Nota. Il poeta lucano esplicita, fin dalla soglia del libro, l’ideale che aggancia il suo sguardo, a mo’ di stella polare, stanandolo – per intenzione profonda e contraria – da una predisposizione tutt’altro che “chiara”, anzi: proclive a una cifra ellittica, obliqua e starei per dire enigmatica, nella scelta delle immagini e nella cucitura delle singole parole. Ci s’intenda: nessun tipo di arzigogolo alterato (se non, forse, laddove cerca o impone da fuori alcuni “effetti” di meccanica musicale), ma la misteriosa complessità delle cose semplici, tanto più indecifrabili quanto più essenziali. Nota indica subito il percorso che lo vede protendersi alla dimensione adamitica della “naturalezza”, assunta come idea classica di giusta armonia, di aderenza d’ogni cosa al Logos interno, e quindi di fedeltà a una dinamica più o meno spontanea di rivelazione del noumeno, nella scorza aperta della superficie; ma lo fa prendendo la rincorsa da un terreno franoso e infido di ombre, di inquietudini, di incertezze, di dolore macerato nella coscienza del tempo, nella ferita dell’imperfezione. La limpidezza naturale è, semmai, il frutto di un’ardua conquista interiore: una sfibrante continua psicomachia di cui il libro reca, come un regesto di tracce insanguinate, vivida esemplare testimonianza. Scrive ancora Nota (stornando il pericolo della complicazione): «Non cercarmi nel ricamo / dei pensieri. / Dammi il bacio favoloso / mentre leggo / il capoverso dei poeti.» Questo in effetti gli accade: Luciano Nota è uno a cui la poesia dà spontaneamente il “bacio favoloso”, uno che le parole non va a cercarle col lumicino ma che, viceversa, viene cercato, visitato, abitato dalle parole. Poeta vero, dunque? E chi sono i poeti di cui legge il “capoverso”? Individuerei un quadrante simbolico di riferimento entro cui collocare l’ascendenza storica di questa scrittura: un’inquietudine multivaga da condividere tra Leonardo Sinisgalli e Raffaele Carrieri (con somiglianza credo consapevole), nonché tra Sandro Penna e Giorgio Caproni (per affinità meno evidente, ma non meno giustificata). Caproni va citato per un certo ritmo del comporre, sommessamente, la “musica” dei versi; ad esempio in questo passo:

Avrai pure un soffio
da darmi
un veliero.
Resto:
avrò pure da darti
un’inezia
un pensiero.

E c’è pure una remotissima eco assimilata dall’Ungaretti prima maniera, che folgora la vita dalle trincee mortifere del Carso. La poesia per Nota è un “ammasso di faville” da governare (ma non troppo), è una “siepe vibrante”, è la possibilità di alloggiare “su un accordo di frequenze”: è soprattutto un modo di guardare alle cose, di essere le cose: di articolare l’essere alla vita. L’anima che vibra in ogni luogo è il “soffio cifrato” che ci attraversa dentro nel respiro. Siamo intimamente legati al divenire del cosmo, fili di un tessuto universale. La luce della coscienza splende nei ventricoli oscuri della materia vitale:

ho una lampada accesa
in una sala venosa.

Da una parte c’è l’offerta della vita, con la sua “sacca essenziale” di strumenti; dall’altra la risposta dell’esperienza, che aggancia l’essere alla sua stessa naturale evoluzione:

Si cresce mille ore al secondo
viaggiando, sfogliando
l’incredibile piuma.

La “naturalezza” cui mira lo sguardo poetico di Nota è anche la percezione e la “presa in carico” dell’essenza che emerge dall’elemento in sé: “l’acqua che annega l’acqua”, che è un modo per dire l’acqua, l’acqua dell’acqua, piena di acqua, fatta di acqua (cioè che “una rosa è una rosa è una rosa”). La banalità apparente della tautologia è forse la strada più sincera per esprimere l’enigma inafferrabile della realtà, entrandovi “alla pari”, senza tracotanza e presunzione. Così pure della mela, che il poeta vede «ogni giorno / acconciarsi / non colpevole di essere rossa / magicamente sana / superbamente bella.» Vista nel fondamento della sua essenza, una semplice mela sa diventare il passe-partout per scardinare il forziere tetragono del mondo, sicché «non c’è nume / né noumeno / che possa farne a meno.» Un processo simile di conoscenza coinvolge il soggetto allorché, uscendo dal “girone degli ingorghi” (cioè dal caos della percezione opaca) passa “ai ponti” (cioè si apre all’evoluzione): è allora che il soggetto si trasforma in ciò che percepisce, e l’oggetto percepito diventa a sua volta soggetto:

MARE

Prendi il mare.
Ma se proprio non puoi
prendi il fiore più vicino
quello che nel giardino non si stanca
di urlare amore.
Nello stesso luogo
prendi l’ape
ma se essa ti sfugge
cerca l’insetto tra le mura di casa
nel posticino più anelante
che porta al sangue.
Quando questo sarà fatto
e il pezzo d’occhio
sparso sullo strato
dal girone degli ingorghi
passerà ai ponti
allora vedrai
sarai tu il mare.

Il percorso tracciato da queste liriche configura – in termini poetici, non didascalici – un itinerario spirituale di trasformazione dei modi del porsi dinanzi alle cose e del conoscerle: occorre anzitutto un «lunghissimo viaggio / dal mento all’orecchio», ovvero parlare di meno e ascoltare di più. L’ascolto è una componente fondamentale della dimensione fenomenologica, così spiccata nella poesia di Nota. Per esempio, «ascoltare la vita / in un tramezzo di stanza» e percepire che è reale «non è un sogno / quell’acquaio che stilla», e che «l’agenda del muro / è più vera dell’aria.» L’appercezione fenomenica del “qui e ora” è il primo stadio per entrare nell’occhio dall’“iride ardente” attraverso cui cogliere la “luce vivissima” che racchiude un singolo attimo dell’esistenza. Ci vuole il “colpo alato” della palpebra per aprirsi alla visione della profondità. Ci vuole lo sguardo metafisico di chi trapassa le apparenze, di chi si guarda allo specchio e, come in un lampo di allucinazione, intravede il “calido teschio”. Come sopravvive il volto nel tempo che consuma e che divora?

VOLTO

Dei due occhi che brillavano
è rimasto solo uno
intento a ravvivare
l’abato del volto.
Del fiuto e dell’udito
è rimasto appena un segno.
Del riso un cero acceso
in un vicolo cieco.

Tutto passa, tutto crolla, tutto è vano. Ogni attimo che muore trascina con sé il mondo nella macina dell’invisibile: e ha una bocca grande come il cielo. Niente è stabile: l’impermanenza delle cose produce nella sensibilità del poeta una frattura continua, e dunque la necessità di “sanare la piaga” (quella che Dino Campana chiamava “piaga rossa languente”) che gli mette “sul labbro un vocabolo fermo: / resta”. Il poeta chiede, cioè, a cose e persone di restare, di non dileguare, e intanto i lacci dell’essere si sciolgono alla fragilità, e tutto diventa – per decorso inesorabile – “fumo, polvere, ombra, niente” (Gongora). La richiesta disperata e vana del poeta apre la coscienza al pensiero di tutti i pensieri (la morte) che trafigge in sintesi emblematica la sospesa ambivalenza che noi siamo (tra divenire ed essere, scomparire e restare, passare e lasciare traccia):

Noi macchia, fibra
nuvolaglia.
Impronte millenarie
della sabbia.

Come fanno ad essere “millenarie” le impronte sulla sabbia (che è tra quanto di più mutevole e provvisorio ci sia dato all’esperienza)? Eppure… l’uomo sa trasfigurare in sublime grandezza la propria inanità, e il mondo può talvolta apparire “posto ideale”, “specchio regale / che riflette le ossa”, e da cui è pur dolce ricordare che “malgrado tutto il bel tempo c’è stato”, o immaginare ancora che “un giorno lieve è possibile”. Un modo per tentare di sottrarsi all’infinita fine, di cui scrive Cesare Viviani, è ad esempio raggiungere il “rifugio” dell’inerzia, cioè della natura (Фύσις) insita nelle cose, accorpate in stato di quiete attorno al proprio nucleo. Un altro ancora è entrare in contatto con il tempo ancestrale che sgorga dagli occhi delle anziane donne lucane, “dipinti d’antico”. O con la dimensione primigenia aurorale, “sensualmente teologica” nel rispetto di una naturalezza cosmica e biblica, recuperabile attraverso le caligini dei secoli:

AMANTE

Proviene dall’alba
dagli antichissimi talchi
che si nutrono d’astri.
Principio appunto
casolare
casacca semibuia
sensualmente teologica.

Lo stato mentale che presiede alla composizione di queste poesie è, per lo più, un fervore lucido, anzi traslucido, che tende a un calmo e sorvegliato “delirio”: il poeta scrive come tra le nebbie veggenti di un sogno vigile, come dopo una sbornia. Ciò gli consente di allentare i lacci delle ingessature razionali, o – come scrive lui stesso – di “stracciare le tende”, di “sfare” gli “schermi allo specchio”. La radura luminosa della poesia è il “portale” che apre il vortice della forza “oltre la forma”; la voce suggestiva del poeta può così avvincere il sortilegio che incatena la realtà al suo strano, semplice mistero, raggiungendo la bellezza sublime e profonda (una sorta di “ragione del sentimento”) al di là del dominio dei sensi. È questa, forse, la vera “naturalezza” che Nota annunciava all’inizio del percorso:

Diventare io fronda
feconda chimera
sradicata dai sensi.

Il poeta è assetato di oltremondo, che poi è la verità e l’essenza di questo mondo, e ne cerca le tracce collocandosi “alla destra / del fiume ancestrale” e percorrendo “strade inclinate” che conducono, forse, al mistero dei “contesti / sovrumani”. La maggiore conquista si può sperare, tuttavia, dalle cose più neglette, dai luoghi trascurati e solitari, dai particolari che sfuggono, da quel che in genere la folla ignora o disprezza perché “diverso”:

Ciò che mi preme
è in un campo sperduto.
Punto dritto al maldestro
all’inetto al resto.

Ecco allora l’amore sconfinato per il cielo – che vive “sui picchi”, superiore alle infamie dell’uomo: eppure interno al mondo – e il bisogno viscerale di cantarne la “camera informe”, dove è “più facile” ma in fondo più bello “perdersi”. E quindi il sogno eterno della sua conquista: “sperare di essere uccelli” (gli “aerei del creato”) e riuscire a “ignorare le insidie dell’aria” per “veleggiare (…) / sull’arca dei venti” incontro alla bellezza.
Il punto cruciale della poesia di Nota in questo libro è, a mio parere, la vocazione metafisica espressa dalla ricerca di un dialogo con l’invisibile, che può tradursi ad esempio nella mente che «interroga la luce / quando l’occhio / è del tutto incarnito» (dunque una luce più interiore che esterna, fisica); o nella definizione indefinita del divino:

DESTINATARIO DI ASSENZE

Signore, sei o non sei
la missiva di sempre
la mia urna postale
fatta di niente?

… inteso, il divino, come una presenza che si sfalda nel vuoto, se il pensiero insegue lo spazio senza fine, smarrendo il suo tracciato nel silenzio. Il poeta è un sismografo sensibilissimo che registra vibrazioni, palpiti, sussulti, forze immateriali, voci afone, presenze mute che cercano di comunicare, attraverso messaggi, segni, “parole” misteriose degli eventi (anche quelli che sembrano insignificanti):

Mia madre ha il volto bianco
di quel passero alla finestra.

Per questo egli viene “visitato”, e sembra limitarsi a trascrivere ciò che lo attraversa, in quanto medium dei mondi paralleli. Una delle spinte maggiori che porta alla luce le poesie di Nota è il confronto con il vuoto di ciò che non è più, e il tentativo disperato di colmare la distanza inarrivabile che ne lo separa. Ecco, ancora, il dialogo con la madre morta:

Non riesco a vederti lassù
non riesco!
Potrei provare a spazzare le nubi
aprire un varco nell’astro
ma so che qualcuno lo ha fatto
senza alcun risultato.
Madre dammi una mano
a rasciugare dagli occhi la pioggia
un filo di foglia tra noi
almeno oggi.

Questo infine è il significato ultimo del titolo: tra il cielo e il volto c’è la distanza che può essere coperta dall’occhio, o dalla mente ad occhio chiuso; ma tra il cielo e il volto c’è un’interfaccia di vuoto che è il guscio di cielo del volto – cioè il doppio invisibile, il “compagno d’aria” – poiché il cielo comincia a un pelo dalla pelle, anzi le preme addosso, la contiene. Così Luciano Nota “tra cielo e volto” può collocare la distanza e la misura del nostro essere uomini (con le infinite storie) dal limite stesso che ci libera nel mondo, facendone occasione di sincera, autentica poesia.

Marco Onofrio

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